martedì 15 luglio 2014

Occorre promuovere un risveglio della coscienza civile e della partecipazione, di Carlo Smuraglia presidente nazionale dell'ANPI


► Occorre promuovere un risveglio della coscienza civile e della partecipazione,
per poter garantire alle nuove generazioni un futuro migliore (a proposito di
guerre, violenze, riforme, disuguaglianze e democrazia )



La nostra Associazione vive soprattutto di memoria (quella vera, che non è solo un ricordo,
ma molto di più) e del culto dei valori che ad essa si collegano e sono, a nostro modo di
vedere, quelli che contano: la libertà, l’uguaglianza, la dignità, la solidarietà, la fratellanza, la
pace, per citarne solo alcuni, i più salienti.
Ma davanti a noi, in Italia e nel mondo, il panorama è addirittura sconvolgente. Prevalgono,
ovunque, i falsi valori e i falsi miti e, con loro, l’indifferenza, la rassegnazione, il silenzio.
Accadono fatti gravi ed importanti, alcuni drammatici, ma la risposta è modesta e spesso
addirittura carente.
La stampa ci parla di una situazione tragica sulla striscia di Gaza e nei rapporti tra la
Palestina e Israele che peggiorano e sembrano avviare questi Paesi verso un nuovo, terribile
conflitto. E il mondo che fa? I giornali ci forniscono foto terrificanti, di distruzione e di morte
di civili, di donne, di bambini; ci parlano di preparazione di invasione, di prospettive di
guerra.
E il mondo, l’Europa, che fanno? Guardano, “auspicano”, sperano, ma non fanno nulla di
concreto per fermare le armi e riportare al dialogo e al confronto, difficile, ma pacifico. A che
serve l’ONU, se non fa questo, né di fronte alla situazione gravissima in Medio – oriente, né
di fronte ai massacri e alle violenze di diversi Paesi, in Africa? Possibile che non ci sia un
modo per intervenire, per mettere - come si dice - pace, per ripristinare tavoli di trattativa,
lunga, difficile, spesso sterile, ma almeno trattativa, che è sempre meglio della rovina dei
territori e dell’accumulo di cadaveri? Che fine ha fatto la “Dichiarazione universale dei diritti
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dell’uomo”, che doveva costituire la base della convivenza civile, in tutto il mondo e la
riaffermazione continua dei diritti umani?
E l’Europa, che dedica tanto tempo alla discussione sulla distribuzione dei posti nei nuovi
organismi, non può trovare qualche spazio per parlare di pace e per imporre – senza armi,
ma con l’autorevolezza e il rigore della sua unità - il ritorno al tavolo delle trattative e la
cessazione del fuoco, in Medio-oriente, così come in ogni parte del mondo? Purtroppo, non
solo gli Stati, ma anche i cittadini sono insensibili a quanto sta accadendo e non pensano
neppure a come fare per intervenire, per riportare alla luce, ovunque, quei valori che all’inizio
ho ricordato. Forse qualcuno addirittura si commuove, di fronte a certe foto; ma poi la vita
continua, nell’indifferenza e nel dedicarsi alle occupazioni quotidiane, ai falsi valori, ai falsi
miti, con i quali si tranquillizza, forse, la coscienza ma non si costruiscono né la pace, né la
solidarietà, né la fratellanza.
Si stanno consumando, a quanto si legge, telefonate e incontri a livello europeo, sul tema di
chi dovrà occupare il ruolo di “Alto Rappresentante per la politica estera dell’UE”.
E’ certo che la nomina di un’italiana tranquillizzerebbe quel tanto di orgoglio nazionale che
ancora ci resta. Ma nessuno si chiede a che cosa gioverebbe la nomina di un’italiana o di una
o un rappresentante di altro Paese, se poi tutta la stampa scrive che l’Europa non ha una
politica estera e quel posto rappresenta poco di più di un guscio vuoto, come per lo più è
sempre stato.
Davvero non sarebbe possibile, accanto alle nostre “rivendicazioni”, collocare la pressante
domanda di una politica estera vera dell’Europa, capace di intervenire non solo sui drammi
dell’Ucraina, ma anche su quelli del Medio-oriente e dell’Africa? E davvero, non sarebbe più
utile lavorare all’obiettivo della pace (che è indivisibile, ricordiamocelo) piuttosto che
semplicemente a quello della ripartizione dei posti?
Ma non c’è solo questo, perché all’indifferenza si accompagnano, come ho accennato, i falsi
miti, le promesse generiche, il richiamo a valori retorici e formali, se non, addirittura, quel
tema della visibilità, che tanti problemi ha creato, da Berlusconi in poi.
Ancora una volta, i dati ISTAT sono non più solo allarmanti, ma disastrosi, perché il quadro,
già tremendo, tende a peggiorare. Si acuisce il problema della disoccupazione, cresce la
precarietà, soprattutto aumenta la povertà (compresa quella “relativa”). Si tratta di un
autentico dramma, di fronte al quale un giornalista ha scritto che non basterebbe l’”Urlo” di
Munch.
Ma nessuno grida, sembriamo rassegnati, tutti, al peggio, abituati alla disuguaglianza sociale,
alla mancanza di equità, alla negazione di tutti i princìpi enunciati dalla Costituzione. Non ci
