Penso
che sia una cosa utile, dopo quanto sta avvenendo in questi giorni al Senato,
riportare l’attenzione ai principii ed alle questioni di fondo che riguardano
sia il merito della questione, che il metodo. Anzi, i metodi ai quali stiamo
assistendo costituiscono essi stessi, in quanto derivati da una ben precisa
concezione della politica, una premessa delle questioni di merito.
Intanto,
siamo di fronte all’anomalia della presenza di due maggioranze che parzialmente
si sovrappongono: una è quella
che formalmente governa, ed esprime ministri, viceministri, e sottosegretari;
l’altra è quella che decide e governa in realtà e senza bisogno di ministri:
quella costituitasi col patto del Nazzareno, e dalla quale la prima delle due
maggioranze ha avuto una sorta di procura speciale ad adempiere. Si fa quindi
passare l’abnorme concezione che non sia legittimo mettere in discussione gli
effetti del Nazzareno senza di fatto collocarsi fuori dalla maggioranza di
governo e, per chi faccia parte del PD, senza collocarsene al di fuori. Su
modifiche costituzionali di tal portata, dovrebbero essere invece tenuti
distinti i ruoli di governo, che riguardano la sola maggioranza che lo sostiene
ed il programma specifico su cui questo si è formato, dalle posizioni
riguardanti la modifica dell’assetto istituzionale del paese, che riguardano
questioni di principio e di fondo sulle quali è legittima, anzi doverosa, l’assunzione
di posizioni dettate dalle proprie convinzioni, e che non possono esser
coartate in patti di maggioranza che rispondono ad altre esigenze. Il tutto si
rafforza poi col ricorrente ricatto del ricorso alle urne.
Ora,
non si può assolutamente sostenere che il complesso delle riforme che, una dopo
l’altra, ci sono state snocciolate come effetto del patto del Nazzareno pecchi
di incoerenza. Queste (legge elettorale per la Camera, della quale in questa
sede dico molto poco, riduzione a meno di un terzo del numero dei senatori,
limitazione delle competenze del Senato, sua non elettività, limitazioni alla
possibilità di esercizio diretto della volontà popolare attraverso referendum
abrogativi e progetti di legge di iniziativa popolare) disegnano un insieme coerente
che di fatto, anche se per pudore ciò non viene dichiarato, affida
all’Esecutivo il controllo delle funzioni parlamentari, ivi compresa la nomina
di Organi di Garanzia quali la Presidenza della Repubblica e la Corte
Costituzionale.
Senza
la riforma del Senato come originata dal patto del Nazzareno, questo sistema
sarebbe zoppo.
E,
cosa non adeguatamente valutata da molti, dei tre cardini della riforma del
Senato: 1-riduzione del numero dei membri; 2-non elettività; 3-riduzione delle
competenze, il primo non è affatto di secondaria importanza.
Propagandata
ad uso degli allocchi come uno strumento di moralizzazione e di
ridimensionamento della casta, la riduzione a meno di un terzo del numero dei
senatori (da 315 a 100) restando inalterato il numero dei deputati, fa sì che
senatori passino da 1/3 a meno di 1/6 del numero dei deputati, con la
conseguenza di divenire irrilevanti in qualsiasi riunione comune delle due
Camere, come quelle per eleggere Presidente della Repubblica e Corte Costituzionale.
In
altre parole, alla maggioranza che, in virtù del premio di maggioranza previsto
dall’Italicum, si troverà a disporre di
340 deputati, occorreranno solo 26 senatori per ottenere la maggioranza
assoluta del plenum Camera +Senato, e poter nominare quindi il Presidente della
Repubblica. Tradotto in italiano, ciò significa che chi disponga del 37% dei
voti utili alle elezioni della Camera dei Deputati (e cioè rappresenti meno del
25% degli aventi diritto al voto), e che riesca ad ottenere il consenso di
almeno 26 pseudosenatori su 100, non solo governa, ma anche nomina persone di
propria fiducia a giudicare sulla legittimità delle leggi e sull’ammissibilità
dei referendum, a sciogliere il Parlamento, ad affidare l’incarico di formare
il Governo, a concedere le grazie, a presiedere il CSM, e via dicendo.
Il
quadro si perfeziona, comunque, con la sottrazione alla volontà popolare della
nomina dei Senatori, riducendo il Senato della Repubblica ad essere espressione
di caciccati locali e di un ceto politico che, non solo al Sud, ha dato pessima
prova (Galan, Formigoni, Cota, docunt).
