Attraverso queste poche righe s’intende lanciare un
avvertimento rivolto, prima di tutto, a quanti sentono di appartenere ancora
alla storia e alla realtà di ciò che rimane della sinistra italiana e a quei
sinceri democratici che forse non stanno valutando appieno ciò che sta
accadendo attorno a noi.
La questione democratica è la priorità italiana assoluta, almeno in
questa fase.
Dopo aver molto discettato e discusso negli anni scorsi si
sono lasciate passare modificazioni profonde nell’agire politico, i cui nodi
vengono oggi al pettine in maniera drammatica: accenno allo svuotamento nella
vita dei partiti, alla personalizzazione della politica, ai sistemi elettorali
che debbono far sapere “la sera stessa
delle elezioni” chi ha vinto, al dileggio della vita del Parlamento e
dell’insieme dei consessi elettivi compresi quelli locali, alla governabilità
intesa quale bene in sé al fine da consentire – come abbiamo ben visto nello
svilupparsi dei temi economico – sociali
in questi ultimi anni – a “lor signori” di far apparire il sistema
capitalistico come l’unica meta insuperabile, la “fine della storia”, incidendo
sulla rappresentanza politica al fine di renderla uniforme ai loro desiderata:
per questa via comunisti, socialisti e quant’altro avrebbero dovuto essere
cancellati, e loro stessi – gli esponenti di quelle idee e di quella storia –
si sono adeguati per timore di non risultare troppo graziosi con il potere
costituito si sono prontamente auto cancellati.
La ricostruzione è sommaria ma sicuramente veritiera.
A essa andrebbero aggiunti gli errori di analisi via, via,
compiuti su diversi terreni e ,in particolare, al riguardo dello sviluppo della
vita democratica del Paese.
Oggi siamo ad un passo dal “redde rationem”.
Il Partito Democratico, sul quale in questa sede non è il
caso di esprimere giudizi particolarmente approfonditi, ha scelto di dotarsi di
una direzione monocratica attraverso un plebiscito: un plebiscito votato per
disperazione anche da quei settori militanti che sempre erano stati convinti
che, in fondo, la differenza tra il PCI e il PD fosse semplicemente “tattica”.
Cosa si pensa possa sortire da una carica monocratica
realizzata attraverso un plebiscito? Nulla di diverso da qualcosa che
assomiglia tremendamente a una dittatura.
Questo si è visto con grande chiarezza l’altro giorno quando
i 3 milioni (gonfiati) di voti sono stati buttati, con disprezzo delle opinioni
altrui, sul tavolo quasi come se si trattasse degli otto milioni di baionette
di antica memoria.
E con chi, il titolare plebiscitato di questa carica
monocratica dovrebbe accordarsi subito? Con l’altro titolare di carica
monocratica (in questo caso quella di “padrone”) che non ha mai avuto bisogno
di plebisciti, perché e sempre passato attraverso l’espressione di “dominio
naturale” dell’acclamazione.
Tralasciando, a questo punto, anche la travagliata storia
giudiziaria del personaggio che, in casi come questi, interessa molto
relativamente.
Un paese stremato da decenni di malgoverno, con la disoccupazione
alle stelle, in condizioni economiche di grandi difficoltà, il territorio che
si sbriciola, interi settori sociali come i pensionati sulla soglia di
sopravvivenza; un paese ubriacato da decenni di cattiva propaganda e dalla
propagazione di incredibili modelli consumistici sta per celebrare il rito
definitivo del sacrificio della democrazia repubblicana, cancellando l’essenza
della Costituzione.
Il modello di legge elettorale uscito dall’accordo
Renzi/Berlusconi appare il fatto paradigmatico di questo stato di cose: non
soltanto si fa beffe nei punti essenziali della sentenza della Corte
Costituzionale che ha bocciato la legge elettorale precedente, ma sancisce
l’idea dell’oligarchia di presunti “grandi partiti” (in realtà dei loro capi da
plebiscitare o acclamare) soli abilitati a disputarsi non tanto il primato, ma
anche la sola presenza legittimata nell’area politica italiana.
Nel frattempo è salita l’onda, quasi naturale, di quella che
banalmente è definita come “antipolitica” e sono presenti sulla scena soggetti
ormai meramente razzisti, oppure populisti di grana davvero grossa e, di
elezione in elezione sale il numero degli astenuti: va detto, con chiarezza, è
necessario considerare ancora la percentuale dei votanti come un indice di
salute della democrazia e non di adeguamento, come sostiene chi ha contribuito
a scrivere questa bozza di legge elettorale, un semplice adeguamento alle più
avanzate “democrazie elettorali”.
Di questo passo, di avanzata, in avanzata, ci si troverà
oltre la soglia: in una democrazia “limitata”, ai margini dell’autoritarismo
bello e buono.
Con l’Europa silente, altro che fiscal compact: si lascia
fare in Ungheria perché no, in altra dimensione in Italia.
Cosa può importare all’Europa se per i due partiti maggiori
bastano centomila voti per un seggio in Parlamento e per quelli considerati
“minori” che ne vogliono due milioni?
Un paese stremato può adeguarsi, come abbiamo già visto
nella storia, a questo stato di cose.
Ma soggetti politici conseguenti no.
In Italia è assente ormai una componente decisiva per
riuscire a dare una battaglia vera sul tema della democrazia: una componente
che si rifaccia per intero alla storia e alla realtà dell’interpretazione
sociale dei comunisti e della cultura anticapitalista.
In questo senso la riflessione sui pericoli che corre la
democrazia appare davvero, in questa fase, prioritaria anche rispetto a
scadenze elettorali che si stanno profilando e al riguardo delle quali si sta
agendo, come al solito da qualche tempo a questa parte, nella confusione dello
smarrimento di autonomia e di identità.
Se si conviene, invece, come dovrebbe essere della priorità
della questione democratica in Italia, allora può apparire più chiara l’ipotesi
di un soggetto adeguato alla qualità dello scontro che ci attende.
Riflettere su questo e insieme attrezzarci dovrebbe essere
un dovere e un impegno da assolvere subito.
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