La
Controriforma di Matteo Renzi: nel silenzio quasi generale, agli italiani che
percepiscono i danni dell’oligarchia partitocratica, si risponde con il suo
rafforzamento.
Condivido
pienamente quanto afferma il mio amico Franco Astengo circa la sottovalutazione
di quanto sta avvenendo in Senato a proposito delle modifiche istituzionali
scaturite dal patto Berlusconi-Renzi (vedi: “Una
pericolosa deriva autoritaria”).
La stanchezza degli italiani nei confronti di una politica inconcludente, chiusa
in se stessa, e preoccupata unicamente del proprio tornaconto (non di rado,
anche materiale), è tale che qualsiasi fatto nuovo venga percepito come positivo
in sé ed a prescindere da ogni valutazione di merito. Su questa stanchezza si
consuma l’imbroglio di far passare per Riforma quel che Riforma non è, ma
Controriforma, e per modernizzazione del sistema politico-istituzionale la sua
restaurazione in senso oligarchico. Su questa stanchezza si realizza l’equivoco
e l’estremo degrado morale di far passare un pregiudicato per delitti comuni per
una sorta di nuovo Gandhi condannato per motivi politici che, meritando il
rispetto degli stessi avversari, diventa uno dei padri della nuova repubblica.
Bisogna
dar atto a Renzi, o ai suoi consulenti, di aver mostrato grandi fiuto ed abilità
nell’esser riusciti a rivolgere l’opinione pubblica in direzione esattamente
opposta a quella verso la quale sarebbe stato logico che questa si fosse
indirizzata dopo avere per anni constatato incapacità, inconcludenze,
malversazioni dell’attuale sistema politico.
Mi
spiego meglio:
Una
delle cause principali del declino della democrazia, non solo in Italia, sta
nell’essersi sovrapposto a quello istituzionale un sistema politico “de facto”,
costruito attorno a partiti che hanno perduto la loro originaria funzione di
“partes” finalizzate alla lotta politica, per trasformarsi in gestori pro-quota
delle opportunità offerte dal controllo della cosa pubblica. Si è andata così
configurando un’oligarchia non contendibile che, al di là delle divisioni e
delle differenze tra le diverse formazioni politiche, manifesta una notevole
comunanza trasversale di caratteri e tratti. Ciò si accompagna, senza che sia
facile stabilire se ne sia la causa o l’effetto, all’indebolirsi della politica
come strumento per la realizzazione di fini aventi valenza pubblica e generale,
sostituita dall’esercizio di una sorta di “teoria dei giochi” indifferente
rispetto alle finalità pubbliche, ma finalizzata al conseguimento di obbiettivi
di potere.
Val
la pena di ricordare, al proposito, le profetiche parole (siamo nel 1951) che
appaiono a sottotitolo del classico di Maurice Duverger (“Les partis
politiques”): “La democrazia non è minacciata dal regime dei partiti ma
dall’orientamento contemporaneo delle loro strutture interne: il pericolo non
risiede nell’esistenza dei partiti, ma nella natura burocratica, religiosa e
totalitaria che nell’epoca presente essi tendono ad
assumere”.
Tutto
ciò è chiaramente percepito dalla stragrande maggioranza degli italiani; sarebbe
quindi logico supporre che larghissima parte dei cittadini, ed in modo
particolare coloro che seguono la vita politica e che, bene o male,
costituiscono la base dei partiti, ad iniziare dal PD, debba ritenere che
l’antidoto a ciò vada ricercato nell’indebolimento di questa oligarchia, e non
nel suo rafforzamento. E, per converso, nella richiesta di ampliare e
rafforzare, e non di ridimensionare, gli spazi e gli strumenti di controllo e
partecipazione diretti e mediati dei quali i cittadini possano disporre.
Avviene
invece esattamente l’opposto: sia per una stanchezza che induce a prender per
buona una qualsiasi medicina che appaia come nuova, quanto per via di un’abile
manipolazione che tende a presentare la riduzione del numero dei senatori e la
loro sottrazione al voto popolare, l’aumento del numero di firme occorrente ad
avviare un Referendum abrogativo, la sostanziale espulsione delle formazioni
politiche minori dalla Camera dei Deputati, il resto delle norme compendiate
nell’Italicum come riforme razionalizzatrici e semplificatrici, dirette a
ridurre i costi della politica, gran parte dei cittadini italiani trangugia
silenziosamente la polpetta avvelenata di una controriforma che va esattamente
ad indebolire e sottrarre loro quegli strumenti che, a rigore, essi dovrebbero
voler vedere rafforzati e diffusi.
Si
realizza così un grande paradosso, reso possibile anche da un sistema
dell’informazione prontamente adeguatosi al nuovo corso, facilitato dall’aura
demagogicamente rottamatrice di Matteo Renzi e, poco o punto sostenuta da una
proposta politica compiuta nell’individuazione di strumenti e risorse,
dall’agitazione populistica ed estemporanea di frasi e temi che si possono
ascoltare in qualsiasi bar delle piazze italiane: la burocrazia, l’Europa, i
vertici del management pubblico, il lavoro, i giovani.