Anche questo è un tassello importante del progetto. Essendo infatti non
proponibile anche per il Senato un sistema elettorale modellato su quello dei
deputati, occorreva mettersi al sicuro contro l’emergere da un eventuale voto
popolare per il Senato di possibili maggioranze difformi da quelle della
Camera. L’antidoto a questo rischio è stato individuato nella trasformazione
dell’elezione dei pseudosenatori in un sistema in base al quale,
verosimilmente, si cercherà preventivamente un accordo nazionale a tavolino
mirante ad accontentare un po’ tutti, mantenendo però una maggioranza omogenea
a quella di governo, al quale farà seguito una pluralità di souks regionali nei
quali si scambieranno favori e voti. E, anche in questo caso, si agita, e
sempre ad uso di chi finge di non vedere, la favoletta che questo sistema
consente, non retribuendo almeno una parte dei cosiddetti senatori, di ridurre
i costi della politica.
Da
ultimo, a completare e blindare la stabilità della controriforma, arriva la
limitazione dei poteri del Senato, anch’essa oggetto di mistificazione, venendo
contrabbandata per quel superamento del bicameralismo perfetto che molti, in
una logica di razionalizzazione ed aggiornamento della Costituzione,
considerano utile.
A
questo proposito, occorre considerare come, se è vero che in nessuno dei
sistemi bicamerali oggi esistenti vige un bicameralismo perfetto, (tranne in
Francia, dove le due Camere hanno sostanzialmente gli stessi poteri, anche se
il vivo del dibattito politico si svolge alla Camera), è anche vero che in
tutti i sistemi bicamerali sussiste una differenza di attribuzioni di
competenze tra le due Camere fondata sul mantenimento, per ognuna di esse, di
alcune competenze specifiche: valga il caso degli USA, dove il Senato ha, in
via esclusiva, competenza sulla politica estera ed alcune funzioni di garanzia;
o il caso tedesco, dove il Bundesrat ha competenza sulle politiche europee, e
si differenzia dal Bundestag per il fatto che i suoi membri ricevono un mandato
imperativo dai Lander dei quali sono espressione.
Da
noi, non avverrebbe nulla del genere: sotto la incerta e fumosa affermazione
che il Senato dovrebbe occuparsi dei rapporti tra Stato e Regioni (ma non
esiste per ciò l’apposita Conferenza?), in sostanza si disegna un pseudo
Senato: una sorta di camera di serie B, che non avrebbe alcuna competenza
esclusiva, ma solo alcune, e limitate, delle competenze della Camera dei
Deputati. Un Senato del genere è assolutamente inutile; non avendo alcuna
pratica ed esclusiva funzione, ed essendo ininfluente, come visto, anche per
quanto riguarda la nomina del Presidente della Repubblica e dei Giudici
Costituzionali, non potrà svolgere alcun ruolo in un sistema di “checks and
balances”. E allora, se davvero si voleva sostenere, del tutto
inappropriatamente, il fatto che la riduzione del numero dei parlamentari fosse
la strada maestra per la riduzione dei costi della politica, allora sarebbe
stato meglio o abolire del tutto una sorta di inutile Camera di serie B, o
altrimenti ridurre proporzionalmente in egual misura deputati e senatori. Ma
questo, per le ragioni dette sopra, non si poteva fare.
Il
pacchetto delle cosiddette “riforme”, si presenta quindi con una sua interna
coerenza; ma questa non è quella della riduzione dei costi della politica, né
quella del miglioramento dell’efficienza; è invece finalizzata ad incrementare
il potere dell’Esecutivo e delle oligarchie che lo esprimono ed a sottrarre
quanto più è possibile questo potere ad ogni forma di controlli: sia che questi
risiedano nell’applicazione del principio del bilanciamento e contrapposizione
tra Istituzioni dello Stato, tipico della tradizione del parlamentarismo
liberale; sia che questi risiedano nel controllo democratico dal basso, tipico
della tradizione democratica.
Non
si vengono quindi a contraddire solo aspetti della nostra Costituzione per
nulla marginali, e che non possono essere affatto considerati come separabili
dai principii ai quali essa è stata conformata; ma, pur prescindendo dalla Costituzione
Repubblicana, ci si incammina per una strada che, anche su questo punto, non ci
avvicina, ma ci allontana da quei percorsi sui quali si sono sviluppate le
democrazie parlamentari.
Su
questo percorso, con l’attivo sostegno di un’informazione poco libera e per
nulla indipendente e con la benevola attesa di settori dell’economia e della
finanza che vedono più rassicuranti prospettive nell’affermarsi di
un’oligarchia tecnocratica e nella definitiva uscita di scena della sinistra
che nell’uscita del Paese dalla crisi, si sta consumando una mistificazione
colossale. Questa porta a propinare agli italiani, anche a quelli che,
vedendovi il “rottamatore” della casta, avevano dato il loro sostegno prima a Renzi,
e poi al PD, una sorta di polpetta avvelenata.che, lungi dal rottamare la
casta, la rafforza; e che, in quanto a rottamazioni, si limita a rottamare la
democrazia.
