Nella primavera – estate del 1944, esattamente settant’anni
fa, nel pieno dell’invasione nazifascista dell’Italia del Nord alcuni
avvenimenti di fondamentale importanza gettarono le basi per la futura
democrazia repubblicana, il cui avvento sarebbe stato contrassegnato dal voto
popolare nel referendum del 2 giugno 1946.
Il 1 marzo 1944 uno sciopero generale bloccò le principali
fabbriche nel triangolo industriale Milano – Torino – Genova, in Emilia, nel
Veneto, in Toscana: vi parteciparono circa 100.000 operai che sfidarono la
feroce repressione tedesca che ci fu e fu tremenda. Fu quella l’occasione nella
quale la classe operaia italiana entrò direttamente sulla scena politica,
dimostrandosi soggetto ineliminabile nella costruzione di una nuova idea di
democrazia, non legata alla continuità del regime pre-fascista.
All’indomani della Liberazione di Roma, 4 giugno 1944, i
partiti che componevano il Comitato di Liberazione Nazionale pretesero le
dimissioni del governo Badoglio, frutto del 25 Luglio, per sostituirlo con un
governo interamente “politico” presieduto da Ivanoe Bonomi.
Soprattutto, però, la “svolta” verso un’Italia democratica e
repubblicana non legata all’ancien regime avvenne, nell’estate, con la
proclamazione delle Repubbliche partigiane nelle zone liberate: repubbliche che
durarono poco tempo, alle quali seguirono i grandi rastrellamenti nazisti e il
ripristino dell’odioso dominio straniero.
Il segno, però, era stato lasciato e non si sarebbe tornati
più indietro: le repubbliche partigiane avevano dimostrato la capacità di
autogoverno e d’impegno democratico delle popolazioni, la loro capacità di
esprimere livelli “alti” di rappresentatività politica e di sviluppo dei
meccanismi democratici.
Vale la pena, allora, proprio in questi momenti di vera
difficoltà per la democrazia sottoposta alla dura prova di una svolta
autoritaria in atto di rievocare quella stagione di settant’anni fa.
Andando dunque per ordine.
La diffusione ed estensione del raggio d’azione delle
formazioni partigiane, connesse alla rapida avanzata alleata, autorizzarono
nella tarda primavera del 1944 a immaginare imminente la Liberazione.
Gli organismi alla guida del movimento clandestino
ipotizzarono dunque un percorso insurrezionale che anticipasse e accompagnasse
l’arrivo degli angloamericani legittimando militarmente e politicamente la
Resistenza.
Viene quindi dato impulso alla lotta, al fine di superare i
limiti di una guerriglia concentrata su colpi di mano e sabotaggi e di
pianificare un’offensiva di rilievo strategico.
Secondo una direttiva del Corpo Volontari della Libertà del
25 Giugno, tale ciclo operativo deve mirare all’occupazione di paesi e vallate
da cui portare attacchi sempre più intensi contro tedeschi e fascisti e deve
mobilitare le popolazioni a sostegno della guerriglia.
Tra giugno, avvio dell’espansione partigiana estiva, e
settembre, inizio del ciclo dei grandi rastrellamenti, la rete dei presidi
della Guardia Nazionale Repubblicana si sgretola, sia per la pressione delle
bande partigiane che per la debolezza strutturale della Repubblica Sociale.
Dalla Valsesia all’Appenino emiliano e a quello ligure –
piacentino, dalle vallate cuneesi a quelle friulane, le porzioni di territorio
liberato via, via aumentavano.
Non si trattava del dispiegamento di un piano organico,
quanto piuttosto dell’espressione della forza e della specifica dinamica della
guerriglia in determinate aree.
In una prima fase, tra il giugno e il luglio 1944, si
conseguì il risultato di un irrobustimento dell’organizzazione militare e si
tentò una sperimentazione d’interventi amministrativi ed economici.
Con l’eccezione di Montefiorino, la liberazione dei
territori non produsse però zone dal confine chiaramente segnato e militarmente
presidiato.
E i provvedimenti di carattere politico, economico,
amministrativo facevano capo essenzialmente al comando partigiano, salvo un
tentativo a Montefiorino d’istituzione di organi civili, come invece sarebbe
accaduto nei mesi successivi.
