Matteo Renzi fascista moderno,
magari senza fez e gagliardetto ma nella sostanza proteso verso un potere di
tipo personale (su questo punto non ci sono dubbi) e totalitario?
“Manipolo” rivolto con fare sprezzante al gruppo dei
costituzionalisti che hanno firmato l’appello perché si arresti la marcia della
riforma della legge elettorale nel senso dell’accordo Berlusconi/Renzi;
“Parlamento come intralcio” riferito ai tempi della discussione in commissione
alla Camera, in relazione allo stesso argomento.
Vengono subito alla mente i manipoli delle “Legioni” (era
suddivisa così, territorialmente la Milizia fascista, denominata Milizia
Volontaria Sicurezza Nazionale) e il Parlamento come “aula sorda e grigia”.
Siccome le parole che si pronunciano hanno sempre un
significato e un peso, tanto più e particolarmente in politica, sorge spontanea
una domanda che, per molti sarà inquietante: Matteo Renzi fascista moderno,
magari senza fez e gagliardetto ma nella sostanza proteso verso un potere di
tipo personale (su questo punto non ci sono dubbi) e totalitario?
A che punto è la “resistibile ascesa” di questo personaggio?
Andiamo per ordine: prima di tutto c’è da valutare il metodo
plebiscitario con il quale è stato eletto. Un metodo approntato dall’interno
del suo partito e avallato e sospinto dal coro dei mezzi di comunicazione di
massa, convinti di interpretare un sentimento profondo di disgusto per la
politica che attraversa il Paese e la voglia dell’uomo che “Mette le cose a
posto” (se certi sondaggi d’opinione danno il 72% di favorevoli all’elezione
diretta di un Presidente, fosse questo della Repubblica o del Consiglio; il
67,2% si è dichiarato addirittura favorevole all’“uomo forte”, secondo i dati
esposti da Ilvo Diamanti lunedì scorso su “Repubblica”).
Dagli esiti dei plebisciti non c’è mai stato da attendersi
nulla di buono per la democrazia e questo è il primo punto di riflessione, in
particolare per chi ha –appunto – organizzato le primarie in un certo modo:
primarie nel corso delle quali abbiamo avuto occasione di osservare fenomeni di
trasformismo interni al gruppo dirigente PD di notevoli dimensioni, da
considerarsi molto pericolosi perché rivolti proprio a un’idea di
personalizzazione, insieme, della politica e del potere.
In secondo luogo e in seguito al primo punto appena esposto
si è assistito in tempi rapidissimi alla trasformazione del PD in un vero e
proprio “partito personale”, sul modello di quelli analizzati brillantemente da
Mauro Calise che ha preso come suo principale modello Forza Italia e Silvio
Berlusconi: ma nel caso del PD/Matteo Renzi ci troviamo forse di fronte già a
un fenomeno di tipo degenerativo, anche rispetto al delicato tema
dell’applicazione della democrazia diretta ( i tre milioni di voti sbattuti sul
tavolo quasi fossero gli “otto milioni di baionette”) e del dialogo diretto tra
il Capo e la folla (più televisiva che altro, in verità).
Due punti vanno esaminati con grande attenzione:
l’esasperazione della concezione personalistica (si abbia presente la scritta
Renzi campeggiante nella sala in cui si svolse la prima riunione della nuova
segreteria del PD) e l’idea totalitaria del potere che già si sta esprimendo
all’interno del partito quale prodromo per l’esercizio della stessa, nel
prossimo futuro, al governo.
Intanto, è bene ricordarlo, da tutte le parti, soggetti
politici e mezzi di comunicazione di massa, emerge l’impressione che si stia
assistendo a una confusione di ruoli tra il segretario di un Partito e quello
di un capo di un governo ormai definibile ben più che ombra: addirittura con
ministri che non rispondono più al legittimo presidente del Consiglio ma direttamente
al segretario – presidente (si ricordi il caso del ministro Del Rio che, di
fronte alla richiesta di Letta di varare una legge sul conflitto d’interessi –
che sarebbe arrivata comunque in ritardo di 20 anni – ha risposto negando
perché un atto del genere avrebbe messo in discussione il patto
Berlusconi/Renzi).
Infine la natura stessa della proposta di legge elettorale
oggi sul tappeto: l’accanirsi sui piccoli partiti in un impianto legislativo
che già molti hanno giudicato peggiore di quello della “legge Acerbo” del 1923
che, con le elezioni dell’anno successivo, suffragò l’avvento del fascismo al
potere.
Con una ignavia
meritevole davvero di essere stigmatizzata nessuno pare avere più il coraggio
di ricordare il ruolo storico, sul piano politico culturale, avuto da quelli
che oggi sono definiti “piccoli partiti” nella costruzione della Repubblica e
nel suo sviluppo durante gli anni migliori della nostra democrazia: dal Partito
d’Azione, al PRI, al PLI, al valore della presenza socialdemocratica, della
sinistra socialista raccolta nel PSIUP e di quella comunista nel Manifesto-
PdUP. Soggetti politici capaci di progettare, fornire cultura politica
originale e quadri, al centro e in periferia, di grande valore per la realtà
democratica del Paese. Non si trattava di partiti personali come quello di
Mastella o privi di alcun riferimento concreto sul piano storico – politico
come è stata Rifondazione Comunista, in particolare dalla segreteria Bertinotti
in un quadro di totale cesura con la grande tradizione comunista italiana.
Certo: non ci sono più gli assalti alle Camere del Lavoro e
le botte (se non gli assassinii ) riservate agli avversari politici: lo
impedisce il fatto che viviamo in una “società dello spettacolo”.
Inoltre: chiariamoci bene su questo, sembra proprio che le
Camere del Lavoro 2014 si siano arrese molto più in fretta di quelle del 1924.
Affermazioni esagerate: forse? Certo che le tracce di Renzi
come “fascista moderno” ci sono tutte, sarebbe bene prestare attenzione a
questo fenomeno, comprenderne la natura e – soprattutto – costruire una seria
opposizione posta, insieme, sul terreno della difesa della democrazia
costituzionale e repubblicana e su quello dell’anticapitalismo necessario per
offrire un punto di vista alternativo nell’infuriare di una distruttiva
gestione della crisi.
Tutto questo, infine, a memoria di chi coltiva illusioni di
alleanze con il PD, di “nuovo centrosinistra” e soprattutto per chi,
accoccolato negli assessorati degli Enti Locali, tira a campare facendo finta
di non vedere.
2 commenti:
gramsci affermò che spettava ai comunisti fare rinascere l'italia; oggi come allora l'impegno è identico!
Assolutamente d'accordo e grazie Franco Astengo
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