PREMESSA
Il presente documento non ha la finalità di fornire
una chiave di natura strutturale per la risoluzione dei problemi di
competitività dell’economia del nostro Paese, inserite nella necessaria
revisione delle politiche fiscali e monetarie europee. E’ piuttosto volto a
suggerire un intervento di natura emergenziale, stante l’aggravamento della
crisi in atto, basato su una proposta di legge di stabilità anticiclica, mirata
a fornire un impulso alla domanda aggregata, prima che la spirale
recessiva-deflattiva che morde l’Italia pregiudichi ogni possibile tentativo
riformista di rilancio del Paese.
Le proposte di questo documento, che vanno a
configurare uno schema molto generale di legge di stabilità alternativa per il
2015, affrontano dunque l’emergenza, senza pregiudicare l’obiettivo di lavorare
sui nodi strutturali che ostacolano una dinamica adeguata della produttività
totale dei fattori, alla radice dell’output gap crescente che affligge il
nostro Paese sin da prima dell’esplosione della crisi, che questa ha aggravato, e che le politiche di austerità assunte in sede di
Unione Europea stanno ulteriormente peggiorando, peraltro senza conseguire,
anzi rendendolo irraggiungibile, l’obbiettivo della stabilizzazione del debito.
Questo documento prende l’avvio, facendone parte, da
una proposta più complessiva e strategica di riforma degli assetti economici,
sociali e istituzionali del Paese e delle politiche europee, per la quale si
rinvia al testo elaborato dal Network per il
Socialismo Europeo (link: http://www.ricostruire.info/wp-content/uploads/2014/09/per-un-manifesto-24-luglio-2014-2.pdf). Esso
tiene conto della discussione che ne è
seguita, sino ad una prima definizione di indicazioni operative emersa
dall’incontro promosso, il 20 Settembre 2014, da “Iniziativa
21 Giugno”, la cui nota di sintesi è al seguente link: "Il lavoro che non c'è,
la ripresa che non arriva; che fare?" .
Volendo sintetizzare lo spirito della proposta più
generale, riteniamo necessario, operando sin dal livello di una profonda
revisione delle politiche europee, superare il tabù del rispetto del limite del
deficit al 3% del PIL. Come i fatti dimostrano, l’obiettivo di contenimento del
debito pubblico non può esser perseguito nell’ambito delle politiche attuali.
Occorre invece mirare alla sua stabilizzazione nel breve periodo ed alla sua
successiva riduzione in percentuale del PIL, quale risultato di una crescita
che richiede il rapido avvio di una decisa azione antideflattiva ed
antirecessiva.
Oltre che esser dimensionalmente adeguata in termini
di creazione di domanda, questa deve essere anche espressamente mirata a correggere
le principali iniquità, arretratezze e fattori di rischio del Paese, che ne
minano strutturalmente le prospettive di recupero, con interventi volti a:
a-
Generalizzare ed
estendere verso il basso il sostegno al reddito delle famiglie più povere, e generalizzare
i meccanismi di tutela ed inclusione sociale, combattere con strumenti efficaci
il precariato.
b-
Ridurre il carico
fiscale su produzione e lavoro, spostandolo su rendite e grandi patrimoni.
c-
Riqualificare la
spesa corrente, destinandone le possibili economie a maggiori investimenti sul
fronte dell’istruzione, della formazione, della cultura, della tutela e
fruibilità del patrimonio artistico ed ambientale, della ricerca di base ed
applicata, ed estendendo i sistemi di sicurezza
sociale e di contrasto alla precarietà.
d- Incrementare la spesa pubblica in conto capitale,
per via di politiche che, senza esaurirsi nella logica delle “grandi opere”, siano
indirizzate all’adeguamento infrastrutturale, al risanamento idrogeologico ed
ambientale ed alla valorizzazione agricolo-forestale, alla riduzione del
rischio sismico, all’adeguamento funzionale del patrimonio immobiliare
pubblico, alla riqualificazione urbana, a ridurre le condizioni di svantaggio
del Mezzogiorno.
L’efficace
conduzione e l’ottenimento di pienezza di risultati da parte di politiche così
orientate richiedono la riqualificazione delle potenzialità e del ruolo della
Pubblica Amministrazione, attivandone capacità di controllo efficaci, di
indirizzo ed attuazione di politiche industriali e di pianificazione; e
richiedono che siano combattute le piaghe, tra loro collegate, della
corruzione, dell’evasione e dell’elusione fiscale.