Quando alcune delle prime esperienze si erano già concluse
sotto il contrattacco tedesco e fasciste, altre aree conobbero, infatti, il
fenomeno delle Repubbliche libere, dalla Carnia all’Ossola, dall’imperiese alle
Langhe e all’Alto Monferrato.
Si estese così, durante l’estate, una spinta propulsiva che
si estese fino ai mesi invernali.
Si trattò della seconda fase di questa vicenda che si
arricchì di esperimenti di governo di maggiore respiro.
Con il termine “zone libere” si pone in evidenza non solo il
presidio militare del territorio, ma anche la realizzazione in esso d’interventi
di carattere amministrativo e politico.
Nei territori liberati i comandi militari, infatti,
istituirono immediatamente i Comitati di Liberazione Nazionale, talvolta sottoposti
anche a verifica elettorale.
I Comitati di Liberazione Nazionale rappresentarono l’elemento
di legittimazione delle giunte popolari comunali, che in alcune zone seguirono (Carnia,
Alta Monferrato), in altre invece anticiparono (Ossola) la creazione di
organismi di governo dell’intera zona.
Oltre all’aspetto della difesa, di competenza dei comandi
militari (predominanti nei casi della Valsesia e di Montefiorino) fu la
questione dell’approvvigionamento (prezzi, requisizioni, scambi) ad assorbire i
maggiori sforzi delle Giunte, che pressoché ovunque si trovarono ad
amministrare territorio a economia di sussistenza.
Si trattò di un nodo dirimente del rapporto tra partigiani e
popolazioni che assunse sfumature differenti a seconda che le derrate dovessero
essere importate (Carnia, Ossola) oppure esportate (in alcune zone del
Piemonte).
Significativamente, però, tra le più frequenti misure che
furono adottate nelle differenti zone, vi furono il rialzo dei prezzi, così da
garantire maggiori utili ai produttori, e la regolamentazione dell’appropriazione
di risorse agricole da parte delle formazioni.
Segno evidente della volontà, ma anche della necessità, di
contemperare i crescenti bisogni logistici del partigianato con le esigenze
essenziali degli abitanti senza infrangere gli importanti vincoli comunitari.
Ciononostante non mancarono i casi in cui si tentarono
interventi più complessi come in campo scolastico con l’elaborazione di un articolato
progetto di riforma presentato nell’Ossola dal ministro Gisella Floreanini (poi
deputata comunista all’Assemblea Costituente) e in campo fiscale, con l’istituzione
di un’imposta straordinaria progressiva come avvenne in Carnia, dove si
registrarono i provvedimenti socialmente più avanzati.
Pur in condizioni di estrema precarietà l’esperienza delle
zone libere e specialmente delle loro espressioni più compiute come nel caso
della Carnia e dell’Ossola rivelarono la maturità raggiunta dal movimento
partigiano.
Dunque non si trattò soltanto di un fenomeno connesso alla
trasformazione delle bande in esercito partigiano, ma anche del manifestarsi di
una accresciuta consapevolezza dei contenuti politici e sociali della lotta
armata e della traduzione concreta di questa in principi di rinnovamento della
democrazia.
In questo senso appare dunque legittimo usare il termine di “Repubbliche
partigiane”.
Un termine questo di “Repubbliche Partigiane” importante in
due direzioni:
1) Per
dimostrare che il movimento partigiano era in grado di cercare, e trovare, in se
stesso e nel rapporto con l’ambiente fisico e sociale circostante le ragioni
della propria azione e del proprio radicamento;
2) Per
prefigurare un’idea di democrazia così forte da impedire il pericolo di un
ritorno all’Italia del notabilitato precedente al fascismo oppure, addirittura,
dell’instaurazione alla fine della guerra di un nuovo regime “monarchico –
fascista” addolcito di tipo salazarista.
Ragioni trovate e pericoli scampati grazie proprio all’esaltante
esperienza delle “Repubbliche Partigiane” e della forza ritrovata dalle
popolazioni, capaci di superare le grandi stragi che – pure – caratterizzarono quello
stesso periodo storico.
L’Italia si ritrovò così la strada della democrazia
repubblicana: una strada da non smarrire adesso, nella difficile temperie che
stiamo attraversando.
Si tratta, ancora una volta, di difendere e portare avanti i
valori di fondo della Resistenza.
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