“Ecco perché è da mettere in rilievo
come lo sviluppo politico del concetto di egemonia rappresenta un grande
progresso filosofico oltre che politico-pratico, perché necessariamente
coinvolge e suppone una unità intellettuale e una etica conforme a una concezione
del reale che ha superato il senso comune ed è diventata, sia pure entro limiti
ancora ristretti, critica (Antonio Gramsci, Il
materialismo storico)
“Esse
est percipi”, così si esprimeva George Berkeley nel secolo di nascita della
pubblica opinione e della società civile. La realtà è indissolubilmente legata
alla percezione che se ne ha. Ma in cosa consiste oggi tale percezione? Consta
innanzitutto in un processo di educazione, socializzazione, acculturazione e
informazione. Da ciò segue che chi detiene le leve delle agenzie educative,
sociali, culturali e informative, detiene anche il potere di rappresentare il
reale conformemente ai propri interessi e bisogni.
Se
non si parte da una tale premessa, ci si preclude, credo, la capacità di
comprendere realmente ciò che è accaduto negli ultimi quarant’anni all’interno
della società occidentale e occidentalizzata. L’imperante neoliberismo
planetario, a cui assistiamo impotenti, è il risultato di una lunga arte della
costruzione del consenso, portata avanti con estrema consapevolezza e
pervicacia, a partire dagli anni Settanta, dal cosiddetto gruppo germinale dei Chicago boys. L’ideologia di tale scuola
economica, iperliberista e antikeynesiana, a partire dal ’73 ha guadagnato
costantemente consensi nelle università, nelle élite economiche e politiche,
nella società, fino a creare le condizioni per una vera e propria egemonia
culturale.
La
vulgata odierna, infatti, ripetuta alla nausea dai media e fatta propria dal
senso comune è sempre la stessa: debito insostenibile, privatizzazioni, stato
minimo, flessibilità del lavoro con tutti gli annessi e connessi che ben
conosciamo.
L’ideologia
ultraliberista del profitto ha fornito una delle basi teoriche per quella lotta
di classe alla rovescia che è stata intrapresa, prima da Reagan e dalla Thatcher,
poi dall’intero arco dei partiti politici di centrodestra e di centrosinistra
in tutta Europa.
Che
fare? Come rispondere a tale aggressione da parte di un esercito di
intellettuali, economisti e tecnocrati? In un contesto mediatico qual è quello
della società contemporanea, assumono un valore determinante, ancora più che in
passato, il conflitto delle interpretazioni e la connessa battaglia delle idee.
La sinistra deve essere in grado di opporre una propria radicale e alternativa
visione del mondo, risultato di un’elaborazione teorica autonoma e, almeno in
parte, innovativa. Da un tale impianto filosofico deve discendere una prassi
che non può più essere meramente reattiva e subalterna, bensì di attacco e di
rovesciamento permanente e costante dei dogmi del neoliberismo.
Ci
vorranno molto tempo, molto impegno, molta coerenza e costanza, ma le
condizioni socio-economiche sono tali da agevolare la presa di coscienza della
conflittualità del reale da parte di un numero crescente di categorie e di ceti
sociali, ormai sulla via della proletarizzazione. Dobbiamo imparare l’arte scrupolosa
e paziente della demistificazione e della controinformazione capillare, al fine
di ottenere un primo, embrionale ma importantissimo, risultato: l’emersione di
una consapevolezza del conflitto delle interpretazioni, primo passo per
l’evoluzione di una coscienza critica e di classe.
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