Infuria, in Italia, il dibattito sula riforma del sistema
elettorale:.
Un dibattito che, francamente, pare proprio si stia
sviluppando “a vela” (come si diceva una volta) rivelando la consueta
incapacità dei protagonisti del sistema politico a ragionare – appunto – in
termini sistemici e non, come sta di nuovo accadendo, nella dimensione di un
opportunismo di cortissimo respiro.
Tanto più che questo dibattito si è attorcigliato attorno ad
una proposta, quella scaturita dall’incontro Berlusconi/Renzi, al riguardo
della quale è facile prevedere come non assolva ai dettami della Corte
Costituzionale, elaborati nell’occasione della bocciatura della legge
elettorale precedente.
Appare allora il caso di riflettere sul punto di partenza di
questa discussione, sviluppando una possibile risposta a quella che dovrebbe
essere la domanda di fondo: quanto sono importanti i sistemi elettorali nel
funzionamento di un sistema politico?
L’importanza dei sistemi elettorali è stata a lungo
sottovalutata.
Gran parte degli studiosi ha sostenuto che essi non
costituiscono una variabile indipendente e che i loro effetti sono, al massimo
incerti: da questa sottovalutazione, che non fu compiuta però – per quel che
riguarda l’Italia – in sede di Assemblea Costituente, sono derivate
elaborazioni episodiche, attagliate all’interesse del momento, prive proprio di
“respiro sistemico” com’è stato nel caso del sistema misto
proporzionale/maggioritario adottato tra il 1993 e il 2001, il proporzionale
con abnorme premio di maggioranza (2005-2013), l’introduzione dello sbarramento
al 4% nell’occasione delle elezioni europee 2009, l’infausta elezione diretta
con listino bloccato al seguito dei Presidenti di Regione (questa proprio una
vera sciagura, che non ha garantito la governabilità e ha causato una vera e
propria “escalation” della questione morale).
L’assunto principale attorno al quale sviluppare un
ragionamento di merito è quello che una volta insediati i sistemi elettorali
diventano fattori “causanti” che producono, a loro volta, conseguenze (proprio
per il principio della “non neutralità”).
Se poi i sistemi elettorali producessero conseguenze di poco
conto, perché mai i politici ne farebbero oggetto di aspre battaglie? E perché
i riformatori lotterebbero con accanimento per cambiarli? Molto rumore per
nulla?
Esiste una tesi secondo la quale, pur riconoscendone
l’importanza, ritiene che le discussioni in materia di sistema elettorale alla
fine “simulano una libertà di scelta che, in effetti, non esiste” (Katz 1980).
Gli studiosi possono fare poco per contrastare gli interessi
personali dei politici, salvo dimostrare che tali interessi sono male intesi:
questo fatto però non si sta verificando nel “caso italiano” laddove, invece,
si sta procedendo esattamente in senso inverso.
Torniamo, però, alla domanda iniziale sviluppandola con
maggiore ampiezza: che cosa fanno i sistemi elettorali e cioè quali sono i loro
effetti e su cosa? Qualunque ne sia la causa, che cosa provocano?
Duverger, che è stato il primo autore ad affrontare queste
questioni, formulò due leggi seguenti: primo “il sistema maggioritario” a un
turno tende al “dualismo tra i partiti”, e secondo il sistema maggioritario a
doppio turno e la rappresentanza proporzionale tendono al multipartitismo (è
bene ricordare che Duverger non definì questi punti come “leggi”, ma si limitò
a denominarli come “schemi” o “formule”).
Difatti si è concordato, ormai che “la maggior parte delle
relazioni tra sistemi elettorali e sistemi dei partiti e il processo di
cambiamento sociale sono tali da non poter essere riassunte in leggi
scientifiche”.
Lo studio comparato dei sistemi elettorali e dei sistemi
politici (da cui deriva l’imitazione del modello spagnolo o di quello tedesco o
di quello francese, tanto per fare degli esempi) si rivela, probabilmente, più
utile nell’illuminare ciò che è unico, piuttosto che nel produrre
generalizzazioni.
