Nel
1989 andavo dicendo…
All’indomani
del “suicidio” del PCI andavo facendo le seguenti argomentazioni:
Un tentativo di previsione sul PDS
Alla cosiddetta "area riformista", la vulgata
corrente concede il disegno più netto e credibile, perché, si dice, il più
realistico.
Personalmente penso invece che una ipotesi
"socialdemocratica" classica nel nostro paese sia la più illusoria:
·
perché manca un unico partito dei lavoratori, ed altrettanto un unico
sindacato, così come sono le migliori storie delle socialdemocrazie europee;
·
perché vi è nel nostro paese una borghesia industriale
"male-educata", poco incline al rispetto delle "regole del
gioco", che è il primo presupposto per ipotesi "cogestive", in
pratica l'unica cosa che sente sono i rapporti di forza, in fondo l'idea del
conflitto è molto più radicata in essa che non nelle attuali forze di sinistra.
·
perché vi è una debolezza intrinseca della struttura industriale che
porta il padronato italiano “oggettivamente” a scegliere l’area dello
sfruttamento e dell’evasione, piuttosto che l’area della innovazione di
prodotto, di processo, ecc. valga per tutta la situazione dell'industria più
"robusta" che è quella dei metalmeccanici - si tratta di 130.000
imprese con 2 milioni di lavoratori di cui ca. 300.000 fanno parte del settore
artigiano (e di artigiano hanno solo il nome) - con più di 100.000 imprese che
non superano i 50 addetti - dove il fatturato medio per addetto non supera i
150 milioni a fronte del fatturato medio per addetto nei paesi della UE che
battono dai 250 ai 300 milioni per addetto - 2 milioni di lavoratori diviso 130
mila imprese è uguale a 15,6 addetti medi per impresa a fronte dei 34 francesi
e dei 48 tedeschi. Il che è tutto dire!
Un tentativo di previsione
su R.C.
·
mi pare che ciò che prende piede al momento è una sorta di
rivalutazione romantica della storia del PCI (più quello che sarebbe piaciuto
che fosse successo che non quello accaduto nella realtà);
·
infatti la posizione "revisionista" di Garavini (sulla quale
io mi trovo d'accordo), al momento non sarà quella egemone;
·
il rischio è sprofondare in un superattivismo, accentuato inoltre dal
tipo di esperienze del vecchio PCI che in gran parte sta dando fiato a RC (vedi
emblematicamente Collegno e Nichelino).
La ri-partenza
La condizione è che si parta dal riconoscimento di
una comunità scientifica allargata, cioè che le capacità di
"problem solving", non risiedono unicamente nella testa degli
"esperti tecnici" della comunità scientifica tradizionale (tra i
quali anche i politici di professione), ma nell'agire sociale è presente a
tutti i livelli un altro esperto "grezzo", ricco di capacità e
competenze, al quale va dedicata attenzione e riconoscimento. Si tratta in
ultima analisi di mettere a confronto con pari dignità "esperienza e
scienza". Chi sono questi “esperti grezzi”? sono figure “professionali”
che fino a poco tempo fa erano tutti presenti nei grandi partiti di massa (maggiormente
nel PCI come una sorta di “imprenditori sociali”, vedi per tutti le migliaia di
Delegati sindacali, le centinaia di consiglieri comunali e di varie
organizzazioni collaterali) e oggi un po’ alla volta se ne sono andati, però
sono rimasti nella società, del tutto sconosciuti ai partiti.
UN' OPERA DI REVISIONISMO
Prima di entrare nel merito di alcune aree tematiche di
iniziativa, occorre a mio modo mettere in agenda una serie di questioni di
grande spessore anche ideologico a cui dedicare tempo di studio, discussione,
confronto, ecc.
1.- I COMUNISTTI E IL POTERE
Da Lenin a Gramsci al PCI di Togliatti e seguenti. Mi pare ci
siano nodi di teoria e di prassi da revisionare con molta determinazione. Si
può osservare che una pratica comunista non partecipata ha creato mostri o
disillusioni immense, sia nei paesi dell’Est che nelle pratiche “governative”
all’ovest. Al proposito si potrebbe tentare una tesi e cioè che il
comunismo o è fondato sulla non delega o non è. Ovvero è talmente
una idea mobilitante che non sopporta mediazioni delegate che escludono
l’esperienza diretta dei partecipanti.
