martedì 28 gennaio 2014

LA BUONA POLITICA E LA FORMA PARTITO di Gianni Marchetto





Nel 1989 andavo dicendo…
All’indomani del “suicidio” del PCI andavo facendo le seguenti argomentazioni:
 
Un tentativo di previsione sul PDS
Alla cosiddetta "area riformista", la vulgata corrente concede il disegno più netto e credibile, perché, si dice, il più realistico.
Personalmente penso invece che una ipotesi "socialdemocratica" classica nel nostro paese sia la più illusoria:
·        perché manca un unico partito dei lavoratori, ed altrettanto un unico sindacato, così come sono le migliori storie delle socialdemocrazie europee;
·        perché vi è nel nostro paese una borghesia industriale "male-educata", poco incline al rispetto delle "regole del gioco", che è il primo presupposto per ipotesi "cogestive", in pratica l'unica cosa che sente sono i rapporti di forza, in fondo l'idea del conflitto è molto più radicata in essa che non nelle attuali forze di sinistra.
·        perché vi è una debolezza intrinseca della struttura industriale che porta il padronato italiano “oggettivamente” a scegliere l’area dello sfruttamento e dell’evasione, piuttosto che l’area della innovazione di prodotto, di processo, ecc. valga per tutta la situazione dell'industria più "robusta" che è quella dei metalmeccanici - si tratta di 130.000 imprese con 2 milioni di lavoratori di cui ca. 300.000 fanno parte del settore artigiano (e di artigiano hanno solo il nome) - con più di 100.000 imprese che non superano i 50 addetti - dove il fatturato medio per addetto non supera i 150 milioni a fronte del fatturato medio per addetto nei paesi della UE che battono dai 250 ai 300 milioni per addetto - 2 milioni di lavoratori diviso 130 mila imprese è uguale a 15,6 addetti medi per impresa a fronte dei 34 francesi e dei 48 tedeschi. Il che è tutto dire!

Un tentativo di previsione su R.C.
·        mi pare che ciò che prende piede al momento è una sorta di rivalutazione romantica della storia del PCI (più quello che sarebbe piaciuto che fosse successo che non quello accaduto nella realtà);
·        infatti la posizione "revisionista" di Garavini (sulla quale io mi trovo d'accordo), al momento non sarà quella egemone;
·        il rischio è sprofondare in un superattivismo, accentuato inoltre dal tipo di esperienze del vecchio PCI che in gran parte sta dando fiato a RC (vedi emblematicamente Collegno e Nichelino).

La ri-partenza
La condizione è che si parta dal riconoscimento di una comunità scientifica allargata, cioè che le capacità di "problem solving", non risiedono unicamente nella testa degli "esperti tecnici" della comunità scientifica tradizionale (tra i quali anche i politici di professione), ma nell'agire sociale è presente a tutti i livelli un altro esperto "grezzo", ricco di capacità e competenze, al quale va dedicata attenzione e riconoscimento. Si tratta in ultima analisi di mettere a confronto con pari dignità "esperienza e scienza". Chi sono questi “esperti grezzi”? sono figure “professionali” che fino a poco tempo fa erano tutti presenti nei grandi partiti di massa (maggiormente nel PCI come una sorta di “imprenditori sociali”, vedi per tutti le migliaia di Delegati sindacali, le centinaia di consiglieri comunali e di varie organizzazioni collaterali) e oggi un po’ alla volta se ne sono andati, però sono rimasti nella società, del tutto sconosciuti ai partiti.

 