sono rimedi efficaci, a breve, si dice, perché c’è la politica del rigore e dell’austerità e non
abbiamo spazi finché non la cambiano. Ma è davvero così? E’ davvero impossibile progettare
qualcosa che ci porti fuori da una situazione come quella fotografata dall’ISTAT ed anche, in
questi giorni, dalla Caritas? In un Paese disastrato, con l’ambiente e le bellezze naturali e
culturali che vanno a pezzi, è proprio inimmaginabile un progetto che miri a risolvere, nel
tempo, questi gravissimi problemi, fornendo occupazione, favorendo il turismo, incentivando i
consumi? Se si crede, come taluno afferma, che allo stato attuale nulla di tutto questo sia
concretamente possibile, perché mancano i fondi, come mai nessuno pronuncia più quella
magica parola (la “patrimoniale”) che, certo, aiuterebbe non poco a cominciare ad affrontare
le vere questioni che affliggono il Paese? Si tratta di ritrosia, di preoccupazione per le
alleanze di Governo o del timore di trovarsi di fronte allo sbarramento dei cosiddetti poteri
forti? Ma allora, se così fosse, non si dovrebbero fare promesse e si dovrebbe almeno parlare
chiaro e non suscitare attese concretamente inappagabili.
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In un contesto del genere, non è singolare il fatto che si stia in silenzio perfino davanti allo
scempio delle nostre principali istituzioni e della continua riduzione degli spazi della
rappresentanza e dei diritti dei cittadini? Fra mille problemi, quelli del Senato e della legge
elettorale sembrano, a tanti, ben poca cosa, di cui è giusto che si occupi chi ha il potere –
dovere di farlo. Ma non si comprende che proprio questo è il guaio, perché il buon cittadino
non può e non deve lasciare manomettere la Costituzione, non può consentire di essere
privato di una parte della sua sovranità popolare e del suo diritto ad essere validamente
rappresentato, con le opportune garanzie e con i necessari controlli.
E soprattutto non si può restare silenti quando risulta sempre più evidente, stando ai fatti,
che si tratta di un problema di immagine piuttosto che di contenuti, perché bisogna
assolutamente che il Presidente del Consiglio porti un primo risultato alla prossima riunione in
Europa.
Basterebbe questo per drizzare le orecchie e chiedersi se è giusto che una riforma delle
istituzioni principali sia fatta con l’obiettivo soprattutto di acquisire un’immagine di capacità
decisionale e di forza, di fronte agli europei. E chi lo facesse non tarderebbe ad accorgersi
che si sta combinando davvero un pasticcio, che verrà ulteriormente aggravato se passerà
anche quella legge elettorale, che è stata già approvata dalla Camera, e che rappresenta una
reale diminuzione di sovranità e di rappresentanza per i cittadini. Peraltro, aspettare a
svegliarsi al momento del referendum, sarebbe assai pericoloso, perché ci stanno dicendo a
chiare lettere che si sta facendo di tutto per approvare la riforma con una maggioranza (i
famosi 2/3) tale da escludere la possibilità, per i cittadini, di esprimersi, appunto in sede
referendaria.
Purtroppo, il rischio è quello delle parole al vento, della impossibilità materiale di superare
quella barriera, che perfino le varie forme di informazione stanno elevando contro la
consapevolezza dei cittadini di ciò che sta realmente accadendo, in Parlamento, in tema di
riforme ed altro. E’ questo silenzio che fa paura; è questa indifferenza che preoccupa; è
questa rassegnazione che ci fa guardare, con angoscia, ad un passato che ci ammonisce che
si può anche finir male quando si lasciano cadere i valori veri e si considerano con fastidio i
“doveri” civili che sarebbero imposti addirittura dalla Costituzione.
E’ per tutto questo che è giusto rivolgersi ai governanti perché si ispirino solo al bene
comune e all’interesse collettivo; ma è anche necessario chiedere ai cittadini di ricordarsi che
la democrazia è, prima di tutto, partecipazione e che una vera democrazia è l’unica che può
garantire pace, serenità, diritti.
Ciò che dobbiamo chiedere con forza - noi che crediamo nei valori veri e che in essi vediamo
le nostre stesse ragioni di essere - è che si creino le condizioni per un risveglio delle
coscienze, con la pretesa di un impegno reale per la pace, di maggiori spazi per la
rappresentanza e per l’esercizio effettivo della sovranità popolare, più garanzie per i cittadini
di una reale partecipazione.
E’ solo questo, assieme ad una rinnovata politica (che non è un male, in sé, come alcuni
vogliono farci credere, ma anzi è il sale della democrazia, purché persegua davvero
l’interesse della collettività e quindi sia capace anche di trasformarsi), che può garantirci
contro i mali del presente ed i rischi del futuro. Solo questo può consentirci di promettere
davvero e con serenità alle nuove generazioni, un futuro migliore.
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