A smentita quindi della faciloneria con la quale, in
particolare negli anni scorsi, si è parlato di avvicinarci ai modelli delle
“democrazie occidentali avanzate” trascurando tra l’altro il fenomeno, negativo
in sé, del calo della partecipazione al voto scivolato, nel corso degli ultimi
20 anni, di circa 20 punti all’indietro (dal 90% al 70% se non meno).
I sistemi elettorali hanno, dunque, un duplice effetto: uno
sull’elettore, e uno sul numero dei partiti.
Questi effetti devono essere valutati separatamente perché
il numero dei partiti non deriva solamente dal comportamento degli elettori, ma
anche da come i loro voti sono trasformati in seggi parlamentari.
L’effetto sugli elettori può essere definito come
coercitivo, attraverso un sistema maggioritario di tipo “frenante”, quale
quello attualmente in discussione in Italia, nel corso del quale pare si voglia
ammettere in Parlamento soltanto i partiti considerati “rilevanti”.
In questo senso si pone allora una domanda: come s’individuano
questi partiti?
La risposta ci viene da Giovanni Sartori (1976):
1) Un
partito può essere considerato superfluo (quindi non rilevante) ed essere
escluso dal computo quando non appare mai come necessario per essere utilizzato
in una possibile coalizione di maggioranza. Viceversa, un partito minore deve
essere contato, per quanto piccolo, se può determinare, almeno nei tempi
lunghi, una delle possibili maggioranze governative (per questo motivo, nel
1948, fu confermata la legge elettorale proporzionale già usata nel 1946 per
l’Assemblea Costituente). Ma questa regola ha un’importante variante;
2) Occorre
però anche una supplementare indicazione di una regola più ampia che riguarda
il computo riservato ai partiti di opposizione permanente o comunque
ideologicamente incompatibili.
Nella sostanza, per le regole individuate da Sartori è
necessaria, per la funzionalità del sistema, la presenza dell’opposizione non
semplicemente per via dell’alternanza bipartitica e quella del complesso dello
spettro ideologico presente, con una certa consistenza, nell’intera società.
Insomma non tutto, per far funzionare il sistema elettorale,
deve essere “reductio ad unum” nel senso della governabilità intesa quasi come
un “assoluto”.
Su questa base di ragionamento si può esprimere la
convinzione che, a sinistra, possa essere portata avanti una battaglia per un
sistema pluralista, contrastando con argomentazioni serie la deriva autoritaria
che sta avanzando paurosamente sull’onda di - questo sì – un populismo di bassa
lega, fondato sull’idea del plebiscito (chi ha messo in moto il carro della
cosiddette “primarie” nel contesto italiano dovrebbe cercare di riflettere, al
meglio).
Tanto più che è possibile e anzi necessario, sul piano
teorico, collegare un sistema elettorale di impianto “pluralista” con un’idea
di sistema politico “strutturato”.
Cosa si può intendere per sistema politico “strutturato”?
Quali condizioni portano a un sistema politico “forte”?
Finché l’elettore vota per una qualche sorta di “capo” (e
qui sta l’errore che non dovremo stancarci di sottolineare delle “primarie”) o
di notabile locale (vedi collegi uninominali proprio oggi rivendicati da
Panebianco sul “Corriere della Sera”), nel solco del “personalismo” i partiti
rimangono etichette di poco o nessun conto.
E fino a quando prevalgono queste condizioni, il sistema
partitico non è strutturato.
E’ necessario però, come sostiene sempre il prof. Sartori
(Ingegneria costituzionale comparata. Il Mulino V edizione 2004) che i partiti
non siano entità astratte o semplici meccanismi di “canalizzazione”.
Torna qui, in conclusione, il tema dei partiti a
integrazione di massa: un tema al riguardo del quale andrebbe ripresa una
discussione a sinistra che invece, regolarmente, a ogni squillar di tromba
elettorale s’incentra sul “nome” da candidare: da Ingroia a Tsipras il passo
verso il disastro è sempre più breve.
Nessun commento:
Posta un commento
La redazione del blog ha scelto di moderare i commenti dei lettori. I commenti inerenti gli articoli saranno pubblicati Grazie