UN' OPERA DI REVISIONISMO


Prima di entrare nel merito di alcune aree tematiche di iniziativa, occorre a mio modo mettere in agenda una serie di questioni di grande spessore anche ideologico a cui dedicare tempo di studio, discussione, confronto, ecc.
1.- I COMUNISTTI E IL POTERE
Da Lenin a Gramsci al PCI di Togliatti e seguenti. Mi pare ci siano nodi di teoria e di prassi da revisionare con molta determinazione. Si può osservare che una pratica comunista non partecipata ha creato mostri o disillusioni immense, sia nei paesi dell’Est che nelle pratiche “governative” all’ovest. Al proposito si potrebbe tentare una tesi e cioè che il comunismo o è fondato sulla non delega o non è. Ovvero è talmente una idea mobilitante che non sopporta mediazioni delegate che escludono l’esperienza diretta dei partecipanti.
2.- I PROBLEMI DELLA DIVISIONE DEL LAVORO ALLE SOGLIE DEL 2000
Per certi versi questa questione si intreccia con la prima, con una accentuazione che non riguarda solo il mondo tecnico della produzione (come in maniera riduzionistica è passato nel tempo), ma anche il terreno della formazione e della cultura.
In prima battuta nel nostro paese vi è da verificare il limite “togliattiano” di una certa lettura del Gramsci più moderno e più “torinese”, quello che si interroga sul capitalismo americano per intenderci (vedi il libro di Minucci), mentre il Gramsci più conosciuto è solo quello storicista e umanista. Per intenderci se c’è una possibilità di riscrivere una sorta di moderno “Americanismo e fordismo”.
Per i giorni nostri mi pare sarebbe interessante mettere a confronto i tentativi di “superamento” della divisione del lavoro, tentati negli ultimi decenni, almeno in 3 paesi: URSS, Giappone, Italia. Una ipotesi di ricerca e confronto potrebbe vertere sulle caratteristiche essenziali che determinano e misurano un processo di superamento della divisione del lavoro:
·        Le condizioni tecnico-fisiche (oggettive) che determinano la divisione del lavoro;
·        Gli investimenti sugli uomini (informazione e processi formativi scolastici e professionali);
·        I livelli di crescita della responsabilità individuale e collettiva;

Il criterio della responsabilità (sulle modalità e sui fini della produzione) è quello che con maggiore efficacia ci permetterebbe di mettere a confronto le 3 esperienze suddette anche a fronte della recente “campagna sulla Qualità Totale ala FIAT”, e recuperare il meglio della nostra esperienza sui temi della organizzazione del lavoro degli anni ’70.
3.- QUALE FORZA PROPULSIVA NELLA MILITANZA COMUNISTA
Specie in una fase di “movimento” e di tentativo di andare oltre le forme conosciute di organizzazione e di partito, credo sia utile indagare le motivazioni profonde dell’agire e della militanza comunista. Per grandi schemi voglio indicare due possibili “carburanti”:
1.      fede più sacrificio in funzione di un grande altruismo per la causa dei deboli e degli oppressi;
2.      passione più intraprendenza in funzione di un saper fare collettivo;

Anche qui credo sarebbe utile andare alla rilettura di alcune splendide pagine del Gramsci che si interroga sulla “formazione dell’uomo”, ma interrogandoci sul serio su quella io considero la vera diversità dei comunisti italiani (che magari non la intendevano come la intendo io, specie nel gruppo dirigente) e cioè l’essere stati il più grande organizzatore di imprenditoria sociale di questo paese. Paradossalmente avendo la capacità di ridefinire la storia del PCI (e del sindacato) in rapporto al mercato e per questa via ridefinire alle soglie del 2000 la figura del dirigente e dell’intellettuale moderno, non più solo come “educatore” di masse (l’orda bruta) bisognose di essere redente, tanto meno di ridicoli “manager” che non ne imbroccano una come purtroppo oggi accade ad ogni piè sospinto.

PROFILO PROFESSIONALE DEL COMUNISTA ATTUALE
(Ovviamente parlo qui dei comunisti degli anni ’80)

DECLARATORIA

1.      è un individuo autonomo = atteggiamento critico
2.      è un individuo intraprendente = è socialmente attivo

PROFILO PROFESSIONALE

1.      sa individuare le pecche dell’avversario e/o dell’interlocutore (luoghi di lavoro, ecc.) – non sa sempre definire con chiarezza una alternativa credibile, praticabile;
Prodotto = PROPAGANDA + AGITAZIONE

2.      sa stare sul terreno istituzionale, sa presentare una lista elettorale, fare comizi, ecc. – non sempre ha una “mappa e un piano” consapevole per una “situazione obiettivo” – utilizza pochissimo (e in rapporto di delega) gli specialisti della comunità scientifica tradizionale – non valorizza i propri “esperti grezzi” – (quindi) non ha un piano di trasformazione;
Prodotto = IMMAGINE + VOTI

3.      sa organizzare momenti e uomini in funzione di: feste dell’unità, tesseramento, manifestazioni – sa scarsamente confrontarsi al proprio interno – è molto informato, ma legge poco – non fa formazione;
Prodotto = ATTIVISMO

CONSIDERAZIONE

Nessuna indifferenza o sottovalutazione per le caratteristiche di cui sopra. È un patrimonio da non disperdere, però da QUALIFICARE.

