Il governo Renzi così decisionista e propositivo quando si
tratta di mettere mano alle libertà democratiche e così capace di elargire
elemosine al fine di favorire una “presunta” ripresa dei consumi non appare
proprio all’altezza quando si tratta di
affrontare i temi di politica industriale.
Politica industriale (e soprattutto politica
dell’innovazione tecnologica) laddove si stanno segnando punti di pauroso
arretramento.
La cessione della Merloni agli americani della Whirlpool
(tra l’altro gravata da una pesante ipoteca di carattere finanziario) può
essere ben collegata a quella della Zanussi ad Electrolux nell’idea, simbolica
ma anche molto concreta, della sparizione di due “marchi-simbolo” dell’antico
miracolo economico e della modernizzazione del Paese.
Non ci si ferma qui, però, rispetto alle notizie
d’attualità: sta fallendo clamorosamente il progetto di un “polo tecnologico”
avanzato in quel di Genova: il biomedicale di Esaote minaccia di levare le
tende, Ericsson licenzia, l’Università non ce la fa a trasferire Ingegneria in
quell’area degli Erzelli che avrebbe dovuto rappresentare una sorta di “Silicon
Valley” italiana e pare proprio a questo punto una triste “cattedrale nel
deserto”. Per restare a Genova emerge poi la questione Piaggio, altro tema
sospeso tra speculazione edilizia e alta tecnologia tutta da sviluppare : uno
stato di cose che sicuramente non compensa l’avvio di una ripresa di attività
di Fincantieri a Sestri Ponente.
Inoltre nella vicenda drammatica dell’industria italiana
fanno spicco due veri e propri “monumenti” alla contraddizione
capitale/ambiente non affrontata nei secoli per meri motivi speculativi:
l’Italsider di Taranto e la centrale Tirreno Power di Vado Ligure.
Naturalmente si lascia di scorcio lo stillicidio delle
delocalizzazioni che proseguono a ritmo serrato, in diversi settori produttivi.
All’Italia manca una visione internazionale della politica
industriale, vista essenzialmente dal punto di vista dell’innovazione
tecnologica e di prodotto, mentre si paga a caro prezzo l’adeguamento dei
diversi governi alla politica di finanziarizzazione dell’economia e la
subalternità ad un capitalismo che tutto ha in mente meno che la produzione
industriale e che nel caso ritenga di occuparsene (vedi FIAT) lo fa
semplicemente nell’ottica della negazione dei diritti dei lavoratori e della
distruzione della rappresentanza sindacale.
Siamo di fronte ad una situazione di crisi strutturale di un
intero modello di sviluppo, acuita dalle condizioni internazionali considerate
sia al riguardo delle manovre finanziarie (tanto care al governo Renzi), della
tecnologia, degli approvvigionamenti energetici, delle infrastrutture.
L’Italia soffre in particolare di questo stato di cose per
un motivo molto preciso, non derivante semplicemente dall’accumulo del debito
pubblico e dalla scarsa credibilità a livello internazionale: questi due
elementi hanno portato, negli ultimi tempi, all’esasperazione di politiche
neo-liberiste, molto aggressive sul piano ideologico, che hanno fornito un
esito del tutto disastroso come dimostrano tutti gli indicatori economici in
nostro possesso, sia in riferimento ai temi di dinamiche economiche interne,
sia in riferimento agli elementi fondamentali di vincolo esterno.
Esiste un’alternativa
? :in questo senso, molto schematicamente, credo debbano essere individuate
della priorità di contenuti da esprimere partendo, dal punto di vista politico,
da un ruolo di opposizione di tipo “sistemico”
In questo senso appaiono centrali e assolutamente
prioritarie le drammatiche vicende legate al progressivo processo di ulteriore
de-industrializzazione in atto nel nostro Paese che chiamano a una riflessione
attorno alla possibilità di avanzamento di una proposta di politica economica
tale da rappresentare un’alternativa, aggregare soggetti, fornire respiro a
un’iniziativa “di periodo”.
Il concetto di fondo che è necessario portare avanti e
rilanciare è quello della programmazione economica, combattendo a fondo l'idea
che si tratti di uno strumento superato, buono soltanto – al massimo – a
coordinare sfere private fondamentalmente irriducibili.
Una programmazione economica condotta con riferimento alla necessità
di “rompere l’Unione Europea” avendo al centro l'idea dell'intervento pubblico
in economia attorno ad alcuni fondamentali campi d’intervento:
1) Il
territorio. Serve un piano straordinario per il ripristino dell'assetto
idro-geologico del territorio che va franando dappertutto, dal Nord al Sud,
sulle coste e nell'entroterra. Eguale urgenza ha, ovviamente, il tema della
difesa dell'ambiente nel suo complesso, dello smaltimento dei rifiuti, della
cementificazione;
2) Le
infrastrutture. La situazione delle ferrovie italiane è semplicemente
disastrosa, così come quello delle strade e autostrade, in particolare al Sud;
3) Il
nodo energetico, non risolvibile, ovviamente, con un ritorno al nucleare;
4) Il
finanziamento della ricerca destinata soprattutto verso l'innovazione di
processo nell'industria;
5) Il
rilancio del settore industriale. La Fiat ha potuto esercitare il suo ricatto(trasferendo
tra l’altro in giro per il mondo le sedi finanziarie e del know-how) perché
questo Paese è privo, da anni, di politica industriale. Siamo, per varie
ragioni, pressoché privi di siderurgia, chimica, agroalimentare,
elettromeccanica, elettronica. In questa situazione ormai sono asfittici e
sottoposti al processo di delocalizzazione anche quei settori “di nicchia” sui
quali si era basato lo sviluppo anni'80- anni'90;
6) Il
rientro della programmazione pubblica nel settore bancario, con l'obiettivo
principale del credito nella media e piccola industria
7) La
messa all’ordine del giorno di forti investimenti sul terreno del rapporto tra
pezzi fondamentali della struttura industriale esistente e la difesa
dell’ambiente. Un tema emblematizzato, come è giù stato ricordato, non soltanto
dalla vicenda dell’ILVA Taranto che, comunque, ha messo in luce anche altri
limiti di fondo posti sul piano delle dinamiche nel processo produttivo in
settori fondamentali
Si tralasciano per motivi di economia del discorso, i temi
dell'intreccio inedito che si sta realizzando, ormai da qualche anno, tra
struttura e sovrastruttura, in particolare nell'informazione: si tratta
comunque di un tema assolutamente decisivo nella lotta sociale e politica di
oggi.
Come può essere possibile avviare un programma di questo
tipo nelle condizioni di direzione capitalistica del ciclo globale dentro cui,
oggettivamente, ci stiamo troviamo?
E’ necessaria una
sinistra che intenda portare avanti un
programma di opposizione e di alternativa, senza cadere nella trappola
dell'omologazione ai modelli dell'avversario e senza legarsi a settori politici
dai quali possono venire soltanto elementi di ulteriore sopraffazione per il
movimento operaio.
Si ha il dovere di
pensare, appunto, nei termini dell'opposizione per l'alternativa, lavorando
prima di tutto sul tema della propria autonomia politica, programmatica,
organizzativa.
Il tutto portato avanti con la lotta operaia
dell’affermazione dei diritti negati e della dignità del lavoro.
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