Quanto i diritti umani siano quotidianamente e
universalmente calpestati è sotto gli occhi di tutti. Eppure, persino in
un’epoca di dilagante mercificazione, privatizzazione e finanziarizzazione dei
beni e dei servizi essenziali per la vita, non si può non considerare quanta
strada abbia percorso l’umanità sul terreno della coscienza (del sogno, della
causa, dell’Utopia) dei diritti umani. Ed è proprio questo il tema scelto per
il 2015 dall’Agenda Latinoamericana, opera aconfessionale, ecumenica e
macroecumenica che, con questa edizione, raggiunge il 24° anno di vita, fedele,
anno dopo anno, secondo le parole di José Maria Vigil, che ne è l’ideatore
insieme a dom Pedro Casaldáliga, «all’appuntamento con la militanza di spirito
con la Patria Grande, Patria Mondiale, verso la Patria Maggiore»
(www.latinoamericana.org).
Impossibile, è vero, non nutrire qualche sospetto
riguardo al discorso sui diritti umani, considerando che, come sottolinea il
teologo brasiliano Marcelo Barros, ad invocarli più spesso, negli ultimi
decenni, sono stati gli imperi occidentali («In nome della democrazia, dei
diritti umani e persino della civiltà cristiana, il governo degli Stati Uniti -
scrive - ha invaso Paesi, assassinato persone e distrutto culture e civiltà
umane»). E considerando anche che, come sottolinea Michael Ramminger
dell’Istituto di Teologia e Politica di Münster, i diritti politici
individuali continuano ad avere nettamente la priorità sui diritti sociali:
non a caso, è la mancanza di libertà a offrire il pretesto per interventi
militari in alcuni Paesi, mai lo è la mancanza di uguaglianza, come «per
esempio la povertà o la carenza di assistenza medica». E ciò malgrado la
libertà e l’uguaglianza siano «due esigenze e necessità simultanee», in quanto
«dove manca l’uguaglianza manca anche la libertà, e viceversa», cosicché «più
che due facce di una medaglia, esse sono “ugualibertà”».
E se, come afferma ancora Ramminger, «la storia dei
diritti umani è la storia della lotta per i diritti umani, per il loro
allargamento, reinterpretazione e generaliz-zazione», di certo non si tratta di
un percorso lineare: basti pensare al venir meno dell’obbligo di garantire
«l’uguaglianza di tutti gli esseri umani rispetto ai diritti (per l’appunto,
universali, indivisibili e imprescrittibili)» che, come ricorda Riccardo
Petrella, fondatore dell’Istituto Europeo di Ricerca sulle Politiche dell'Acqua
(Ierpe), gli Stati avevano assunto «nella quasi totalità delle Costituzioni del
XX secolo». Obbligo sostituito però dal principio, imposto dai poteri
dominanti, che i costi di quelli un
tempo considerati diritti e ora declassati al rango di “bisogni” devono essere
coperti dai “consumatori” dei beni e dei servizi necessari a soddisfarli.
Da cui consegue il passaggio «da una società
fondata sui diritti di tutti i cittadini, il cui costo è finanziato dalla
collettività attraverso la fiscalità generale e specifica, a un’economia
fondata sui bisogni vitali variabili a seconda dell’utilità individuale e
finanziati dai consumatori pagando un prezzo». E con l’inevitabile
affermazione di una nuova cultura dei diritti che, come sottolinea Emilio
Molinari, presidente del Comitato Italiano per un Contratto Mondiale sull'Acqua
(Cicma), «da umani diventano diritti delle imprese transnazionali»: non
per nulla poco più di 10 multinazionali controllano gran parte di tutto ciò che
mangiamo o beviamo, «espropriando i contadini e le comunità rurali, i cittadini
e i Comuni di ogni funzione (anche quella di cucinarsi il cibo)».
Con in più «la mistificazione culturale secondo cui
nella tecnologia sta la chiave per risolvere i problemi della fame e della sete
del Mondo e nei padroni della tecnologia i candidati ideali a svolgere tale
compito»: mistificazione la quale nasconde il fatto che «produciamo 1/3 del
cibo in più di quello necessario e ne buttiamo via 1/3 e che, mentre manca
nelle favelas l’acqua potabile e ai contadini l’acqua per coltivare, Coca Cola
e le multinazionali d’ogni tipo si accaparrano l’acqua per i loro prodotti
restituendola inquinata, oppure Nestlè compra e distrugge foreste per produrre
olio di palma e Las Vegas consuma 1400 litri al giorno per persona».
Tuttavia, «la ricerca di forme più giuste, più libere,
più democratiche di vivere insieme» non si arresta mai, né può arrestarsi:
troppo forte la spinta di quella forza misteriosa che, come ricorda Pedro
Casaldáliga nella sua “Introduzione fraterna”, lavora nel profondo della
storia, sollevando l’essere umano dalla legge della giungla, guidando
l’evoluzione della nostra coscienza umana verso orizzonti di piena dignità,
accompagnando la nostra consapevolezza del fatto che «non siamo arrivati, siamo
in cammino e non smetteremo di avanzare».
E la nostra stella polare in questo viaggio è proprio l’Utopia
dei Diritti Umani, la cui piena e integrale realizzazione rappresenterebbe
davvero il coronamento di tutte le lotte, le ribellioni, le rivoluzioni a cui
il meglio dell'umanità ha dato vita nel corso della storia. Diritti umani e non
solo, perché non è più possibile, oggi, in piena emergenza ambientale - dinanzi
al rischio di una nuova estinzione di massa, causata stavolta dall’azione umana
- pensare di difendere i diritti degli esseri umani e in particolare dei più
poveri - i quali peraltro, evidenzia il sociologo brasiliano Ivo Poletto,
pur non avendo quasi nulla a che vedere con il riscaldamento globale sono
proprio quelli che ne pagano maggiormente il prezzo - senza riconoscere e
rispettare i diritti della natura, della Madre Terra, della Pacha Mama.
Di più: non è
più possibile pensare di difendere i diritti degli esseri umani e in
particolare dei più poveri senza abbandonare il vecchio paradigma antropocentrico
e occidentecentrico che ci ha trasformato in predatori planetari, per assumere
una nuova mentalità biocentrica orientata al buen vivir e al buen
convivir, la visione di un’alleanza globale dell’essere umano con il pianeta
e con tutta la grande comunità di vita. Per riorientare, insomma, le nostre
priorità e le nostre azioni e «reinventarci come specie», secondo le parole del
grande ecoteologo Thomas Berry, prendendo atto che, come evidenzia la Carta
della Terra, «siamo un'unica famiglia umana e un'unica comunità terrestre con
un destino comune».
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