SITUAZIONE OBIETTIVO

DECLARATORIA

Trasformare autonomia + intraprendenza in IMPRENDOTORIA SOCIALE (capacità di costruire dei “prodotti”)
PROFILO PROFESSIONALE

1.      capacità di fare “indagini mercato” su prodotti (sociali) mirati – no a cavalcare tutto;
Prodotto = “IMPORRE” ALCUNE MERCI

2.      storia, mappa + piano (per progettare il futuro occorre pianificare il passato)
Prodotto = Organizzatore di gruppi sociali finalizzati a scopi precisi

3.      reimpara a “leggere, scrivere e far di conto”
Prodotto = FORMAZIONE di se stesso e di altri

Più democrazia è uguale a più produttività
·        Intanto occorre dire che nella nostra cultura, democrazia e produttività sono sempre state considerate delle antinomie. Allora occorre essere consapevoli che se non si vuole essere dei parolai occorre dimostrare nei fatti e sul campo che i due termini si possono sposare e convivere felicemente insieme. Così come i padroni riescono a dimostrare con i fatti e non con le parole un ben altro assioma: più comando = più produttività.
·        Infatti si può benissimo dire che la fabbrica taylorista – fordista e post-fordista vive su un altro assunto: la mancanza di democrazia.
·        Nel 1982 a Torino facemmo un corso delle 150 ore all’Università con il compagno Prof. Oddone mettendo a confronto 3 situazioni: il comune di Torino, l’USL 1-4 di Torino e la FIAT Mirafiori – le leggemmo attraverso l’assunto: + democrazia = + produttività e cosa scoprimmo? Che l’assunto dava una risposta positiva alla FIAT Mirafiori!
·        Nel saggio “L’uso inumano dell’essere umano” di N. Wiener ad un certo punto si dice: “nell’epoca dello schiavismo, un essere umano legato al remo di una galera era usato solo come fonte di energia, così come oggi nella fabbrica moderna l’essere umano è costretto alla catena di montaggio e quindi alla ripetizione stupida di alcuni manciate di secondi di attività, ne viene che l’uomo moderno è utilizzato per un milionesimo delle sue capacità” – in pratica l’essere umano moderno non è “sfruttato”, se per sfruttamento si intende le sue capacità mentali.
·        Per non dire tutto il “precariato”, da un lato provvisto di una cultura più alta che nel passato e dall’altro sfruttato SOLO nelle braccia.
·        Allora si pone la vera sfida con il capitalismo globalizzato – progettare un lavoro e una fabbrica dove maggiore produttività sia insieme a maggiore democrazia. Se non ci si pone questa sfida la battaglia è persa in partenza.

Per maggiore chiarezza espositiva:

I fattori che influenzano la produttività
 













Se aumenta il 1° e il 2° fattore aumenta lo sfruttamento
Se aumenta il 3° e il 4°, bene, è quello che vogliamo

Un diverso uso del tempo (il mio “sogno”)
·        Io così ragiono oggi, rispetto anche alla riduzione di orario di lavoro. Non mi entusiasma più di tanto la Riduzione di Orario a 35 ore perché rimane tutta in una logica industrialista. Un diverso e innovato uso del tempo che tenti di andare oltre la divisione storica del lavoro produttivo e riproduttivo (che in ultima analisi è anche gran parte della divisione del lavoro tra uomo e donna).
·        In pratica credo che vada detto che siamo per un allargamento della vita lavorativa al posto di un allungamento della stessa.
·        Quindi il problema di un superamento della divisione del lavoro continua ad esistere, anche e soprattutto nella fabbrica integrata, in quanto il nocciolo duro del Taylorismo, la divisione tra chi pensa e chi esegue, non viene minimamente scalfito.
·        Invece vanno sperimentate tutte quelle forme di un diverso uso del tempo:

