domenica 27 luglio 2014

SENATO: GLI ITALIANI NON MERITANO DI ESSERE IMBROGLIATI. di Gim Cassano



Penso che sia una cosa utile, dopo quanto sta avvenendo in questi giorni al Senato, riportare l’attenzione ai principii ed alle questioni di fondo che riguardano sia il merito della questione, che il metodo. Anzi, i metodi ai quali stiamo assistendo costituiscono essi stessi, in quanto derivati da una ben precisa concezione della politica, una premessa delle questioni di merito.
Intanto, siamo di fronte all’anomalia della presenza di due maggioranze che parzialmente si sovrappongono: una è uellaquellaquella che formalmente governa, ed esprime ministri, viceministri, e sottosegretari; l’altra è quella che decide e governa in realtà e senza bisogno di ministri: quella costituitasi col patto del Nazzareno, e dalla quale la prima delle due maggioranze ha avuto una sorta di procura speciale ad adempiere. Si fa quindi passare l’abnorme concezione che non sia legittimo mettere in discussione gli effetti del Nazzareno senza di fatto collocarsi fuori dalla maggioranza di governo e, per chi faccia parte del PD, senza collocarsene al di fuori. Su modifiche costituzionali di tal portata, dovrebbero essere invece tenuti distinti i ruoli di governo, che riguardano la sola maggioranza che lo sostiene ed il programma specifico su cui questo si è formato, dalle posizioni riguardanti la modifica dell’assetto istituzionale del paese, che riguardano questioni di principio e di fondo sulle quali è legittima, anzi doverosa, l’assunzione di posizioni dettate dalle proprie convinzioni, e che non possono esser coartate in patti di maggioranza che rispondono ad altre esigenze. Il tutto si rafforza poi col ricorrente ricatto del ricorso alle urne.

Ora, non si può assolutamente sostenere che il complesso delle riforme che, una dopo l’altra, ci sono state snocciolate come effetto del patto del Nazzareno pecchi di incoerenza. Queste (legge elettorale per la Camera, della quale in questa sede dico molto poco, riduzione a meno di un terzo del numero dei senatori, limitazione delle competenze del Senato, sua non elettività, limitazioni alla possibilità di esercizio diretto della volontà popolare attraverso referendum abrogativi e progetti di legge di iniziativa popolare) disegnano un insieme coerente che di fatto, anche se per pudore ciò non viene dichiarato, affida all’Esecutivo il controllo delle funzioni parlamentari, ivi compresa la nomina di Organi di Garanzia quali la Presidenza della Repubblica e la Corte Costituzionale.

Senza la riforma del Senato come originata dal patto del Nazzareno, questo sistema sarebbe zoppo.
E, cosa non adeguatamente valutata da molti, dei tre cardini della riforma del Senato: 1-riduzione del numero dei membri; 2-non elettività; 3-riduzione delle competenze, il primo non è affatto di secondaria importanza.
Propagandata ad uso degli allocchi come uno strumento di moralizzazione e di ridimensionamento della casta, la riduzione a meno di un terzo del numero dei senatori (da 315 a 100) restando inalterato il numero dei deputati, fa sì che senatori passino da 1/3 a meno di 1/6 del numero dei deputati, con la conseguenza di divenire irrilevanti in qualsiasi riunione comune delle due Camere, come quelle per eleggere Presidente della Repubblica e Corte Costituzionale.
In altre parole, alla maggioranza che, in virtù del premio di maggioranza previsto dall’Italicum, si troverà a disporre  di 340 deputati, occorreranno solo 26 senatori per ottenere la maggioranza assoluta del plenum Camera +Senato, e poter nominare quindi il Presidente della Repubblica. Tradotto in italiano, ciò significa che chi disponga del 37% dei voti utili alle elezioni della Camera dei Deputati (e cioè rappresenti meno del 25% degli aventi diritto al voto), e che riesca ad ottenere il consenso di almeno 26 pseudosenatori su 100, non solo governa, ma anche nomina persone di propria fiducia a giudicare sulla legittimità delle leggi e sull’ammissibilità dei referendum, a sciogliere il Parlamento, ad affidare l’incarico di formare il Governo, a concedere le grazie, a presiedere il CSM, e via dicendo.