LO SCENARIO
Le
prospettive macroeconomiche del Paese a medio-breve termine si sono
ulteriormente degradate. La prospettata lieve ripresa, sulla quale il Governo
aveva fondato le sue proiezioni di finanza pubblica in sede di DEF e le prime
simulazioni quantitative in merito all’imminente disegno di legge di stabilità
per il 2015, è completamente saltata. Secondo le prime stime, potremmo chiudere
il 2014 con una recessione dello 0,3-0,4%, ovvero più di un punto di PIL in
meno rispetto alle proiezioni iniziali. Ed il 2015 è del tutto incerto, non
apparendo ad oggi realistiche nemmeno le stime, che parlano di una lieve
ripresa, dell’ordine dello 0,9%. Nel frattempo, il mercato del lavoro continua
a degradarsi. A giugno 2014, l’occupazione è diminuita dello 0,4% su base
annua, e si colloca sui livelli minimi storici toccati a fine 2013. Il tasso di
posti vacanti è pressoché nullo, indicando come le imprese non abbiano spazi
per fare assunzioni.
Nel
frattempo, la crisi sta cambiando natura, facendo un salto in avanti
qualitativo, perché alla recessione produttiva si sta affiancando, per ovvi
motivi di insufficienza dei redditi disponibili e di crescita della
disoccupazione quali cause della crisi di domanda, anche la deflazione. Ad
agosto, per la prima volta, abbiamo registrato un tasso di inflazione negativo
su base annua, mentre il tasso di inflazione nell’area euro è pressoché pari a
zero (+0,4% su base annua). I dati dell’indice previsionale Markit, per il mese
di settembre, non lasciano sperare in niente di buono. Mentre l’indice PMI
segnala a settembre un nuovo minimo della crescita, i prezzi alla vendita nell’area
euro avranno una variazione nulla, ed il calo dei prezzi di acquisto nel
comparto manifatturiero avrà effetti deflattivi nei prossimi mesi.
L’avvio
di uno scenario deflattivo, che le politiche monetarie messe in atto dalla BCE
non sembrano, al momento, arrestare (anche se occorrerà aspettare, per un
giudizio definitivo, il completamento dell’operazione OMLRT (1) a dicembre; ma la
situazione attuale, molto simile ad una trappola della liquidità, non lascia
ben sperare sull’efficacia del meccanismo di trasmissione di politica
monetaria, in assenza di politiche di rilancio “reale” della domanda), rischia
di far svanire anche gli effetti degli immani sacrifici sociali sin qui
prodotti per generare un avanzo primario da record. Senza un po’ di inflazione,
e con un tasso di crescita reale del PIL ancora negativo, gli obiettivi di
rispetto dei parametri di deficit/PIL e di debito/PIL non potranno che saltare.
Siamo
quindi davanti ad un crinale molto pericoloso della crisi, per certi aspetti
inedito.
E’
di tutta evidenza che proseguire sulla strada segnata dai Trattati Europei e
dai parametri del Patto di Stabilità (arbitrari già quando furono concepiti,
oggi assolutamente anacronistici), di fronte a questa torsione strutturale
della crisi, è un puro suicidio. E’ evidente anche che le cosiddette riforme
strutturali, a fronte della situazione attuale, non abbiano di per sé
prospettive di rilancio della crescita. Non serve flessibilizzare ulteriormente
le modalità contrattualistiche del lavoro, se le imprese non assumono. E’
evidentemente compito delle politiche macroeconomiche far sì che si
ricostituiscano condizioni di domanda tali da creare spazi per una ripresa
dell’occupazione e della crescita. Peraltro, dovrebbero essere in primo luogo i
paesi con maggiori spazi di bilancio pubblico ad espandere la loro domanda
interna, ed il socialismo europeo dovrebbe spingere di più in tal senso.