Cardini
di un imbroglio culturale e concettuale degno di Vanna Marchi sono la pretesa
inaccettabile di definire come riformismo uno svilimento della democrazia, nel
merito e nei metodi, che fa seguito ad un ventennio di continui e reiterati
attacchi alla Costituzione, facenti perno sul concetto -tipico di tutti gli
autoritarismi- che regole e garanzie democratiche siano inutilmente costosi e
di ostacolo, anzichè di supporto, ad efficaci processi decisionali.
Naturalmente,
tacendo sul fatto, chiaro ad ogni osservatore disinteressato, come lo sono
molti osservatori stranieri delle nostre cose che, sia l’inefficacia e la
lentezza dei nostri processi decisionali, che l’abnorme occupazione di potere e
gli indecorosi costi della politica, non trovano la loro origine nelle forme
istituzionali, quanto nella
coartazione che a queste è stata apportata da partiti trasformatisi da
strumenti di lotta politica in mezzi per l’occupazione del potere.
Populisticamente,
per andar incontro allo spirito dei tempi ed a ragionamenti che si ascoltano in
ogni bar d’Italia, si agitano, come specchietti per le allodole, ragionamenti
inconsistenti di razionalizzazione, semplificazione e riduzione dei costi,
mascherando i reali contenuti del pseudo-riformismo di Renzi: la trasformazione
della Repubblica in senso oligarchico, l’affidare all’Esecutivo il controllo del
Parlamento e degli Organi di Garanzia, il sottrarre ai cittadini il diritto di
stabilire chi debba rappresentarli.
* *
*
Sarebbe
stato ragionevole supporre che una trasformazione di tal portata fosse stata
l’oggetto di un ampio dibattito pubblico, nelle e tra le forze politiche (non
chiamiamole partiti, perché tali non sono), e nel Parlamento. Nulla di tutto
ciò. Gli accordi del Nazzareno, non noti nella loro interezza se non ai
contraenti di una sorta di Patto di Sindacato sulle sorti della Repubblica,
sono stati via via snocciolati secondo criteri di opportunità politica; come
tali, ed in quanto accordi già definiti e non suscettibili di discussione, sono
stati imposti dal neosegretario al suo partito, e poi, per quanto riguarda la
modifica della legge elettorale, nelle Commissioni e nell’aula di Montecitorio.
Ora, per la legge di modifica costituzionale, si vuol procedere nello stesso
modo al Senato.
Se l’aver
presentato oltre 7000 emendamenti ha certamente rappresentato una forzatura, anche
inutile, che di fatto preclude la possibilità di una discussione approfondita,
occorre dire che, checchè ne dica il Presidente Napilitano, né discussione, né
confronti, sono mai stati cercati, per bocca dello stesso Presidente del
Consiglio, che ha dichiarato “piaccia o non piaccia, le riforme le faremo”.
Ma
quel che è gravemente sintomatico di un metodo che, come detto sopra, precorre
la sostanza del merito, è che di fronte a questi si sia gridato allo scandalo
e, pena il contingentamento dei tempi della discussione (che poi è avvenuto,
limitando a 20 ore il tempo a disposizione dei gruppi per la discussione: circa
4 ore a disposizione delle opposizioni), si è invitata l’opposizione non solo a
ridurne il numero, ma anche a ridurre il proprio ruolo alla proposta di
modifiche costruttive e, a giudizio della maggioranza, tali da non stravolgere
l’impianto complessivo della riforma.
A
questo proposito, non è inopportuno ricordare come tutta la storia del moderno
parlamentarismo ha sempre riconosciuto l’ostruzionismo parlamentare come
un’arma legittima in mano alle minoranze per potere essere almeno ascoltate;
arma alla quale una maggioranza solida e coesa può benissimo far fronte col
ricorso a regolamenti, ma senza impedire la discussione. Discussione che peraltro,
trattandosi di norme di grande rilevanza costituzionale e che riguarda la vita
democratica del Paese per i prossimi (speriamo pochi, a questo punto) anni, non può essere costretta entro i termini di
una data fissa ed in poche ore di dibattito, come se si trattasse della
conversione in legge di un decreto di urgenza.