2.- I PROBLEMI DELLA DIVISIONE DEL LAVORO ALLE SOGLIE DEL
2000
Per certi versi questa questione si intreccia con la prima,
con una accentuazione che non riguarda solo il mondo tecnico della produzione
(come in maniera riduzionistica è passato nel tempo), ma anche il terreno della
formazione e della cultura.
In prima battuta nel nostro paese vi è da verificare il
limite “togliattiano” di una certa lettura del Gramsci più moderno e più
“torinese”, quello che si interroga sul capitalismo americano per intenderci
(vedi il libro di Minucci), mentre il Gramsci più conosciuto è solo quello
storicista e umanista. Per intenderci se c’è una possibilità di riscrivere una
sorta di moderno “Americanismo e fordismo”.
Per i giorni nostri mi pare sarebbe interessante mettere a
confronto i tentativi di “superamento” della divisione del lavoro,
tentati negli ultimi decenni, almeno in 3 paesi: URSS, Giappone, Italia.
Una ipotesi di ricerca e confronto potrebbe vertere sulle caratteristiche
essenziali che determinano e misurano un processo di superamento della
divisione del lavoro:
·
Le condizioni tecnico-fisiche (oggettive) che determinano la divisione
del lavoro;
·
Gli investimenti sugli uomini (informazione e processi formativi
scolastici e professionali);
·
I livelli di crescita della responsabilità individuale e collettiva;
Il criterio della responsabilità (sulle modalità e sui
fini della produzione) è quello che con maggiore efficacia ci permetterebbe di
mettere a confronto le 3 esperienze suddette anche a fronte della recente
“campagna sulla Qualità Totale ala FIAT”, e recuperare il meglio della nostra
esperienza sui temi della organizzazione del lavoro degli anni ’70.
3.- QUALE FORZA PROPULSIVA NELLA MILITANZA COMUNISTA
Specie in una fase di “movimento” e di tentativo di andare
oltre le forme conosciute di organizzazione e di partito, credo sia utile
indagare le motivazioni profonde dell’agire e della militanza comunista. Per
grandi schemi voglio indicare due possibili “carburanti”:
1.
fede più sacrificio in funzione di un grande altruismo per la causa dei
deboli e degli oppressi;
2.
passione più intraprendenza in funzione di un saper fare collettivo;
Anche qui credo sarebbe utile andare alla rilettura di alcune
splendide pagine del Gramsci che si interroga sulla “formazione dell’uomo”, ma
interrogandoci sul serio su quella io considero la vera diversità dei comunisti
italiani (che magari non la intendevano come la intendo io, specie nel gruppo
dirigente) e cioè l’essere stati il più grande organizzatore di
imprenditoria sociale di questo paese. Paradossalmente avendo la capacità
di ridefinire la storia del PCI (e del sindacato) in rapporto al mercato e per
questa via ridefinire alle soglie del 2000 la figura del dirigente e
dell’intellettuale moderno, non più solo come “educatore” di masse (l’orda
bruta) bisognose di essere redente, tanto meno di ridicoli “manager” che non ne
imbroccano una come purtroppo oggi accade ad ogni piè sospinto.
PROFILO
PROFESSIONALE DEL COMUNISTA ATTUALE
(Ovviamente parlo qui dei comunisti degli anni ’80)
DECLARATORIA
1. è un
individuo autonomo = atteggiamento critico
2. è un
individuo intraprendente = è socialmente attivo
PROFILO
PROFESSIONALE
1. sa
individuare le pecche dell’avversario e/o dell’interlocutore (luoghi di lavoro,
ecc.) – non sa sempre definire con chiarezza una alternativa credibile,
praticabile;
Prodotto =
PROPAGANDA + AGITAZIONE
2. sa stare
sul terreno istituzionale, sa presentare una lista elettorale, fare comizi,
ecc. – non sempre ha una “mappa e un piano” consapevole per una “situazione
obiettivo” – utilizza pochissimo (e in rapporto di delega) gli specialisti
della comunità scientifica tradizionale – non valorizza i propri “esperti
grezzi” – (quindi) non ha un piano di trasformazione;
Prodotto =
IMMAGINE + VOTI
3. sa
organizzare momenti e uomini in funzione di: feste dell’unità, tesseramento,
manifestazioni – sa scarsamente confrontarsi al proprio interno – è molto
informato, ma legge poco – non fa formazione;
Prodotto =
ATTIVISMO
CONSIDERAZIONE
Nessuna indifferenza o
sottovalutazione per le caratteristiche di cui sopra. È un patrimonio da non disperdere,
però da QUALIFICARE.
