A distanza di cent’anni la memoria può giocare brutti
scherzi: nella ridda di celebrazioni in occasione del secolo trascorso dallo
scoppio della prima guerra mondiale sembra essersi smarrita la nozione di
imperialismo che pure fu alla base delle ragioni per le quali si sviluppò quel
gigantesco conflitto.
Nel senso dello smarrimento della memoria si distingue, com’è
ormai sua abitudine, il presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano
che, nei suoi discorsi, sparge a piene mani il sale del nazionalismo: sembra
davvero impossibile che una persona capace di usare questo tipo di retorica sia
stato per decenni ai vertici del Partito Comunista Italiano, un partito nato –
tra l’altro – con l’impronta dell’internazionalismo proletario che pure ne
rappresentò un elemento teorico portante per un lunghissimo periodo, anche
successivamente alla scomparsa di Palmiro Togliatti che fu, è il caso di
ricordarlo, il vicesegretario della III internazionale nel pieno degli anni’30.
E’ il caso quindi di riprenderla questa nozione di
imperialismo anche perché come vedremo meglio essa è tornata, in questo
periodo, di prepotente attualità.
Da ricordare in premessa due punti:
1) La
nozione di “impero” si risolve nella definizione di una forma politica che
associa un comando universale al mantenimento di una varietà di realtà
politiche subordinate. L’idea di impero attraversa la storia politica dell’Occidente
e spesso si presenta quando un’organizzazione politica pare ritrovarsi in una
fase particolarmente critica del proprio sviluppo;
2) Ciò
accadde proprio nel 1914 quando le due forme imperiali presenti sul suolo
europeo: quella coloniale (Francia, Gran Bretagna) e quella fondata sull’imperio
al riguardo delle nazionalità (Imperi Centrali, Impero Russo, Impero Ottomano)
si trovarono proprio a fare i conti con la crisi del proprio sviluppo e
cozzarono fra di loro al fine di stabilire l’indirizzo storico prevalente per
il futuro. L’Impero Russo per ragioni “storiche” si schierò con gli imperi
coloniali ma quello fu un fatto contingente. Tra l’altro la crisi dell’Impero
Russo era ormai arrivata a uno stadio così avanzato che, come tutti ricordano
quella struttura statuale non arrivò al termine del conflitto crollando in
anticipo sotto i colpi della rivoluzione, prima “democratica” e poi bolscevica.
Riprendiamo però il filo della definizione di imperialismo.
L’uso e la diffusione del termine risalgono agli ultimi
decenni del XIX secolo, all’epoca cioè della rapida spartizione fra gli Stati
Europei di buona parte dell’Asia e dell’Africa.
Il dibattito sull’imperialismo si articolò attorno a diverse
possibili interpretazioni del fenomeno, di tipo economico, sociologico,
politico.
Le interpretazioni di carattere economico furono influenzate
dalla dottrina, diffusa nel XIX secolo, della caduta tendenziale del saggio di
profitto dovuta al sottoconsumo secondo gli economisti liberali o alla
crescente composizione organica del capitale secondo l’interpretazione
marxiana.
Nell’interpretazione di un economista appartenente alla
sinistra liberale inglese, J.Hobson la spinta imperialista poteva essere
disinnescata attraverso una serie di interventi volti ad aumentare il potere d’acquisto
delle masse.
Per gli studiosi di scuola marxista il nesso tra capitalismo
e imperialismo si presentava ben più profondo, se non addirittura necessario.
Hilferding, Rosa Luxemburg, Bucharin e Lenin, pur nella
diversità delle loro accentuazioni, notarono come il capitalismo fosse stato
capace di ritardare il suo inevitabile crollo per mezzo dell’espansione
imperiale (sia al riguardo delle colonie, sia rispetto alle nazionalità),
trovando così la strada per far accogliere i prodotti in eccesso e ricevendo
materie prime e mano d’opera a buon mercato.
Fu Lenin a sostenere con maggiore decisione, nel suo “Imperialismo,
fase suprema del capitalismo” (1917) che gli Stati capitalisti erano stati
spinti all’espansione imperiale da un’esigenza di sopravvivenza.
Questo fatto aveva reso inevitabile il loro scontro come
stava – appunto – avvenendo nel corso della prima guerra mondiale: i partiti
socialisti francese e tedesco, votando i crediti di guerra, avevano dimostrato
di non aver compreso il livello decisivo dello scontro allora in atto,
anteponendo il loro nazionalismo all’analisi relativa proprio al livello “imperiale”
del conflitto.
Proprio come accade adesso in questo ricordo “retorico-nazionalista”
che ignora i termini veri di quel conflitto allo scopo di sviare l’attenzione
da quello che è lo scontro in atto, oggi, tra le superpotenze.
L’accumulo proprio di “politica di potenza” verificatosi nel
corso dell’ultimo decennio nel confronto globale ha fatto nuovamente emergere,
infatti, una dimensione bipolare tra USA e Russia di assoluto livello
imperiale.
Si è cercato di edulcorare, per ragioni politiche, questo
fatto nascondendosi dietro all’idea di una globalizzazione capace di far
emergere nuovi soggetti a livello planetario (tutti però di dimensione
periferica) e in particolare l’Unione Europea che, priva di una propria dimensione
politica, non potrà far altro che essere fagocitata nell’orbita occidentale
dalla superpotenza USA.
Il ritorno alla dimensione imperiale rende quindi di
pressante attualità il recupero della nozione pacifista da parte delle sinistre
alternative e di opposizione a questo tipo di logica del tutto distruttiva.
Si può pensare a una possibilità di ripresa di confronto
diretto anche di tipo bellico?
Difficile prevederlo, sarà pero necessario attrezzarci.
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