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| Pawel Kuczynski |
Comunque vada l’assemblea della Lista Tsipras in programma a
Roma finirà con il sortire il solito esito: un po’ di militanti portati a spasso
tra raccolta di firme, feste, campagne elettorali, e un ceto politico
(consciamente colpevole) che tenta di abbarbicarsi a quel poco che rimane per
sopravvivere.
Nulla che vada al fondo della situazione politica; nulla che
possa servire alla causa delle classi subalterne.
Non lo diciamo noi, lo dice lo stesso Tsipras quandoproclama che con Renzi si può andare d’accordo in Europa, ma non in Italia.
Con quale Renzi si può andare d’accordo in Europa?
Francamente non si capisce, salvo non si prendano per buoni
i proclami anti-austerity che restano comunque proclami e basta.
Proclami mediatici dai in pasto a un elettorato che comincia
a dare segni d’insofferenza, come del resto quello del Movimento 5 Stelle che
non è stato certo votato per fare l’accordo su di una lista elettorale
antidemocratica e liberticida.
Un’incoerenza, quella di Tsipras che deriva da un’assurda
divisione teorica che è stata fatta propria della lista italiana con il suo
nome: quella tra antiliberismo (apparente patrimonio della lista stessa) e
anticapitalismo (rifiutato come desueto retaggio).
Questa distinzione ha portato, nella recente campagna
elettorale per le Europee, a un’espressione di linea politica definibile come
neppure socialdemocratica.
Il caso è, invece, molto semplice: l’antiliberismo non
esiste se non c’è l’anticapitalismo che lo comprende non solo in teoria, ma nel
concreto dei fatti di tutti i giorni: fatti che parlano d’impoverimento, di
disoccupazione, di negazione dei diritti minimi, di democrazia istituzionale e sindacale
negata.
Non può bastare per questo “Un’altra Europa”: le origini
vere di questo stato di cose reclamano la rottura di questa Europa: altro che
dialogo con Renzi a Bruxelles.
Questo è il cuore del problema e il primo dei dati d’incoerenza.
Egualmente si nega in Italia la costruzione di un soggetto
politico d’opposizione che misuri sul serio la gravità della situazione sul
piano economico, sociale, istituzionale.
Ci si avvia verso il consolidamento di un sistema a “partito
dominante” con la negazione del dibattito e della rappresentatività politica e
ci si balocca ancora con la negazione dell’idea di partito, il pensare a una “costituente
dei beni comuni” e altri elementi del genere che zavorrano (nella piena
consapevolezza di un gruppo dirigente ormai obsoleto, autoreferenziale, dalla
dannazione minoritaria) la possibilità e la capacità di liberare forze in grado
di impostare un discorso di opposizione che rappresenti davvero un momento di
sintesi, di proposta, di aggregazione delle lotte sociali che pure, con tutti i
limiti che la situazione impone, si sviluppano nel nostro Paese.
Occorre uscire da questo pantano: occorre prendere atto che
tutto questo lavorio risulti inutile in termini di alternatività.
Serve subito una forza politica capace di contrapporsi, a
tutti i livelli in Europa come in Italia, al capitalismo rampante.
Una forza politica autonoma, in assoluta opposizione al PD
al centro come in periferia, in grado di analizzare seriamente, considerandola un’irriducibile
priorità, la pericolosa china antidemocratica nella quale sta scivolando il
sistema politico italiano.

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