SITUAZIONE
OBIETTIVO
DECLARATORIA
Trasformare autonomia +
intraprendenza in IMPRENDOTORIA SOCIALE (capacità di costruire dei
“prodotti”)
PROFILO
PROFESSIONALE
1. capacità
di fare “indagini mercato” su prodotti (sociali) mirati – no a cavalcare tutto;
Prodotto =
“IMPORRE” ALCUNE MERCI
2. storia,
mappa + piano (per progettare il futuro occorre pianificare il passato)
Prodotto =
Organizzatore di gruppi sociali finalizzati a scopi precisi
3. reimpara a
“leggere, scrivere e far di conto”
Prodotto =
FORMAZIONE di se stesso e di altri
Più
democrazia è uguale a più produttività
·
Intanto occorre dire
che nella nostra cultura, democrazia e produttività sono sempre state
considerate delle antinomie. Allora occorre essere consapevoli che se non si
vuole essere dei parolai occorre dimostrare nei fatti e sul campo che i due
termini si possono sposare e convivere felicemente insieme. Così come i padroni
riescono a dimostrare con i fatti e non con le parole un ben altro assioma: più comando = più produttività.
·
Infatti si può
benissimo dire che la fabbrica taylorista – fordista e post-fordista vive su un
altro assunto: la mancanza di democrazia.
·
Nel 1982 a Torino facemmo un
corso delle 150 ore all’Università con il compagno Prof. Oddone mettendo a
confronto 3 situazioni: il comune di Torino, l’USL 1-4 di Torino e la FIAT Mirafiori – le
leggemmo attraverso l’assunto: + democrazia = + produttività e cosa scoprimmo?
Che l’assunto dava una risposta positiva alla FIAT Mirafiori!
·
Nel saggio “L’uso
inumano dell’essere umano” di N. Wiener ad un certo punto si dice: “nell’epoca
dello schiavismo, un essere umano legato al remo di una galera era usato solo
come fonte di energia, così come oggi nella fabbrica moderna l’essere umano è
costretto alla catena di montaggio e quindi alla ripetizione stupida di alcuni
manciate di secondi di attività, ne viene che l’uomo moderno è utilizzato per
un milionesimo delle sue capacità” – in pratica l’essere umano moderno non
è “sfruttato”, se per sfruttamento si intende le sue capacità mentali.
·
Per non dire tutto il
“precariato”, da un lato provvisto di una cultura più alta che nel passato e
dall’altro sfruttato SOLO nelle braccia.
·
Allora si pone la vera sfida con il capitalismo globalizzato – progettare
un lavoro e una fabbrica dove maggiore produttività sia insieme a maggiore
democrazia. Se non ci si pone questa sfida la battaglia è persa in partenza.
Per maggiore chiarezza
espositiva:
I fattori che
influenzano la produttività
Se aumenta il 1° e il 2° fattore aumenta lo
sfruttamento
Se aumenta il 3° e il 4°, bene, è quello che
vogliamo
Un diverso
uso del tempo (il mio “sogno”)
·
Io così ragiono oggi, rispetto anche alla riduzione di orario di lavoro.
Non mi entusiasma più di tanto la Riduzione di Orario a 35 ore perché rimane
tutta in una logica industrialista. Un diverso e innovato uso del tempo che
tenti di andare oltre la divisione storica del lavoro produttivo e riproduttivo
(che in ultima analisi è anche gran parte della divisione del lavoro tra uomo e
donna).
·
In pratica credo che vada detto
che siamo per un allargamento della vita lavorativa al posto di un allungamento
della stessa.
·
Quindi il problema di un superamento della divisione del lavoro continua
ad esistere, anche e soprattutto nella fabbrica integrata, in quanto il
nocciolo duro del Taylorismo, la
divisione tra chi pensa e chi esegue, non viene minimamente scalfito.