Paradosso
che consiste appunto nel rafforzare un’oligarchia giustamente esecrata
dall’opinione pubblica con il consenso di gran parte di quella stessa opinione
pubblica; e che consente quindi, facendo scempio del termine “Riforma”, di far
apparire come conservatori coloro che si oppongono a tale
rafforzamento.
In
definitiva, quel che si prefigura è il mettere, non solo il governo del Paese,
ma l’intera sua vita politica, nelle mani di un club oligarchico al quale si
accede per cooptazioni e non in virtù di processi democratici, del quale
facciano parte i feudatari dei maggiori partiti, coloro che controllano i mezzi
di informazione, le espressioni di vertice del mondo finanziario ed
imprenditoriale. Tale è il senso di una controriforma, di una sorta di colpo di
Stato per via parlamentare, che si sta attuando nella generale indifferenza, e
che ai cittadini riserva l’unica opzione, a fine mandato, e con il trucco di una
legge elettorale che comunque preserva gli equilibri esistenti ed il controllo
delle oligarchie, di sostituire al governo del Paese un pezzo di oligarchia con
l’altro. Per il resto, tra un’elezione e l’altra, nessuno avrebbe il diritto o
la possibilità di disturbare il conducente: non una Camera dei Deputati sulla
cui composizione, attraverso le soglie differenziate, i maggiori partiti avranno
un forte potere di interdizione e, attraverso le liste bloccate, la possibilità
di scegliere uno ad uno i singoli deputati; non un Senato ridotto a inutile
rifugio di cacicchi locali, eletto da ceti politici sovente pessimi, con
meccanismi ancora non chiari, ma sicuramente oscuri (si parla di listini
bloccati anche per l’elezione dei cosiddetti senatori da parte dei Consigli
Regionali); non un Presidente della Repubblica o una Consulta che nascerebbero
da un Parlamento di tal fatta e schiavo dell’Esecutivo; non da un sistema di
partiti politici che molto difficilmente potrebbe rinnovarsi e veder emergere
forze nuove e alternative all’esistente, stante i meccanismi della legge
elettorale e, non ultimi, i meccanismi farraginosi ed antidemocratici richiesti
per l’accesso all’elettorato passivo (raccolta firme, spazi di informazione,
etc.). Da ultimo, pur prevedendo la riduzione del quorum per l’efficacia di un
referendum abrogativo, se ne ostacola la possibilità di presentazione aumentando
da 500.000 a 800.000 le firme necessarie alla sua
presentazione.
Contro
questo paradosso e contro questo imbroglio occorre muoversi: gli italiani devono
sapere che quanto si sta realizzando non va a ridurre, ma ad aumentare lo
strapotere dei partiti, e dei partiti maggiori in particolare; e che va a
sottrarre ai cittadini, ed ai corpi intermedi della società, ogni possibilità di
controllo sull’operato della politica e dell’Esecutivo in
particolare.
Il
mio amico Astengo chiede a questo proposito che si tenga una grande
manifestazione, quale quella del 25 Aprile 1994. Ma dove sono le forze che
dovrebbero oggi sostenere tale mobilitazione? Il centrosinistra non esiste più,
da tempo (e cioè da quando Bersani ha di fatto smantellato, già prima delle
ultime elezioni politiche, la coalizione “Italia Bene Comune”); il PD è di fatto
diventato forza centrista, con una minoranza interna che guarda a sinistra senza
riuscire a risolversi ad una qualsiasi iniziativa; a sinistra troviamo un
cartello elettorale litigioso ed un partito in gravissima crisi di prospettiva;
il piccolo PSI ha abdicato alla propria autonomia. Né una adeguata risposta può
arrivare dai “vaffa” di Beppe Grillo e da un movimento che, oscillando tra
assemblearismo via web e autoritarismo, nega la funzione del partito politico e
dei corpi sociali intermedi.
In
via generale, sembra che larga parte della sinistra politicamente organizzata
“snobbi” la questione della tenuta della democrazia, forse considerando altre le
emergenze italiane, senza rendersi ben conto che è la democrazia lo strumento
che ha reso possibile lo sviluppo civile, economico, e sociale di qualsivoglia
Paese, e che l’infragilimento degli strumenti democratici non può produrre altro
risultato che l’arretramento complessivo del Paese.
In
questa situazione di obbiettiva difficoltà, non c’è altro da fare che operare
perché si aggreghino senza inutili distinguo e senza primogeniture tutti coloro
che ritengono cosa prioritaria il combattere questo percorso, preparandosi anche
a battaglie referendarie abrogative (per le leggi ordinarie), ed eventualmente
confermative, ove leggi di modifica costituzionale non venissero approvate con
la maggioranza dei 2/3. Credo che il mondo associazionistico, ed in particolare
quelle associazioni che hanno dato vita a “Iniziativa 21 Giugno”, tra cui quella
che rappresento (Alleanza Lib-Lab), possano e debbano svolgere un’utile funzione
in tal senso.
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