Negli ultimi decenni si è sviluppata in questo paese
una tendenza pericolosa. Per più di trent'anni dopo la seconda guerra
mondiale abbiamo avuto una crescita di cui beneficiavano tutti gli
strati sociali. Poi [con l'era Thatcher-Reagan. NdT]
i benefici hanno cominciato a non essere più di tutti. E dalla fine del
2007, cioè dallo scoppio della Grande Recessione, l'ingiustizia del
sistema economico americano è diventata tanto evidente da non poter più
essere ignorata. Come ha fatto questa nostra "città splendente sulla collina" [il riferimento è al sogno puritano di una nazione giusta e pia sotto Dio. NdT] a diventare il paese avanzato con il massimo livello di disuguaglianza?
Un ramo della discussione straordinariamente ampia
messa in moto dall'uscita del tempestivo e importante libro di Thomas
Piketty, "Il Capitale nel XXI secolo", è imperniato attorno
all'idea che questi estremi di ricchezza e di reddito siano una stretta
conseguenza del sistema capitalistico. Da questo punto di vista dovremmo
considerare i decenni dopo la seconda guerra mondiale - un periodo di
disuguaglianza in rapida diminuzione - come un'aberrazione del sistema.
In realtà questa è una lettura superficiale dell'opera
di Piketty, che è principalmente rivolta a spiegare perché la
disuguaglianza aumenta nel tempo. Purtroppo questa parte della sua
analisi ha ricevuto meno attenzione di quella dedicata all'inevitabilità
della disuguaglianza come conseguenza delle leggi fondamentali del
capitalismo.
Ma oggi la stessa idea che ci siano leggi fondamentali
del capitalismo è in discussione, come è stato dimostrato da una vasta
gamma di interventi a The Great Divide (La grande divisione),
il dibattito che il New York Times ha ospitato per l'ultimo anno e mezzo
e di cui ero moderatore. La dinamica del capitalismo imperiale del XIX
secolo non può essere la stessa delle democrazie del XXI secolo. Non
abbiamo bisogno di così tanta disuguaglianza in America.
Inoltre il capitalismo attuale è una sorta di
surrogato di quello vero. Intendo dire che la nostra risposta alla
Grande Recessione è stata quella di socializzare le perdite e
privatizzare i profitti. Ma in un regime di concorrenza perfetta i
profitti dovrebbero tendere a zero, almeno teoricamente. Invece abbiamo
monopoli e oligopoli che fanno persistentemente elevati profitti e i
loro amministratori delegati godono di redditi in media 295 volte
maggiori di quelli di un lavoratore normale. Si tratta di un rapporto
molto più elevato che in passato, e senza alcuna proporzione con
l'aumento della loro produttività.
E allora, se non sono le leggi inesorabili dell'economia che hanno portato alla grande divisione americana [tra l'1% più ricco e il resto della popolazione. NdT],
che cosa è stato a produrla? La risposta è semplice: la nostra
politica. La gente è stanca di sentir parlare di storie di successo
economico dei paesi scandinavi, quando il nocciolo della questione è
capire come fanno questi paesi a far crescere il proprio reddito pro
capite quanto o meglio degli Stati Uniti pur mantenendo un livello di
uguaglianza di gran lunga maggiore.
Perché l'America ha scelto politiche che favoriscono
l'aumento della disuguaglianza? Parte della risposta è che assieme alla
Seconda Guerra Mondiale abbiamo dimenticato anche la solidarietà che
allora ci univa. L'America ha vinto la guerra fredda perché il suo
modello economico si è rivelato superiore agli altri. Cessata questa
competizione internazionale, non abbiamo più avuto la necessità di
dimostrare che per la maggior parte dei nostri concittadini il nostro
sistema economico manteneva davvero ciò che prometteva.
Ideologia e interessi si sono combinati per produrre
un risultato nefasto. Qualcuno ha tratto la lezione sbagliata dal crollo
del sistema sovietico. Lì c'era stato un'intervento eccessivo del
governo nell'economia, qui c'è n'è troppo poco. Ma sono state le
multinazionali a spingere per sbarazzarsi di ogni regola, anche quando
le regole si erano rivelate essenziali per tutelare e migliorare il
nostro ambiente, la nostra sicurezza, la nostra salute e la stessa
economia.