·        20 ore di lavoro produttivo
·        8 ore di lavoro riproduttivo
·        8 ore di formazione, professionale e/o culturale

·        La scansione delle tre fette di orario risponde ciascuna ai problemi della società moderna. La prima (le 20 ore, con una ipotesi settimanale sui 5/6 giorni lavorativi), risponde da un lato alla necessità di ridistribuire il lavoro esistente e dall’altro al processo continuo di innovazione del lavoro. La seconda entra dentro la crisi dello stato sociale evitandone lo sfaldamento (con un rapporto di lavoro sostanzialmente fatto dagli Enti Locali), tra l'altro il costo sarebbe compensato da un recupero produttivo della CIG, CIGS, Mobilità, ma ancora di più da un dato culturale che nel tempo si può realizzare e cioè quello di avere un individuo (l'uomo), costruito anche da una attività non direttamente produttivistica, ma su una attività dove l'accento non viene solo dall'efficienza ma dell'efficacia del suo lavoro. La terza, vuole essere nei fatti il superamento della logica borghese sulla formazione degli individui, che vuole l'individuo interessato ai processi formativi quasi esclusivamente nella età giovanile e poi tutta la vita dedicata al lavoro.

I sogni e gli incubi
·        Sento già l’obiezione: ma questi sono sogni! E poi in questa crisi… ma va!
·        Rispondo: se non ora, quando? E io voglio che la gente, il nostro popolo torni a lottare per un sogno, ce n’è bisogno come il pane. E comunque è più bello sognare che vivere di incubi, come quello che aspetta le nuove generazioni fatto di una vita spiantata, precaria, senza o quasi una speranza di pensione, contro gli incubi a cui vanno incontro gli anziani nei prossimi anni, specie quelli che già oggi non riescono a finire il mese, contro gli incubi delle mamme che non sanno dove mettere il loro figlio, eccetera...
·        E comunque rispondo con le parole del saggio: “di notte, nel buio più assoluto, per avanzare nella direzione giusta, ogni tanto bisogna alzare gli occhi al cielo, per farsi guidare dalle stelle... per evitare di girare intorno”.

Fino a qui le mie riflessioni sulla fine degli anni ‘80

La carriera dell’operaio
·        Perché gli operai (ma non solo loro, anche altre figure professionali nelle aziende e in tutte le aziende, dalle manifatture tradizionale, ai servizi, alla pubblica amministrazione). Perché ovviamente non scelti dal destino, ma perché a ridosso dei cicli di innovazione. E non mi si venga dire che ad oggi gli operai sono pochi e destinati ad esser sempre meno. Il problema è l’EGEMONIA. Così come avvenne per la prima borghesia che si andò affermando alla fine del medio evo. Erano 4 gatti, ma guarda un po’ te che casino hanno fatto: la rivoluzione e hanno rivoluzionato tutto (così come dice K. Marx)
·        A patto però di essere consapevoli di tre questioni: la 1° ha bisogno di una salutare autocritica di tutti coloro (come il sottoscritto) i quali furono i protagonisti della stagione delle lotte della fine degli anni ’60 e per tutti gli anni ’70: il periodo d’oro delle lotte operaie dei lavoratori, il periodo che afferma i diritti in fabbrica e la costruzione dello stato sociale nel nostro paese che a differenza di altri non ci è stato regalato, ma frutto di grandi lotte. Nel senso di vedere i limiti di quella esperienza che grosso modo si può così definire: diventammo tutti quanti dei “bravi poliziotti” e chi come il sottoscritto si misurò con i problemi della prestazione di lavoro finì nel fare il “guardiano del 133 di rendimento” (è la misura massima stabilita per lo sfruttamento di una persona). La 2° quella di riconoscere che avevamo (chi più, chi meno) delegato al solo inquadramento unico la “carriera dell’operaio”, oscurando invece quanto dall’esperienza operaia e quindi quanto dalla sua “competenza professionale allargata” poteva venire, offrendo invece delle ipotesi di maggiore professionalità a nuovi modi di lavoro (le isole e quant’altro), ovvero quello di riconoscere che all’operaio intraprendente restavano aperte due strade: la 1° diventare talmente bravo da passare dall’altra parte (senza nessun giudizio moralistico, passare dalla parte di coloro i quali in una fabbrica hanno il compito di costruire delle Istruzioni per gli Esecutori) ovvero 2° strada, diventare talmente bravo e passare a fare il Sindacalista! La 3° è quella di essere approdati a livello della migliore liberal democrazia, ergo: i lavoratori devono avere il diritto di esprimere i loro giudizi, specie con il voto sugli accordi e sui contratti (la libertà di opinione). A me pare che a questa concezione (del tutto giusta) occorra affiancare una strategia che si fondi sulla “democrazia cognitiva” (al cambio svizzero: mettere nella bagna i lavoratori).
·        QUALE CAMBIO DI PARADIGMA: Occorre partire dal progettare una carriera dell’operaio che deve significare quindi dare un nuovo significato alla PRODUTTIVITA’: fare il massimo con il minimo sforzo; quindi ciò significa riconoscere che gli operai sono persone pensanti, che se “allenati, motivati, retribuiti, ecc.” (alla maniera per es. di un calciatore) possono dare molta, molta più produttività;
·        Nel progettare la “carriera dell’operaio” vanno previste quindi tutte quelle riappropriazioni tecnico-scientifiche (oggi in mano agli “istruttori”) che rendano sempre più ricco, interessante il lavoro dell’operaio;
Quali le condizioni per le quali ciò si avveri
Obiettivi
Condizioni
Trovare lavoro – puntare alla sua riduzione
Ridurre drasticamente la precarietà, e la flessibilità in azienda. Incentivare il lavoro di gruppo: è nel lavoro collettivo che si impara di più dai lavoratori esperti.
Lavoro non nocivo anzi coerente con la salute in senso complessivo

