Il progetto di riforma costituzionale, in particolare nella
sua parte riguardante il Senato della Repubblica, e quello di modifica della
legge elettorale denominato “Italicum” ha fatto pensare, agli oppositori più
determinati e coerenti a una prospettiva di vera e propria svolta autoritaria
imperniata sulla formazione di un “Partito Unico della Nazione”.
Per come si stanno evolvendo le cose quest’affermazione non
appare, almeno dal nostro punto di vista, assolutamente esagerata, anzi
potrebbe “starci” quale esito di un’evoluzione del sistema in conclusione della
lunga fase di transizione seguita all’implosione dei grandi partiti di massa
avvenuta, per varie ragioni, a cavallo degli anni’90 del secolo scorso.
Il sistema partitico italiano, vigente il sistema elettorale
proporzionale (1948 – 1992) era stato definito attraverso due modelli classici,
quello di Giorgio Galli “bipartitismo imperfetto” e di Giovanni Sartori “del pluralismo
polarizzato”: entrambe le definizioni partivano dalla realtà della non
praticabilità di opzioni di governo da parte del più grande partito di
opposizione, il PCI, considerato “partito antisistema” in virtù della sua
collocazione internazionale,
Era stato Paolo Farneti (scomparso molto giovane) ad
avviare, alla fine degli anni’70, una riflessione poi non compiuta circa l’avviarsi
di una fase diversa definita di “pluralismo centripeto”, con una tendenza alla
riduzione nel ruolo della polarizzazione: nella sostanza il sistema si stava “avvitando”
attorno alla DC quale partito non più “pivotale” ma rappresentativo di una vera
e propria coalizione dominante.
Farneti non poté contemplare la fase successiva e quindi
verificare la bontà delle sue osservazioni mentre la fine degli anni’80 e l’inizio
dei ’90 fu caratterizzata dall’avanzarsi di un sistema di tipo consociativo,
poi spezzato appunto dalla pratica sparizione dei grandi partiti di massa che
avevano caratterizzato per un lungo periodo il sistema politico italiano.
Si cercò di risolvere la questione, molto delicata, dell’assetto
di un nuovo sistema partitico attraverso la modifica del sistema elettorale,
puntando su di un sistema misto maggioritario (75%) proporzionale (25%) attraverso
il quale si pensava di provocare il meccanismo dell’alternanza all’interno di
un sostanziale bipolarismo.
Ci furono, almeno in due tornate elettorali 1996 e 2001,
momenti di assestamento nella direzione voluta del bipolarismo, ma due fenomeni
diversi ma convergenti resero del tutto inefficace quel risultato: la
personalizzazione della politica con l’entrata in campo del partito del “leader”
e la formazione di coalizioni, necessarie per vincere le elezioni, ma del tutto
frastagliate e perfino stravaganti nella loro composizione.
Si ebbero comunque due risultati resi ancora più evidenti
dal successivo passaggio di modifica del sistema elettorale nel senso del
premio di maggioranza e delle liste bloccate: l’estensione del processo di
personalizzazione della politica e l’accentuazione del fenomeno, all’interno
dei partiti, di un “ceto politico” beneficiato fuori misura dal punto di vista
economico e dello “status”.
L’emergere del fenomeno dell’espansione del debito pubblico,
la lievitazione in quest’ambito dei cosiddetti costi della politica, il fiorire
in questo senso di scandali più o meno clamorosi, il rapido declino delle
formule politiche, il peso delle condizioni di politica economica imposto dalle
scelte dell’Unione Europea, le stesse vicende personali di Berlusconi hanno poi
portato il sistema a una situazione di vero e proprio “sfibramento” al quale si
è cercato di rispondere, nel 2011, attraverso l’accentuazione del meccanismo
decisionista attraverso una forte accentuazione di ruolo da parte del
Presidente della Repubblica posta ai limiti se non oltre lo stesso dettato
Costituzionale, e il passaggio a una fase di egemonia della cosiddetta “tecnocrazia”
o “governo degli ottimati”, il cui proseguimento fu dovuto anche dall’esito
delle elezioni del 2013, condizionato dall’esplosione di un’aggregazione di
tipo sostanzialmente anti-politico raccolta attorno al Movimento 5 Stelle
arrivato al 25% dei voti, in un quadro da ricordare di crescita esponenziale
dell’astensionismo, sempre confermata di elezione in elezione.
In quelle condizioni appariva davvero difficile definire il
sistema politico italiano (Ilvo Diamanti intitolò il suo libro di analisi sul
risultato elettorale del 2013 “Il salto nel voto”).
La risposta è venuta attraverso il compimento di due fenomeni
pressoché concomitanti: il primo quello della sparizione dei corpi intermedi
(partiti, sindacati, associazioni categoriali e quant’altro) ormai incapaci di
svolgere quella funzione, spiegata a suo tempo con grande accuratezza da
Norberto Bobbio, di” porsi tra il mondo del lavoro, la società e l’organizzazione
del potere monopolizzando l’arena di scambio ponendosi al centro di essa con
funzione mediatrice” e il secondo quello del riempimento definitivo di questo
vuoto con l’immagine personale del leader.
Su questa base è stato commesso il grave errore di aprire la
strada alle cosiddette “primarie” nell’intento di offrire una sponda a una
falsa democratizzazione del sistema e in realtà, invece,fornendo il varco alla
soluzione autoritaria del “Capo” che crea il consenso in precedenza alla
proposizione politica.
L’adeguamento immediato del sistema dei media a questo stato
di cose ha rappresentato l’elemento decisivo per il suo successo e adesso
davvero il sistema è polarizzato attorno ad una figura e al suo partito
trasformato rapidamente in una serie di successivi “cerchi magici” collegati
tra loro da una distribuzione successiva di fette di potere.
Naturalmente fuori da questo discorso rimane la materialità
del potere economico, l’obiettivo di soffocare completamente le istanze
sociali, l’allargamento esponenziale delle diseguaglianze, l’allineamento ai
poteri forti in Italia e fuori d’Italia, in Europa e fuori d’Europa: obiettivi
che rimangono intatti in mano agli eterni ceti dominanti rappresentativi del
capitalismo.
Certo è che il meccanismo della “polarizzazione” intuito da
Farneti si sta concretamente realizzando e qualsivoglia tentativo di
condizionamento dall’interno non avrà per ora altro esito che quello di
rafforzare ulteriormente il potere costituito fornendogli anche l’alibi delle
false opposizioni nell’ambito dell’esplicitazione di un altro importante
concetto: quello della “coalizione dominante”.
E’ necessario, invece, un’opposizione “di sistema”, che
prenda atto di dover fronteggiare un “partito unico” al di là dell’apparente
mantenimento di una pluralità di facciata: un’opposizione che prima di tutto
affondi le sue radici sulla materialità delle lotte sociali, ma che sappia
anche costruire una nuova teoria sul terreno delle relazioni riguardanti il
sistema politico.
Un cammino lungo e duro da compiere: sarebbe già importante,
adesso come adesso, non coltivare illusioni e riconoscere subito la realtà
dello scontro che dovremmo apprestarci a sostenere.
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