Che si trattasse di una scelta ideologica ipocrita lo
si è capito quando i banchieri, da sempre tra i più accesi sostenitori
del liberismo economico e contrari a ogni intervento dello stato
nell'economia, si sono mostrati fin troppo disposti ad accettare
centinaia di miliardi di dollari da parte del governo. I salvataggi
bancari sono diventati una caratteristica ricorrente dell'economia
globale sin dall'inizio dell'era Thatcher-Reagan di mercati "liberi" e
di deregolamentazione.
Il fatto è che il sistema politico americano annega
nel denaro, la disuguaglianza economica si traduce in disuguaglianza
politica, e la disuguaglianza politica produce una crescente
disuguaglianza economica. Come riconosce anche lo stesso Piketty questa
crescita indefinita della disuguaglianza deriva dalla possibilità per i
possessori di ricchezza di godere per i propri capitali di un tasso di
rendimento, al netto delle imposte, superiore al tasso di crescita
dell'economia. Come può accadere questo? Attraverso la politica, che,
decidendo le regole del gioco, ha sinora prodotto questo risultato.
Ma com'è che mentre aumenta il benessere delle aziende
diminuisce quello dei poveri? Perché il parlamento sovvenziona gli
agricoltori ricchi ma continua a tagliare i programmi di assistenza
alimentare per coloro che non hanno da mangiare a sufficienza. Oppure
perché si regalano centinaia di miliardi di dollari alle compagnie
farmaceutiche e contemporaneamente si limitano le risorse a disposizione
di Medicaid [programma di assistenza medica per i più bisognosi. NdT].
Le banche che hanno portato all'attuale crisi hanno ricevuto dallo
Stato miliardi, mentre a coloro che hanno perso la casa e alle altre
vittime delle pratiche predatorie delle stesse banche è andata una
miseria. Quest'ultima decisione è stata particolarmente stupida perché
c'erano alternative alla scelta di regalare i soldi alle banche e
limitarsi a sperare che il denaro sarebbe entrato nel circuito economico
attraverso l'incremento nel numero dei prestiti. Ad esempio avremmo
potuto aiutare direttamente i proprietari di casa in difficoltà e le
altre vittime. Questo non solo avrebbe aiutato l'economia, ma avrebbe
avviato una nuova fase di crescita.
Le divisioni che ci separano sono profonde. La
separazione economica e geografica ha reso chi sta al vertice incapace
di percepire i problemi di quelli che stanno alla base. Come i re di una
volta, quelli al vertice considerano un diritto naturale le posizioni
di privilegio di cui godono. Impossibile spiegare altrimenti le recenti
osservazioni del grande finanziere Tom Perkins, che ha affermato che
criticare i privilegi dell'1% era un comportamento da nazisti, o quelle
di Stephen A. Schwarzman, quell'altro titano della finanza che ha
paragonato all'invasione della Polonia da parte di Hitler la richiesta
di tassare i redditi da capitale allo stesso modo dei redditi da lavoro.
Sono state la nostra economia, la nostra democrazia e
la nostra società a pagare il prezzo di queste ingiustizie. Il banco di
prova di un'economia non è la ricchezza accumulata nei paradisi fiscali,
ma il benessere del cittadino medio - tanto più in America, nella cui
auto-immagine è radicata la pretesa di essere la società della grande
classe media. Ma i redditi medi sono oggi più bassi di un quarto di
secolo fa perché l'aumento del reddito è andato prevalentemente a coloro
che già stavano molto, molto in alto, e che oggi si dividono una
percentuale del reddito totale quasi quattro volte maggiore di quella
del 1980. I soldi che sarebbero dovuti percolare verso il basso sembrano
invece essere evaporati al tepore del sole delle isole Cayman.
Con quasi un quarto dei bambini americani di età
inferiore a 5 anni che vive in povertà, e con l'America che fa così poco
per i suoi poveri, le privazioni di una generazione vengono trasmesse
alla generazione seguente. Certo, è vero che mai nessun paese è riuscito
a realizzare una completa uguaglianza di opportunità, ma perché
l'America è, tra i paesi avanzati, quello dove le prospettive di vita
dei giovani sono più fortemente dipendenti dal reddito e dall'istruzione
dei genitori?