·        Abbattere tutte le forme di nocività conosciute: sono loro, gli ambienti, inidonei, e non gli operai che quando lo diventano sono un peso sul rimanente degli altri operai e un costo sociale
·        Se si vuole che un operaio dia il meglio di sé occorre quindi liberarlo dalle forme di gravosità, di costrizione (alla Marchionne per intenderci) che non tolte portano gli operai ad un uso del tempo altro, lontano dalla produttività
Lavoro riconosciuto come produttore di esperienza grezza
Se viene riconosciuto significa un arricchimento complessivo dell’azienda
Lavoro riconosciuto dalla società come lavoro sociale
Se viene riconosciuto deve significare un salto nella scala sociale (quindi va certificato) e un adeguato riconoscimento retributivo

Da dove ripartire: Antonio Calabrò nel libro Orgoglio Industriale, Ed. Mondadori, ci dice che nel 2008 su 3.800.000 partite IVA (a carattere industriale manifatturiero) ce ne sono 4.600 (lui le chiama “multinazionali tascabili” che vanno dai 50 ai 500 addetti, 600 di queste hanno più di 500 addetti) che forse ci tireranno fuori dalla crisi. Il Prof. Romano Prodi in un recente convegno del PD, in una bella e lucida relazione afferma che a oggi sono ca. 1.000. Domanda: chi le conosce, cosa producono e per chi, e cosa fa lì il sindacato (posto che ci sia)? Domanda successiva: è una bestemmia pensare di poter costruire a sinistra (dai sindacati) un archivio di queste aziende per portarle all’onore del mondo, per tentare di farle mettere in contraddizione con il resto delle imprese, rima che la crisi sia occasione di adeguamento alla normalità rappresentata dalla crisi e dalla recessione? per tentare una sorta di “alleanza dialettica” con il movimento dei lavoratori. Non fosse altro perché in questo campo vi sono senz’altro le possibilità di un “conflitto” più avanzato e non solo sulla difensiva. Inoltre l’Assolombarda ha censito in Lombardia 60 aziende esemplari che fanno parte di un altro archivio: “L’INDUSTRIA ITALIANA CAMBIA VOLTO” di ca. 530 imprese (vedi la ricerca Conoscenza e crescita: le nuove strategie delle imprese del sistema Confindustria – Centro Studi – Progetto Focus Group). Di queste imprese si sa il nome, l’ubicazione, il prodotto, il mercato e un eccetera sconfinato.
Io non vedo per es. la FIOM impegnata su questo recupero dell'esperienza operaia (che per grande parte si esprime nei suoi quadri, i quali nel bene e nel male continuano a fare accordi), ne so quale conoscenza abbia delle "imprese esemplari". Stessa identica cosa per la CGIL e maggiormente per gli altri sindacati. Non siamo ben messi!