·
Invece vanno sperimentate tutte quelle forme di un diverso uso del tempo:
·
20 ore di lavoro produttivo
·
8 ore di lavoro riproduttivo
·
8 ore di formazione,
professionale e/o culturale
·
La scansione delle tre fette di orario risponde ciascuna ai problemi
della società moderna. La prima (le 20 ore, con una ipotesi settimanale sui 5/6
giorni lavorativi), risponde da un lato alla necessità di ridistribuire il
lavoro esistente e dall’altro al processo continuo di innovazione del lavoro.
La seconda entra dentro la crisi dello stato sociale evitandone lo sfaldamento
(con un rapporto di lavoro sostanzialmente fatto dagli Enti Locali), tra
l'altro il costo sarebbe compensato da un recupero produttivo della CIG, CIGS,
Mobilità, ma ancora di più da un dato culturale che nel tempo si può realizzare
e cioè quello di avere un individuo (l'uomo), costruito anche da una attività
non direttamente produttivistica, ma su una attività dove l'accento non viene
solo dall'efficienza ma dell'efficacia del suo lavoro. La terza, vuole essere
nei fatti il superamento della logica borghese sulla formazione degli
individui, che vuole l'individuo interessato ai processi formativi quasi
esclusivamente nella età giovanile e poi tutta la vita dedicata al lavoro.
I sogni e gli incubi
·
Sento già l’obiezione: ma questi sono sogni! E poi in questa crisi… ma
va!
·
Rispondo: se non ora, quando? E io voglio che la gente, il nostro popolo
torni a lottare per un sogno, ce n’è bisogno come il pane. E comunque è più
bello sognare che vivere di incubi, come quello che aspetta le nuove
generazioni fatto di una vita spiantata, precaria, senza o quasi una speranza
di pensione, contro gli incubi a cui vanno incontro gli anziani nei prossimi
anni, specie quelli che già oggi non riescono a finire il mese, contro gli
incubi delle mamme che non sanno dove mettere il loro figlio, eccetera...
·
E comunque rispondo con le parole del saggio: “di notte, nel buio più
assoluto, per avanzare nella direzione giusta, ogni tanto bisogna alzare gli
occhi al cielo, per farsi guidare dalle stelle... per evitare di girare
intorno”.
Fino a qui le mie riflessioni sulla fine degli anni ‘80
La
carriera dell’operaio
·
Perché gli operai (ma non solo loro, anche altre figure
professionali nelle aziende e in tutte le aziende, dalle manifatture
tradizionale, ai servizi, alla pubblica amministrazione). Perché ovviamente non
scelti dal destino, ma perché a ridosso dei cicli di innovazione. E non mi si
venga dire che ad oggi gli operai sono pochi e destinati ad esser sempre meno.
Il problema è l’EGEMONIA. Così come avvenne per la prima borghesia che si andò
affermando alla fine del medio evo. Erano 4 gatti, ma guarda un po’ te che
casino hanno fatto: la rivoluzione e hanno rivoluzionato tutto (così come dice
K. Marx)
·
A patto però di essere consapevoli di tre questioni: la 1° ha
bisogno di una salutare autocritica di tutti coloro (come il sottoscritto) i
quali furono i protagonisti della stagione delle lotte della fine degli anni
’60 e per tutti gli anni ’70: il periodo d’oro delle lotte operaie dei
lavoratori, il periodo che afferma i diritti in fabbrica e la costruzione dello
stato sociale nel nostro paese che a differenza di altri non ci è stato
regalato, ma frutto di grandi lotte. Nel senso di vedere i limiti di quella
esperienza che grosso modo si può così definire: diventammo tutti quanti dei
“bravi poliziotti” e chi come il sottoscritto si misurò con i problemi
della prestazione di lavoro finì nel fare il “guardiano del 133 di
rendimento” (è la misura massima
stabilita per lo sfruttamento di una persona). La 2° quella di
riconoscere che avevamo (chi più, chi meno) delegato al solo inquadramento unico
la “carriera dell’operaio”, oscurando invece quanto dall’esperienza operaia e
quindi quanto dalla sua “competenza professionale allargata” poteva
venire, offrendo invece delle ipotesi di maggiore professionalità a nuovi modi
di lavoro (le isole e quant’altro), ovvero quello di riconoscere che
all’operaio intraprendente restavano aperte due strade: la 1° diventare
talmente bravo da passare dall’altra parte (senza nessun giudizio moralistico,
passare dalla parte di coloro i quali in una fabbrica hanno il compito di
costruire delle Istruzioni per gli Esecutori) ovvero 2° strada, diventare
talmente bravo e passare a fare il Sindacalista! La 3° è quella di essere
approdati a livello della migliore liberal democrazia, ergo: i lavoratori
devono avere il diritto di esprimere i loro giudizi, specie con il voto sugli
accordi e sui contratti (la libertà di opinione). A me pare che a questa
concezione (del tutto giusta) occorra affiancare una strategia che si fondi
sulla “democrazia cognitiva” (al cambio svizzero: mettere nella bagna i
lavoratori).
