venerdì 25 luglio 2014

L'ARTE LUNGA di Giorgio Lonardi



“Ecco perché è da mettere in rilievo come lo sviluppo politico del concetto di egemonia rappresenta un grande progresso filosofico oltre che politico-pratico, perché necessariamente coinvolge e suppone una unità intellettuale e una etica conforme a una concezione del reale che ha superato il senso comune ed è diventata, sia pure entro limiti ancora ristretti, critica (Antonio Gramsci, Il materialismo storico)
 
“Esse est percipi”, così si esprimeva George Berkeley nel secolo di nascita della pubblica opinione e della società civile. La realtà è indissolubilmente legata alla percezione che se ne ha. Ma in cosa consiste oggi tale percezione? Consta innanzitutto in un processo di educazione, socializzazione, acculturazione e informazione. Da ciò segue che chi detiene le leve delle agenzie educative, sociali, culturali e informative, detiene anche il potere di rappresentare il reale conformemente ai propri interessi e bisogni.
Se non si parte da una tale premessa, ci si preclude, credo, la capacità di comprendere realmente ciò che è accaduto negli ultimi quarant’anni all’interno della società occidentale e occidentalizzata. L’imperante neoliberismo planetario, a cui assistiamo impotenti, è il risultato di una lunga arte della costruzione del consenso, portata avanti con estrema consapevolezza e pervicacia, a partire dagli anni Settanta, dal cosiddetto gruppo germinale dei Chicago boys. L’ideologia di tale scuola economica, iperliberista e antikeynesiana, a partire dal ’73 ha guadagnato costantemente consensi nelle università, nelle élite economiche e politiche, nella società, fino a creare le condizioni per una vera e propria egemonia culturale.
La vulgata odierna, infatti, ripetuta alla nausea dai media e fatta propria dal senso comune è sempre la stessa: debito insostenibile, privatizzazioni, stato minimo, flessibilità del lavoro con tutti gli annessi e connessi che ben conosciamo.
L’ideologia ultraliberista del profitto ha fornito una delle basi teoriche per quella lotta di classe alla rovescia che è stata intrapresa, prima da Reagan e dalla Thatcher, poi dall’intero arco dei partiti politici di centrodestra e di centrosinistra in tutta Europa.
Che fare? Come rispondere a tale aggressione da parte di un esercito di intellettuali, economisti e tecnocrati? In un contesto mediatico qual è quello della società contemporanea, assumono un valore determinante, ancora più che in passato, il conflitto delle interpretazioni e la connessa battaglia delle idee. La sinistra deve essere in grado di opporre una propria radicale e alternativa visione del mondo, risultato di un’elaborazione teorica autonoma e, almeno in parte, innovativa. Da un tale impianto filosofico deve discendere una prassi che non può più essere meramente reattiva e subalterna, bensì di attacco e di rovesciamento permanente e costante dei dogmi del neoliberismo.
Ci vorranno molto tempo, molto impegno, molta coerenza e costanza, ma le condizioni socio-economiche sono tali da agevolare la presa di coscienza della conflittualità del reale da parte di un numero crescente di categorie e di ceti sociali, ormai sulla via della proletarizzazione. Dobbiamo imparare l’arte scrupolosa e paziente della demistificazione e della controinformazione capillare, al fine di ottenere un primo, embrionale ma importantissimo, risultato: l’emersione di una consapevolezza del conflitto delle interpretazioni, primo passo per l’evoluzione di una coscienza critica e di classe.

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