Le opinioni e le competenze
Penso ad un partito (ovvero, meglio un movimento, su questo sono d’accordo con il Marx della Prima Internazionale che per ben 7 anni fece una battaglia, alla fine persa, contro i tedeschi di allora per impedire la nascita del partito operaio), dove sia residuale la presenza delle opinioni e prevalenti le competenze, a tutti i livelli, dal circolo di base fino ai vertici. E tutti gli incarichi a rotazione. Le decisioni sempre prese con la VALIDAZIONE CONSENSUALE: si parte per realizzarla da 1° COSA SA LA GENTE, 2° COSA DOVREBBE SAPERE, E 3° DA QUI SE NE DOVREBBE RICAVARE LA DECISIONE FINALE SEMPRE CON DELLE PRIORITA’ RICONOSCIUTE DALLA MAGGIORANZA.
Basta vedere i gruppi dirigenti degli attuali partiti: sono pieni di opinionisti e poche competenze. Sanno ti tutto un po’ e quasi niente su tutto.
Basta con la prevalenza degli intellettuali di tipo umanista (alla R. Rossanda per intenderci o alla Bertinotti o alla Vendola, che spiegano sempre al colto e all’inclita perché abbiamo perso, dopo, e non ne azzeccano mai una, prima!)
Nel passato un grande “rivoluzionario” fu senz’altro F. Taylor che era un ingegnere (!) il quale al processo che gli fecero disse: “occorre creare una scienza che possa permettere di utilizzare (non una volta per tutte ma "in progress") quel 50% del valore della capacità acquisita dagli operai lavorando (che Ivar Oddone chiama “esperienza grezza”) insieme al restante 50% della direzione. E, continua Ivar Oddone: “La comunità non solo scientifica ma l'intera società aveva ignorato questa richiesta storicamente fondamentale. In caso contrario tutta questa esperienza andrà irrimediabilmente perduta (anche per l’impresa)”.

Lo sviluppo delle forze produttive e le invenzioni degli uomini
Un certo marxismo (da intellettuali umanisti) le invenzioni degli uomini li mette in una rubrica denominata “lo sviluppo delle forze produttive” e vai tu a sapere di cosa si tratta. E no cari miei, io voglio sapere di cosa si tratta, dal passaggio della ghisa grigia a quella sferoidale, da come avviene la verniciatura a “pastello” con quella “metallizzata”, e un eccetera sconfinato che alla fine del ‘700 ha trovato una mirabile edizione di tutte le attività umane (di allora) nella “Encyclopedie” di Diderot & D’Alembert.
Se no come spiegare il declino di Venezia (alla fine del ‘300) nella costruzione delle navi (ne faceva talmente tante che aveva le linee di montaggio) a scapito della invenzione di un nuovo timone e di un diverso uso delle vele che avvenne nelle Fiandre ad opera di alcuni artigiani. Il che permise di andare controvento e controvento C. Colombo poté “scoprire” le sue “Indie Occidentali”, aprendo così nuovi orizzonti al mercato mondiale. Così come alcuni decenni dopo il perché il baricentro della innovazione si spostò in Inghilterra per finire poi negli USA a Boston (M.I.T) e a Detroit (nelle grandi produzioni massa con l’apporto determinante del taylorismo). Per finire ai giorni nostri nella Silycon Valley come luogo ultimo della innovazione informatica.
Diversa mi pare sia la storia del Tojotismo. Qui assistiamo ad un tentativo (riuscito in Giappone) fino a pochi anni fa (adesso mi pare sia in via di abbandono con l’emergere del precariato) che pur non intaccando la filosofia ultima della divisione del lavoro: chi pensa e chi esegue, comunque ha affermato una visione della persona, pensante e provvista di esperienza che nel modellino tojotista VA RECUPERATA.
E qui mi taccio, perché mi rendo conto di averla fatta fin troppo lunga. Il mio vuole essere un contributo di ragionamenti che vado facendo in questi ultimi anni a ridosso dei problemi del lavoro, del sindacato e della forma partito.

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