·
QUALE CAMBIO DI
PARADIGMA:
Occorre partire dal progettare una carriera dell’operaio che deve significare
quindi dare un nuovo significato alla PRODUTTIVITA’: fare il massimo con il
minimo sforzo; quindi ciò significa riconoscere che gli operai sono persone
pensanti, che se “allenati, motivati, retribuiti, ecc.” (alla maniera per es.
di un calciatore) possono dare molta, molta più produttività;
·
Nel progettare la “carriera dell’operaio” vanno
previste quindi tutte quelle riappropriazioni tecnico-scientifiche (oggi in
mano agli “istruttori”) che rendano sempre più ricco, interessante il
lavoro dell’operaio;
Quali le condizioni per le quali ciò si
avveri
|
Obiettivi
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Condizioni
|
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Trovare lavoro – puntare alla sua riduzione
|
Ridurre
drasticamente la precarietà, e la flessibilità in azienda. Incentivare il
lavoro di gruppo: è nel lavoro collettivo che si impara di più dai lavoratori
esperti.
|
|
Lavoro non nocivo anzi
coerente con la salute in senso complessivo
|
·
Abbattere tutte le forme di nocività conosciute: sono loro, gli
ambienti, inidonei, e non gli operai che quando lo diventano sono un peso sul
rimanente degli altri operai e un costo sociale
·
Se si vuole che un operaio dia il meglio di sé occorre quindi
liberarlo dalle forme di gravosità, di costrizione (alla Marchionne per
intenderci) che non tolte portano gli operai ad un uso del tempo altro,
lontano dalla produttività
|
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Lavoro riconosciuto
come produttore di esperienza grezza
|
Se
viene riconosciuto significa un arricchimento complessivo dell’azienda
|
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Lavoro riconosciuto
dalla società come lavoro sociale
|
Se
viene riconosciuto deve significare un salto nella scala sociale (quindi va
certificato) e un adeguato riconoscimento retributivo
|
Da dove ripartire:
Antonio Calabrò nel libro Orgoglio Industriale, Ed.
Mondadori, ci dice che nel 2008 su 3.800.000 partite IVA (a carattere
industriale manifatturiero) ce ne sono 4.600 (lui le chiama “multinazionali
tascabili” che vanno dai 50 ai 500 addetti, 600 di queste hanno più di 500
addetti) che forse ci tireranno fuori dalla crisi. Il Prof. Romano
Prodi in un recente convegno del PD, in una bella e lucida relazione afferma
che a oggi sono ca. 1.000. Domanda: chi le conosce, cosa producono e per chi, e
cosa fa lì il sindacato (posto che ci sia)? Domanda successiva: è una bestemmia
pensare di poter costruire a sinistra (dai sindacati) un archivio di queste
aziende per portarle all’onore del mondo, per tentare di farle mettere in
contraddizione con il resto delle imprese, rima che la crisi sia occasione di
adeguamento alla normalità rappresentata dalla crisi e dalla recessione? per
tentare una sorta di “alleanza dialettica” con il movimento dei lavoratori. Non
fosse altro perché in questo campo vi sono senz’altro le possibilità di un
“conflitto” più avanzato e non solo sulla difensiva. Inoltre l’Assolombarda ha
censito in Lombardia 60 aziende esemplari che fanno parte di un altro archivio:
“L’INDUSTRIA ITALIANA CAMBIA VOLTO” di ca. 530 imprese (vedi la ricerca Conoscenza
e crescita: le nuove strategie delle imprese del sistema Confindustria –
Centro Studi – Progetto Focus Group). Di queste imprese si sa il nome,
l’ubicazione, il prodotto, il mercato e un eccetera sconfinato.