Il quadro si perfeziona, comunque, con la sottrazione alla volontà popolare della nomina dei Senatori, riducendo il Senato della Repubblica ad essere espressione di caciccati locali e di un ceto politico che, non solo al Sud, ha dato pessima prova (Galan, Formigoni, Cota, docunt).  Anche questo è un tassello importante del progetto. Essendo infatti non proponibile anche per il Senato un sistema elettorale modellato su quello dei deputati, occorreva mettersi al sicuro contro l’emergere da un eventuale voto popolare per il Senato di possibili maggioranze difformi da quelle della Camera. L’antidoto a questo rischio è stato individuato nella trasformazione dell’elezione dei pseudosenatori in un sistema in base al quale, verosimilmente, si cercherà preventivamente un accordo nazionale a tavolino mirante ad accontentare un po’ tutti, mantenendo però una maggioranza omogenea a quella di governo, al quale farà seguito una pluralità di souks regionali nei quali si scambieranno favori e voti. E, anche in questo caso, si agita, e sempre ad uso di chi finge di non vedere, la favoletta che questo sistema consente, non retribuendo almeno una parte dei cosiddetti senatori, di ridurre i costi della politica.

Da ultimo, a completare e blindare la stabilità della controriforma, arriva la limitazione dei poteri del Senato, anch’essa oggetto di mistificazione, venendo contrabbandata per quel superamento del bicameralismo perfetto che molti, in una logica di razionalizzazione ed aggiornamento della Costituzione, considerano utile.
A questo proposito, occorre considerare come, se è vero che in nessuno dei sistemi bicamerali oggi esistenti vige un bicameralismo perfetto, (tranne in Francia, dove le due Camere hanno sostanzialmente gli stessi poteri, anche se il vivo del dibattito politico si svolge alla Camera), è anche vero che in tutti i sistemi bicamerali sussiste una differenza di attribuzioni di competenze tra le due Camere fondata sul mantenimento, per ognuna di esse, di alcune competenze specifiche: valga il caso degli USA, dove il Senato ha, in via esclusiva, competenza sulla politica estera ed alcune funzioni di garanzia; o il caso tedesco, dove il Bundesrat ha competenza sulle politiche europee, e si differenzia dal Bundestag per il fatto che i suoi membri ricevono un mandato imperativo dai Lander dei quali sono espressione.

Da noi, non avverrebbe nulla del genere: sotto la incerta e fumosa affermazione che il Senato dovrebbe occuparsi dei rapporti tra Stato e Regioni (ma non esiste per ciò l’apposita Conferenza?), in sostanza si disegna un pseudo Senato: una sorta di camera di serie B, che non avrebbe alcuna competenza esclusiva, ma solo alcune, e limitate, delle competenze della Camera dei Deputati. Un Senato del genere è assolutamente inutile; non avendo alcuna pratica ed esclusiva funzione, ed essendo ininfluente, come visto, anche per quanto riguarda la nomina del Presidente della Repubblica e dei Giudici Costituzionali, non potrà svolgere alcun ruolo in un sistema di “checks and balances”. E allora, se davvero si voleva sostenere, del tutto inappropriatamente, il fatto che la riduzione del numero dei parlamentari fosse la strada maestra per la riduzione dei costi della politica, allora sarebbe stato meglio o abolire del tutto una sorta di inutile Camera di serie B, o altrimenti ridurre proporzionalmente in egual misura deputati e senatori. Ma questo, per le ragioni dette sopra, non si poteva fare.

Il pacchetto delle cosiddette “riforme”, si presenta quindi con una sua interna coerenza; ma questa non è quella della riduzione dei costi della politica, né quella del miglioramento dell’efficienza; è invece finalizzata ad incrementare il potere dell’Esecutivo e delle oligarchie che lo esprimono ed a sottrarre quanto più è possibile questo potere ad ogni forma di controlli: sia che questi risiedano nell’applicazione del principio del bilanciamento e contrapposizione tra Istituzioni dello Stato, tipico della tradizione del parlamentarismo liberale; sia che questi risiedano nel controllo democratico dal basso, tipico della tradizione democratica.
Non si vengono quindi a contraddire solo aspetti della nostra Costituzione per nulla marginali, e che non possono essere affatto considerati come separabili dai principii ai quali essa è stata conformata; ma, pur prescindendo dalla Costituzione Repubblicana, ci si incammina per una strada che, anche su questo punto, non ci avvicina, ma ci allontana da quei percorsi sui quali si sono sviluppate le democrazie parlamentari.