Gli
stessi provvedimenti favorevoli alla crescita annunciati dal Governo, come il
mantenimento del bonus degli 80 euro nel formato attuale, oppure qualche
modesto incentivo fiscale sul costo del lavoro e sugli investimenti, in vigenza
del rispetto del vincolo del 3% di rapporto fra deficit e PIL, non appaiono
minimamente sufficienti a stimolare l’economia nel momento in cui molti
soggetti non sono disposti a spendere, stanti le prospettive deflazionistiche
in atto; si alimenta così un circuito in cui la contrazione delle prospettive
di crescita determina aspettative negative, e queste a loro volta retroagiscono
sul ciclo. D’altro canto, chi sarebbe pronto a spendere non gode di redditi
sufficienti, e chi è in grado di spendere teme il peggiorare della situazione,
e congela le disponibilità nei conti correnti; insieme alla restrizione del
credito bancario, ciò concorre a determinare l’insufficienza di domanda per
consumi.
A
fronte dell’emergenza sopra illustrata, e nell’intento di ricostituire
politiche macroeconomiche oramai rese indispensabili dall’ulteriore avvitamento
della crisi, proponiamo una legge di stabilità che si collochi al di fuori dei
perimetri imposti da Trattati europei che si stanno manifestamente rivelando
prociclici. E che impone evidentemente anche una battaglia in sede europea,
finalizzata ad allentare i vincoli dei Trattati per assicurare una prospettiva
di crescita oggi indispensabile al mantenimento dell’equilibrio del sistema. La
legge di stabilità che proponiamo non rispetta, quindi, i limiti del Patto di
Stabilità e Crescita, perché è ispirata ad elementari principi di buon senso
economico, che oggi impongono un provvedimento di forte shock sulla domanda.
LA
PROPOSTA
Proponiamo
dunque una legge di stabilità emergenziale, per un ammontare di 40 miliardi,
così composta:
a- 4,5
miliardi di riduzione di imposte (da stabilirsi in quota fifty/fifty per
imprese e per famiglie), destinate ad un mix fra incremento delle tax
expenditures (2),
riduzione delle aliquote per il primo scaglione di reddito, parziale
deducibilità del costo del lavoro dalla base imponibile dell’Irap ed
introduzione di una parziale detassazione degli incrementi di capitale netto
delle imprese.
b- 5
miliardi per un programma di almeno 3.000 piccole opere pubbliche
immediatamente cantierabili (di importo unitario non superiore a 1,7 Meuro),
segnalate dagli enti locali e dalle Regioni, prioritariamente rivolte alla
riqualificazione di immobili pubblici, a strutture pubbliche per servizi ai
cittadini, alla difesa del suolo, alla prevenzione del rischio idrogeologico ed
alla tutela ambientale, da collocare fuori dal Patto di stabilità, ed
aggiuntive rispetto ai programmi di investimento già in corso o definiti.
c- 8
miliardi da destinarsi a sostenere investimenti e spese rivolte a istruzione,
formazione, cultura, innovazione, dei quali 6 miliardi destinati ad un Fondo
per gli Investimenti Strategici, gestito dalla CDP, mirato a sviluppare
sinergie tra Enti Pubblici, Università, Imprese, anche in forma consortile, ed
a sostenere, con verifiche di risultato, investimenti delle imprese nei
settori: della ricerca applicata ed industriale e dell’innovazione tecnologica
nelle aree strategiche determinate dal Piano Nazionale della Ricerca e con
attenzione al potenziamento del trasporto pubblico con modalità e mezzi
ecologici; della formazione del personale; dell’internazionalizzazione
commerciale; dell’acquisizione di servizi reali.
Altri 2 miliardi finanzieranno start-up e spin off (3), accademici o meno, nei
settori ad alta tecnologia e nell'industria culturale e creativa.
In relazione alle esigenze delle imprese ed alle
condizioni del mercato del credito, tale fondo potrà essere erogato scegliendo
fra contributi a fondo perduto, in conto interessi, prestazione di garanzie
pubbliche o strumenti di partecipazione al capitale di rischio.
d- 10
miliardi per il bonus degli 80 euro rimodulato, ovvero decrescente al
crescere del reddito, fino a 24.000 euro, e non cumulabile da più percettori
nell’ambito di un solo nucleo familiare, al fine di recuperare risorse per
estendere il beneficio a chi è collocato sotto la soglia di incapienza fiscale
ed ai pensionati al minimo.
e- 12,5
miliardi per uno strumento di tutela universalistica che unifichi la sperimentazione
del reddito di inserimento (SIA) che sarà ampliata con gli 800 Meuro già
previsti a valere sul PON Inclusione Sociale 2014-2020, e il Naspi previsto dal
Jobs Act, andando ad aggiungersi alle fonti finanziarie già reperite dal
Governo per tale strumento. Uno strumento, dunque, di sostegno monetario mirato
sia a chi ha perso il lavoro e va ricollocato, sia alle fasce povere della
popolazione che non hanno uno specifico problema di inserimento lavorativo (ad
es. nuclei familiari di pensionati, working poors) affiancato da strumenti
specifici di formazione/ricollocamento lavorativo, oppure di sostegno a
interventi individualizzati contro l'esclusione sociale, per il reinserimento
comunitario, l'attenzione genitoriale alla frequenza scolastica dei minori, la
cura di familiari disabili, etc.