Si
può fare un confronto con l’esercizio del diritto di sciopero: anch’esso è
riconosciuto come facente parte dei diritti fondamentali che una qualsiasi
democrazia riconosce, in quanto strumento legittimo a disposizione della parte
debole per ridurre la propria condizione di debolezza nei confronti della parte
forte. Al quale, la parte più forte non può, negli ordinamenti democratici,
rispondere con la serrata. Ebbene, il contingentamento dei tempi equivale
all’aver risposto con la serrata ad uno sciopero, forse troppo “pesante”, ma
che trovava fondate motivazioni nella non volontà di discutere alcunchè di
significativo.
Preoccupazione
costante di tutto lo sviluppo del pensiero democratico, dalla fine del ‘700 in
avanti, è stata infatti quella di evitare la cosiddetta “dittatura della
maggioranza”, e quella di tutelare i diritti di minoranze e parti deboli; e
tale preoccupazione fu ben presente alla nostra Assemblea Costituente che, per
diretta esperienza, di dittature ne sapeva qualcosa. E che, vedendo chiaramente
i rischi di una Costituzione “debole”, volle assicurarsi che un 1922 ed i
conseguenti successivi passaggi del 1923 (Legge Acerbo), 1925 (esautorazione
del Parlamento), 1935-40 (aggressione all’Etiopia, alla Spagna, all’Albania,
leggi razziali, entrata in guerra al fianco di Hitler), mai più avessero a
ripetersi. Ed oggi, in poche ore di discussione, si vuol liquidare un impianto
lungamente meditato, e da figure di ben altra statura morale, culturale e
politica. Da Croce e Calamandrei, siamo passati alla Boschi ed a Verdini.
Allegria.
In
realtà, la fretta e la superficialità con la quale si vuole a tutti i costi
approvare entro pochi giorni, in prima lettura, il provvedimento, nascondono
una convinzione ed una preoccupazione. La convinzione che, come avviene per ogni azione della quale si teme di doversi
vergognare di fronte alla propria coscienza ed alla propria storia, meno se ne
parla e prima si chiude la faccenda, e meglio è; la preoccupazione è quella che,
quanto più e più a lungo se ne discuta, tanti più possano essere i ripensamenti
ed i distinguo da parte di Senatori che, da parti diverse, comincino a
domandarsi a quale razza di scempio essi stiano per consentire.
Di
conseguenza, scomparsa ogni ragionevolezza, si è fatta strada una cieca, più
che miope, fretta.
Chi
pensava di poter sfuggire alla drammaticità ed alla radicalità di una scelta, è
servito. Quanto è avvenuto oggi in Senato, prima, durante e dopo la conferenza
dei capigruppo che ha stabilito il contingentamento dei tempi per la
discussione lo dimostra ampiamente. Lo dimostrano le insulse parole di un
ministro che si permette di apostrofare come “allucinati” coloro che parlano di
tendenze autoritarie. Lo dimostra un Presidente del Consiglio che, come detto
all’inizio, lega le sorti del suo governo a quelle del patto del Nazzareno, e
scimmiotta ripetutamente i “noi tireremo diritto” che campeggiavano sui muri
d’Italia un’ottantina di anni fa.
E lo
dimostra il fatto che i parlamentari dell’opposizione non abbiano avuto altra
scelta che quella di recarsi al Quirinale per far presente al Segretario
Generale Marra (il Presidente della Repubblica, in partenza per la Val
Pusteria, a quanto pare, era leggermente indisposto) un’intollerabile
situazione di prevaricazione e di compressione della propria funzione di
opposizione. Concettualmente simile, appunto, ad una serrata.
Tale
è lo stato delle cose. Sarebbe opportuno che tutti quei parlamentari che, pur
prescindendo dal modo col quale sono stati eletti, ritengano loro compito
primario quello di rappresentare gli italiani e non le segreterie dei
rispettivi partiti, facciano una serena valutazione dei costi e dei benefici di
una tale riforma: non dal punto di vista delle opportunità personali o del
gruppo di appartenenza, ma da quello dell’interesse generale del Paese. E
sarebbe quantomeno opportuno se, in base ad un criterio di ragionevolezza, si
presentasse agli italiani un dibattito approfondito, serio, e privo di falsità.
In
fin dei conti, non ritengo si possa, né si debba, portare rispetto e stima a
chi impone, in virtù di un patto stipulato segretamente ed al di fuori del
Parlamento, e senza sostanziale discussione, una profonda trasformazione
dell’ordinamento in senso oligarchico presentandola agli italiani come
riformismo e razionalizzazione del sistema istituzionale, e senza prendersi
neanche la responsabilità di rappresentarla per quel che è. Una stima ancor
minore va riservata a chi per opportunismo, e non per convinzione, vi si piega
Quali
che possano essere i loro difetti, gli italiani non meritano di essere
imbrogliati in questo modo.
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