Io non vedo per es. la FIOM impegnata su questo recupero
dell'esperienza operaia (che per grande parte si esprime nei suoi quadri, i
quali nel bene e nel male continuano a fare accordi), ne so quale conoscenza
abbia delle "imprese esemplari". Stessa identica cosa per la CGIL e
maggiormente per gli altri sindacati. Non
siamo ben messi!
Le
opinioni e le competenze
Penso
ad un partito (ovvero, meglio un movimento, su questo sono d’accordo con il
Marx della Prima Internazionale che per ben 7 anni fece una battaglia, alla
fine persa, contro i tedeschi di allora per impedire la nascita del partito
operaio), dove sia residuale la presenza delle opinioni e prevalenti le
competenze, a tutti i livelli, dal circolo di base fino ai vertici. E tutti gli
incarichi a rotazione. Le decisioni sempre prese con la VALIDAZIONE
CONSENSUALE: si parte per realizzarla da 1° COSA SA LA GENTE, 2° COSA DOVREBBE
SAPERE, E 3° DA QUI SE NE DOVREBBE RICAVARE LA DECISIONE FINALE SEMPRE CON
DELLE PRIORITA’ RICONOSCIUTE DALLA MAGGIORANZA.
Basta
vedere i gruppi dirigenti degli attuali partiti: sono pieni di opinionisti e poche
competenze. Sanno ti tutto un po’ e quasi niente su tutto.
Basta
con la prevalenza degli intellettuali di tipo umanista (alla R. Rossanda per
intenderci o alla Bertinotti o alla Vendola, che spiegano sempre al colto e
all’inclita perché abbiamo perso, dopo, e non ne azzeccano mai una, prima!)
Nel passato un grande
“rivoluzionario” fu senz’altro F. Taylor che era un ingegnere (!) il quale al
processo che gli fecero disse: “occorre
creare
una scienza che possa permettere di utilizzare (non una volta per tutte ma
"in progress") quel 50% del valore della capacità acquisita dagli
operai lavorando (che Ivar Oddone chiama “esperienza grezza”) insieme al
restante 50% della direzione. E, continua Ivar Oddone: “La comunità non solo
scientifica ma l'intera società aveva ignorato questa richiesta storicamente
fondamentale. In caso contrario tutta questa esperienza andrà irrimediabilmente
perduta (anche per l’impresa)”.
Lo
sviluppo delle forze produttive e le invenzioni degli uomini
Un
certo marxismo (da intellettuali umanisti) le invenzioni degli uomini li mette
in una rubrica denominata “lo sviluppo delle forze produttive” e vai tu a
sapere di cosa si tratta. E no cari miei, io voglio sapere di cosa si tratta,
dal passaggio della ghisa grigia a quella sferoidale, da come avviene la
verniciatura a “pastello” con quella “metallizzata”, e un eccetera sconfinato
che alla fine del ‘700 ha trovato una mirabile edizione di tutte le attività
umane (di allora) nella “Encyclopedie” di Diderot & D’Alembert.
Se
no come spiegare il declino di Venezia (alla fine del ‘300) nella costruzione
delle navi (ne faceva talmente tante che aveva le linee di montaggio) a scapito
della invenzione di un nuovo timone e di un diverso uso delle vele che avvenne
nelle Fiandre ad opera di alcuni artigiani. Il che permise di andare
controvento e controvento C. Colombo poté “scoprire” le sue “Indie Occidentali”,
aprendo così nuovi orizzonti al mercato mondiale. Così come alcuni decenni dopo
il perché il baricentro della innovazione si spostò in Inghilterra per finire
poi negli USA a Boston (M.I.T) e a Detroit (nelle grandi produzioni massa con
l’apporto determinante del taylorismo). Per finire ai giorni nostri nella
Silycon Valley come luogo ultimo della innovazione informatica.
Diversa
mi pare sia la storia del Tojotismo. Qui assistiamo ad un tentativo (riuscito
in Giappone) fino a pochi anni fa (adesso mi pare sia in via di abbandono con
l’emergere del precariato) che pur non intaccando la filosofia ultima della
divisione del lavoro: chi pensa e chi esegue, comunque ha affermato una visione
della persona, pensante e provvista di esperienza che nel modellino tojotista
VA RECUPERATA.
E
qui mi taccio, perché mi rendo conto di averla fatta fin troppo lunga. Il mio
vuole essere un contributo di ragionamenti che vado facendo in questi ultimi
anni a ridosso dei problemi del lavoro, del sindacato e della forma partito.
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