Tra le storie più toccanti raccontate e discusse in The Great Divide
ci sono quelle delle frustrazioni dei giovani che vorrebbero entrare a
far parte di una classe media che continua a restringersi. L'aumento
delle tasse universitarie e il calo dei redditi hanno portato a un
grande aumento del peso del debito [nei bilanci delle nuove famiglie. NdT]. Quelli con solo un diploma di scuola superiore hanno visto i loro redditi diminuire del 13% negli ultimi 35 anni.
Anche dove sono in gioco questioni fondamentali di
giustizia c'è un divario che continua ad aumentare, al punto che, agli
occhi del resto del mondo e di una parte significativa della propria
popolazione, l'America è diventato il paese che si segnala per la sua
politica di incarcerazione di massa - siamo un paese, vale la pena
ripeterlo, che col 5% della popolazione mondiale ha circa il 25% dei
detenuti di tutto il mondo.
Il fatto è che la giustizia è diventata una merce che
solo pochi si possono permettere. Infatti i dirigenti di Wall Street
hanno potuto usare avvocati di alto prestigio (e di alto costo) per
garantirsi l'impunità per i crimini che la crisi nel 2008 ha poi così
drammaticamente evidenziato, e le banche hanno usato e abusato del
nostro sistema giuridico per impedire la rinegoziazione dei mutui e per
sfrattare le persone, talvolta anche quelle senza altri debiti.
Più di mezzo secolo fa è stata l'America a fare da
battistrada per la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, poi
approvata dalle Nazioni Unite nel 1948. Oggi che l'accesso alle cure
sanitarie è fra i diritti più universalmente accettati, almeno nei paesi
avanzati, l'America, nonostante il varo dell'Affordable Care Act,
altrimenti noto come Obamacare, è l'eccezione negativa. Siamo diventati
un paese con grandi disuguaglianze nell'accesso alle cure sanitarie,
nell'aspettativa di vita e di stato di salute.
Nel sollievo che molti hanno espresso quando la Corte
Suprema non ha approvato la richiesta di giudicare incostituzionale
l'Affordable Care Act, le implicazioni di quella decisione per la
diffusione di Medicaid non sono state pienamente valutate. Perché in
pratica quelle motivazioni permettono agli Stati di rifiutare i
finanziamenti federali necessari per il raggiungimento completo
dell'obiettivo di Obamacare - che tutti gli americani abbiano accesso
alle cure sanitarie - e quindi di fatto lo ostacolano: sono 24 gli Stati
che hanno deciso di non attuare il programma Medicaid espanso, che era
il mezzo con cui Obamacare avrebbe dovuto garantire l'assistenza
sanitaria ai più poveri.
Non abbiamo bisogno solo di una nuova guerra alla
povertà, ma anche di una guerra per proteggere la classe media. Le
soluzioni a questi problemi non sono strane diavolerie. Anzi, sarebbe
già un buon inizio far funzionare i mercati come mercati. Dobbiamo porre
fine a una società che favorisce le rendite e nella quale i più ricchi
guadagnano dal manipolare per i propri fini il sistema economico.
Il problema della disuguaglianza non è una questione
di corrette tecniche economiche ma di concrete scelte politiche. Far
pagare a quelli che stanno in alto la loro giusta quota di tasse - cioè
porre fine ai privilegi di speculatori, multinazionali e megaricchi - è
sia fattibile che giusto. Far cambiare di segno una politica sinora a
favore dei più avidi non significa avviare una politica basata
sull'invidia. La disuguaglianza non riguarda solo l'aliquota fiscale per
lo scaglione più alto, ma anche l'accesso dei nostri figli al cibo e il
diritto alla giustizia per tutti. Decidendo di spendere di più per
l'istruzione, la sanità e le infrastrutture, rafforziamo la nostra
economia, ora e in futuro. Aver già sentito inutilmente questo
ritornello non significa che dovremmo smettere di provarci.
Abbiamo individuato l'origine del problema: la
crescente disuguaglianza ha determinato la mercificazione della politica
e corrotto la nostra democrazia. Solo come cittadini impegnati siamo
davvero in grado di lottare per un'America più giusta, e possiamo farlo
solo se comprendiamo in profondità le dimensioni della sfida. Non è
troppo tardi per riguadagnare il rispetto del mondo e ritrovare il senso
di chi siamo come nazione. L'aumento e l'aggravamento della
disuguaglianza non dipendono da immutabili leggi economiche, ma sono il
risultato di leggi scritte da noi stessi.
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