I
predetti provvedimenti saranno coperti per circa 22 miliardi da un insieme di
interventi, tra i quali: recupero di evasione fiscale imperniata
sull’introduzione dello scontrino telematico e della fatturazione telematica
(12 miliardi (4);
previsione di minor costo del servizio del debito pubblico (3 miliardi); una
spending review mirata (3 miliardi), centrata su riduzione delle spese
militari, riduzione stipendi degli alti dirigenti, pubblicazione telematica degli
appalti pubblici e della G.U, razionalizzazione dei corpi di polizia; aumento
del gettito sui tabacchi e su lotto, lotterie e giochi (1,5 miliardi); ed
inoltre, dismissione di immobili pubblici non aventi preminenti interessi
storico-artistici e rinegoziazioni dei contratti di locazione di immobili in
uso alle P.A., o da queste locati a
terzi.
I
restanti 18 miliardi sarebbero coperti da aumento del debito pubblico (1,15%
del PIL).
Tale
manovra porterebbe il rapporto fra deficit pubblico e PIL attorno al 4,2% (5), ed avrebbe un effetto
espansivo pari a circa 1,2 punti in % del PIL, lasciando sostanzialmente
inalterato, ma con una lievissima riduzione rispetto al livello attuale, il
rapporto debito/PIL.
Non
si dovrà, inoltre, dar seguito alle iniziative, ventilate o allo studio, volte
alla cessione di significative quote, direttamente o indirettamente in mano al
Tesoro, di aziende operanti in settori strategici ed a elevata tecnologia
(ENEL, ENI, SNAM, TERNA, ENAV, Finmeccanica, Fincantieri), in quanto, oltre che
comportare il venir meno di ogni capacità di indirizzo pubblico nei settori in
questione, ciò comporterebbe per il Tesoro, a fronte di un beneficio “una
tantum”, il venir meno di entrate significative e durevoli nel tempo.
Inoltre, le imprese ancora controllate dallo Stato
(cui si aggiungono le Ferrovie dello Stato) dovrebbero aumentare le spese in
ricerca e sviluppo di una quota del fatturato dipendente dal settore produttivo
di appartenenza e dalle prospettive di mercato e finanziarie, nonché gli
investimenti sul territorio nazionale, anche nel Mezzogiorno, coerentemente con
le strategie aziendali, dettate anche da esigenze competitive ineludibili.
Con
la legge di stabilità per il 2016, l’incremento iniziale di debito pubblico
prodotto con quella del 2015, e conseguente alla sopra descritta manovra-shock,
potrebbe essere in parte sterilizzato da un’imposta sulle grandi ricchezze con
aliquota progressiva fra 0,55% e 1,8% a partire da una ricchezza netta
superiore a 800.000 euro (5% delle famiglie più ricche). Secondo le stime della
CGIL, ciò comporterebbe un gettito strutturale di circa 10-13 miliardi, che
sarebbe portato ad abbattimento dello stock di debito pubblico.
INIZIATIVA 21 GIUGNO
_______________________________________________________________________________
NOTE:
(1)- Piano di immissione di liquidità da parte di BCE,
condizionato all’erogazione di credito da parte delle banche beneficiarie.
(2)- Deduzioni, detrazioni, esenzioni fiscali.
(3)- Avvio nuove imprese e/o utilizzo tecnologie
innovative a fini di ricadute aziendali o produttive.
(4)- Cfr. in proposito le stime
dello studio del Nens, http://www.nens.it/zone/pagina.php?ID_pgn=937&ctg1=Analisi&ctg2=Nessuna
(5)- Tenuto
conto che già con il solo peggioramento delle previsioni sul PIL per il 2014,
rispetto a quanto previsto dal DEF, il disavanzo/PIL arriverebbe, a politiche
invariate, al 3% circa, dal 2,5% inizialmente previsto dal Governo.
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