Su questo percorso, con l’attivo sostegno di un’informazione poco libera e per nulla indipendente e con la benevola attesa di settori dell’economia e della finanza che vedono più rassicuranti prospettive nell’affermarsi di un’oligarchia tecnocratica e nella definitiva uscita di scena della sinistra che nell’uscita del Paese dalla crisi, si sta consumando una mistificazione colossale. Questa porta a propinare agli italiani, anche a quelli che, vedendovi il “rottamatore” della casta, avevano dato il loro sostegno prima a Renzi, e poi al PD, una sorta di polpetta avvelenata.che, lungi dal rottamare la casta, la rafforza; e che, in quanto a rottamazioni, si limita a rottamare la democrazia.
Cardini di un imbroglio culturale e concettuale degno di Vanna Marchi sono la pretesa inaccettabile di definire come riformismo uno svilimento della democrazia, nel merito e nei metodi, che fa seguito ad un ventennio di continui e reiterati attacchi alla Costituzione, facenti perno sul concetto -tipico di tutti gli autoritarismi- che regole e garanzie democratiche siano inutilmente costosi e di ostacolo, anzichè di supporto, ad efficaci processi decisionali.
Naturalmente, tacendo sul fatto, chiaro ad ogni osservatore disinteressato, come lo sono molti osservatori stranieri delle nostre cose che, sia l’inefficacia e la lentezza dei nostri processi decisionali, che l’abnorme occupazione di potere e gli indecorosi costi della politica, non trovano la loro origine nelle forme istituzionali, quanto nella    coartazione che a queste è stata apportata da partiti trasformatisi da strumenti di lotta politica in mezzi per l’occupazione del potere.
Populisticamente, per andar incontro allo spirito dei tempi ed a ragionamenti che si ascoltano in ogni bar d’Italia, si agitano, come specchietti per le allodole, ragionamenti inconsistenti di razionalizzazione, semplificazione e riduzione dei costi, mascherando i reali contenuti del pseudo-riformismo di Renzi: la trasformazione della Repubblica in senso oligarchico, l’affidare all’Esecutivo il controllo del Parlamento e degli Organi di Garanzia, il sottrarre ai cittadini il diritto di stabilire chi debba rappresentarli.

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Sarebbe stato ragionevole supporre che una trasformazione di tal portata fosse stata l’oggetto di un ampio dibattito pubblico, nelle e tra le forze politiche (non chiamiamole partiti, perché tali non sono), e nel Parlamento. Nulla di tutto ciò. Gli accordi del Nazzareno, non noti nella loro interezza se non ai contraenti di una sorta di Patto di Sindacato sulle sorti della Repubblica, sono stati via via snocciolati secondo criteri di opportunità politica; come tali, ed in quanto accordi già definiti e non suscettibili di discussione, sono stati imposti dal neosegretario al suo partito, e poi, per quanto riguarda la modifica della legge elettorale, nelle Commissioni e nell’aula di Montecitorio. Ora, per la legge di modifica costituzionale, si vuol procedere nello stesso modo al Senato.
Se l’aver presentato oltre 7000 emendamenti ha certamente rappresentato una forzatura, anche inutile, che di fatto preclude la possibilità di una discussione approfondita, occorre dire che, checchè ne dica il Presidente Napilitano, né discussione, né confronti, sono mai stati cercati, per bocca dello stesso Presidente del Consiglio, che ha dichiarato “piaccia o non piaccia, le riforme le faremo”.
Ma quel che è gravemente sintomatico di un metodo che, come detto sopra, precorre la sostanza del merito, è che di fronte a questi si sia gridato allo scandalo e, pena il contingentamento dei tempi della discussione (che poi è avvenuto, limitando a 20 ore il tempo a disposizione dei gruppi per la discussione: circa 4 ore a disposizione delle opposizioni), si è invitata l’opposizione non solo a ridurne il numero, ma anche a ridurre il proprio ruolo alla proposta di modifiche costruttive e, a giudizio della maggioranza, tali da non stravolgere l’impianto complessivo della riforma.

