lunedì 13 gennaio 2014

Sulla politica contrattuale territoriale di Gianni Marchetto



Premessa: 3 considerazioni

1.     Il ruolo dello SPI

2.     Un bilancio

3.     Delle proposte




1° considerazione: il ruolo dello SPI nella politica contrattuale territoriale

·        Va riconosciuto allo SPI di essere, tra le organizzazioni di massa, uno dei pochi che ci ha tentato e ci tenta di fare LA CONTRATTAZIONE TERRITORIALE sia con gli Enti Locali (ai vari tavoli con i Comuni, Circoscrizioni, Consorzi) e sia con gli Enti Pubblici (ASL, INPS, ecc.). Molte volte lasciato in uno “splendido isolamento” da parte delle altre categorie e dalle stesse Camere del Lavoro.

·        Va detto però che la crisi attuale ha messo la quasi totalità di questi Enti, nostri interlocutori e controparti, con “la bocca alla canna del gas”. La litania è sempre la stessa: “NON CI SONO SOLDI, BISOGNA TAGLIARE, LE MISURE DEL GOVERNO SONO TUTTE A PERDERE” (vedi i tagli alla spesa sociale, e un eccetera sconfinato).

2° considerazione: occorre trarre un bilancio

1.     La crisi trasforma gli odierni amministratori in una sorta di “gabellieri” (magari inconsapevoli) a servizio di altri centri di potere, molto lontani dalle esigenze dei cittadini (quando del tutto irresponsabili vedi i Commissari della Unione Europea): vedi il governo centrale e i diktat della Unione Europea.

2.     Quindi stiamo assistendo ad un rovesciamento delle prerogative di questi amministratori: da “dispensatori” di servizi per i cittadini a “taglieggiatori” di questi servizi.

3.     È messa in discussione la stessa filosofia del modello di assistenza ereditato dai primi anni 2000 (vedi i Piani di Zona per i Consorzi, o i Piani Regolatori Sociali a livello comunale).

4.     Come erano e come sono fatti questi piani. I tecnici che li redigono (essenzialmente degli assistenti sociali) di solito fanno:

o   una attenta lettura e analisi dei bisogni delle varie fasce di età dei cittadini. Trattasi quasi sempre di 4 fasce di età: la 1° età infantile e dello sviluppo da 0 anni ai 18 – età lavorativa dai 18 ai 60 anni – età post lavorativa, oltre i 60 anni – 4° i cittadini con disabilità. Vorremmo osservare che manca in tutti questi piani una lettura per una fascia di età che riguarda (in gran parte) la condizione della donna: l’età fertile con i suoi problemi (dai 14 ai 46 anni) e per quanto riguarda l’età lavorativa manca una lettura attenta della crisi e dello sviluppo riguardante le aziende del territorio

o   a questo vengono destinate delle risorse (finanziarie e di servizi)

o   per l’informazione ai cittadini vengono stampati chili e chili di “carte dei servizi” (il più delle volte ammucchiate negli uffici) e... morta là.

o   In pratica assistiamo alla costruzione di una grande “officina di riparazione”, per chi? Per chi ne conosce l’indirizzo, per chi non lo conosce… ciccia. Non che non servano le “officine di riparazioni”. Il problema che la crisi ci squaderna davanti è che produce una enormità di “vetture disastrate” (cittadini in difficoltà).

5.     È totalmente in crisi anche il modello di partecipazione che viene adottato: partecipazione passiva degli attori sociali tra i quali anche i militanti dello SPI, che vengono di volta in volta convocati per “emendare” quanto deciso dai tecnici delle istituzioni.

3° considerazione: le nostre proposte

1.     I bisogni vanno quantificati (ruolo dell’ente pubblico).

2.     I bisogni vanno messi in un ordine gerarchico (priorità definite), con il massimo apporto della esperienza e partecipazione dei cittadini (a partire da tutti gli attori sociali). A tutt’oggi nei Piani Regolatori Sociali a livello comunale per es. ci sono troppi bisogni elencati (ca. 10 es. degli anziani) senza una chiara definizione di priorità condivisa.

3.     La quantificazione dei «gruppi a maggior rischio» (per ogni fascia di età) deve dotarsi di un sistema informativo, gestito dall’Ente Locale, che contenga i nominativi dei cittadini “bisognosi”

4.     Così facendo si dà la possibilità all’Ente Pubblico di programmare l’assistenza nell’arco es. di 3 anni e di passare quindi dalla sola programmazione della domanda ad una programmazione dell’offerta

5.     Come risultato avremo: l’emersione degli «invisibili»

Un esempio per spiegare il perché l’Ente Locale deve dotarsi di un archivio informatizzato contenente i nominativi dei cittadini a maggiore rischio (nel nostro caso gli anziani), facciamo il seguente esempio:

Carolina Esposito è una anziana sola di 81 anni, con difficoltà motorie (è quasi sempre su una carrozzella) assistita da una badante straniera, con scarsi rapporti con parenti che abitano in altre località. Ha sempre fatto la casalinga e deve campare con la pensione minima INPS. Inoltre abita in un caseggiato degradato senza ascensore, con parecchio degrado anche sociale nel quartiere dove abita. È INDUBBIAMENTE SFORTUNATA. 

·        Con tutta probabilità la sua condizione economica è conosciuta dall’INPS…

·        La sua condizione sanitaria è conosciuta dall’ASL e/o dall’Unità Valutativa Geriatrica…

·        La sua condizione abitativa e di degrado sociale è conosciuta dal Comune, dai Vigili Urbani…

Quante ve ne sono nelle stesse condizioni? Noi le conosciamo? e le conosce l’Ente Locale?

Allo stato, non c’è nessuno che conosca la situazione complessiva di questa persona. Ergo… bisogna metterci una pezza con un cambio della nostra contrattazione territoriale.


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