A questo proposito, non è inopportuno ricordare come tutta la storia del moderno parlamentarismo ha sempre riconosciuto l’ostruzionismo parlamentare come un’arma legittima in mano alle minoranze per potere essere almeno ascoltate; arma alla quale una maggioranza solida e coesa può benissimo far fronte col ricorso a regolamenti, ma senza impedire la discussione. Discussione che peraltro, trattandosi di norme di grande rilevanza costituzionale e che riguarda la vita democratica del Paese per i prossimi (speriamo pochi, a questo punto) anni,  non può essere costretta entro i termini di una data fissa ed in poche ore di dibattito, come se si trattasse della conversione in legge di un decreto di urgenza.
Si può fare un confronto con l’esercizio del diritto di sciopero: anch’esso è riconosciuto come facente parte dei diritti fondamentali che una qualsiasi democrazia riconosce, in quanto strumento legittimo a disposizione della parte debole per ridurre la propria condizione di debolezza nei confronti della parte forte. Al quale, la parte più forte non può, negli ordinamenti democratici, rispondere con la serrata. Ebbene, il contingentamento dei tempi equivale all’aver risposto con la serrata ad uno sciopero, forse troppo “pesante”, ma che trovava fondate motivazioni nella non volontà di discutere alcunchè di significativo.
Preoccupazione costante di tutto lo sviluppo del pensiero democratico, dalla fine del ‘700 in avanti, è stata infatti quella di evitare la cosiddetta “dittatura della maggioranza”, e quella di tutelare i diritti di minoranze e parti deboli; e tale preoccupazione fu ben presente alla nostra Assemblea Costituente che, per diretta esperienza, di dittature ne sapeva qualcosa. E che, vedendo chiaramente i rischi di una Costituzione “debole”, volle assicurarsi che un 1922 ed i conseguenti successivi passaggi del 1923 (Legge Acerbo), 1925 (esautorazione del Parlamento), 1935-40 (aggressione all’Etiopia, alla Spagna, all’Albania, leggi razziali, entrata in guerra al fianco di Hitler), mai più avessero a ripetersi. Ed oggi, in poche ore di discussione, si vuol liquidare un impianto lungamente meditato, e da figure di ben altra statura morale, culturale e politica. Da Croce e Calamandrei, siamo passati alla Boschi ed a Verdini. Allegria.

In realtà, la fretta e la superficialità con la quale si vuole a tutti i costi approvare entro pochi giorni, in prima lettura, il provvedimento, nascondono una convinzione ed una preoccupazione. La convinzione che, come avviene per  ogni azione della quale si teme di doversi vergognare di fronte alla propria coscienza ed alla propria storia, meno se ne parla e prima si chiude la faccenda, e meglio è; la preoccupazione è quella che, quanto più e più a lungo se ne discuta, tanti più possano essere i ripensamenti ed i distinguo da parte di Senatori che, da parti diverse, comincino a domandarsi a quale razza di scempio essi stiano per consentire.
Di conseguenza, scomparsa ogni ragionevolezza, si è fatta strada una cieca, più che miope, fretta.
Chi pensava di poter sfuggire alla drammaticità ed alla radicalità di una scelta, è servito. Quanto è avvenuto oggi in Senato, prima, durante e dopo la conferenza dei capigruppo che ha stabilito il contingentamento dei tempi per la discussione lo dimostra ampiamente. Lo dimostrano le insulse parole di un ministro che si permette di apostrofare come “allucinati” coloro che parlano di tendenze autoritarie. Lo dimostra un Presidente del Consiglio che, come detto all’inizio, lega le sorti del suo governo a quelle del patto del Nazzareno, e scimmiotta ripetutamente i “noi tireremo diritto” che campeggiavano sui muri d’Italia un’ottantina di anni fa.

E lo dimostra il fatto che i parlamentari dell’opposizione non abbiano avuto altra scelta che quella di recarsi al Quirinale per far presente al Segretario Generale Marra (il Presidente della Repubblica, in partenza per la Val Pusteria, a quanto pare, era leggermente indisposto) un’intollerabile situazione di prevaricazione e di compressione della propria funzione di opposizione. Concettualmente simile, appunto, ad una serrata.

Tale è lo stato delle cose. Sarebbe opportuno che tutti quei parlamentari che, pur prescindendo dal modo col quale sono stati eletti, ritengano loro compito primario quello di rappresentare gli italiani e non le segreterie dei rispettivi partiti, facciano una serena valutazione dei costi e dei benefici di una tale riforma: non dal punto di vista delle opportunità personali o del gruppo di appartenenza, ma da quello dell’interesse generale del Paese. E sarebbe quantomeno opportuno se, in base ad un criterio di ragionevolezza, si presentasse agli italiani un dibattito approfondito, serio, e privo di falsità.
In fin dei conti, non ritengo si possa, né si debba, portare rispetto e stima a chi impone, in virtù di un patto stipulato segretamente ed al di fuori del Parlamento, e senza sostanziale discussione, una profonda trasformazione dell’ordinamento in senso oligarchico presentandola agli italiani come riformismo e razionalizzazione del sistema istituzionale, e senza prendersi neanche la responsabilità di rappresentarla per quel che è. Una stima ancor minore va riservata a chi per opportunismo, e non per convinzione, vi si piega
Quali che possano essere i loro difetti, gli italiani non meritano di essere imbrogliati in questo modo.





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