In principio due notizie tratte dalla lettura dei giornali
di oggi: il Congresso di SeL che il Manifesto definisce “in salita” e la
richiesta del segretario della FIOM di sospendere (addirittura) il congresso
CGIL per consentire lo svolgimento di un referendum nel merito dell’accordo
sulla rappresentanza.
Due notizie d’attualità dalle quali partire per sviluppare,
però, un discorso di fondo relativo al vuoto nel quale si trova la sinistra
italiana, ormai collocata completamente al di fuori dell’arena dello scontro
politico e marginalizzata nello scontro sociale.
Per restare ai temi di partenza è possibile comunque
affermare che SeL non pare voler fare i conti con quello che è stato il suo
vizio d’origine che si può riassumere nella definizione “personalismo/governista”
e con il fallimento di ben due linee politiche nel giro di pochi mesi: prima
quella della partecipazione alle primarie in un’idea di sorta di “OPA” sul Pd
che come abbiamo visto in seguito, data la natura di quel partito, non poteva
che venire da destra; in seguito quella dell’ipotesi del “governo di
cambiamento” intesa quale ultima spiaggia esaustiva di qualsiasi altra ipotesi
assunta senza attrezzare il partito (appellare così SeL però è una concessione
grossa) all’idea della necessità dell’opposizione.
Il caso del segretario della FIOM è per certi versi ancora
più clamoroso a testimonianza dell’assoluta insipienza di certi settori di
questa presunta sinistra, sia essa politica, sia essa sindacale: dopo aver
marginalizzato qualsiasi possibilità di opposizione alla linea filo-governativa
della Confederazione (opposizione comunque portata avanti da un manipolo di
irriducibili coraggiosi, pare con risultati comunque non secondari) ci si è
accorti, nella pratica, che quella posizione non era sostenibile nei fatti:
intervenuto l’accordo sulla rappresentanza adesso si pensa al referendum. Dato e non concesso che questo passaggio
possa essere compiuto: come potrà essere possibile, in seguito, tornare alla “pax
congressuale”?
Si tratta dei due casi d’attualità che s’inseriscono in
quadro del tutto drammatico: il livello di scontro sociale nel Paese è ormai ai
minimi storici e le punte di insorgenza che ancora si rilevano assolutamente
isolate, sia sul versante più specificatamente “di classe”, sia su quello
territoriale.
I soggetti politici residui appaiono ormai del tutto privi
di capacità di rappresentanza , di organizzazione del dibattito, di sviluppo di
una qualche capacità di proposta: l’esempio della discussione in corso al
riguardo della lista da preparare in vista delle elezioni europee appare del
tutto emblematico.
Inutile ripassare i passaggi che hanno caratterizzato questa
discussione: il nuovo assalto girotondino a una qualche possibilità di presenza
elettorale come era già avvenuto in precedenti occasioni su scala diversa, il
ritardo nell’analisi, l’incapacità di vedere quella che è oggi la discriminante
vera sulla quale fare eventualmente una campagna elettorale fuori dalle
strettoie dell’economicismo, della subalternità ai movimenti, del collegamento
con le aree “perdenti” dello scacchiere europeo e cioè il tema della democrazia
appare del tutto obliato o sottovalutato all’interno di espressioni involute e
di ricerche su terreni che, tutto sommato, rispetto all’evolversi della
gestione capitalistica della crisi appaiono ormai secondari.
Se sul piano interno la sinistra non appare più in grado di
evocare concretamente la contraddizione della “lotta di classe”, su quello
esterno analoga situazione si riscontra per il concetto di “internazionalismo”
: tutto questo mentre, come ben dimostra anche la stessa vicenda ucraina, l’Europa
è intesa sempre più come orientata “a destra”. Una definizione questa “a destra”
usata per semplificare ma facilmente intellegibile: ormai la discriminante
vera, a livello europeo, è tra l’autoritarismo (del quale fanno parte anche le
dominanti “larghe intese”) e alcuni sprazzi di democrazia. L’Europa non si
occupa del fascismo in Ungheria, permette che si accostino a essa – appunto – i
revanscisti ucraini, lascia passare senza commenti una proposta di legge
elettorale come quella italiana che pure può essere facilmente definita come “liberticida”.
Per tornare alla situazione della sinistra italiana proprio
in relazione al quadro europeo , al di là della candidatura Tsipras intesa come
già quella Ingroia salvifica di un’assenza di capacità di rappresentanza e di
soggettività politica sicuramente non risolvibile a quel livello, emerge una
carenza d’analisi (una carenza evidenziata dal “taglio” complessivo usato dal “Manifesto”
i cui redattori evidentemente leggono male il loro stesso inserto “Le Monde
diplomatique”) sui temi della globalizzazione (che si è arrestata, rispetto ai
termini che erano stati individuati qualche anno fa, ad esempio, a Porto
Alegre) e della cessione di sovranità dello “Stato – Nazione” che si sta
verificando molto più lentamente e in forme diverse rispetto a quanto si era
preconizzato in passato.
La sinistra italiana si trova così nel vuoto rispetto a due
punti fondamentali sotto l’aspetto della teoria politica: quella di una propria
autonoma capacità di espressione e quella di una soggettività politica definita
(il prodromo, insomma, di una necessaria identità).
Questo tipo di situazione è il frutto, come si è già scritto
tante volte e da lungo tempo, di una distruzione scientifica dei concetti di
fondo che possono reggere una presenza di sinistra alternativa al riguardo del
distinguere sempre la priorità e la qualità delle contraddizioni, saper
valutare nella fase l’esigenza di collocarsi adeguatamente rispetto ai
meccanismi – per opera insuperabili – di un’idea di transizione dalla
democrazia liberale, della capacità di intrecciare opposizione politica e
opposizione sociale, del mantenere una forma organizzativa, quella del partito
politico, misurata seriamente sulla dimensione di massa con una funzione
fondamentale di integrazione sociale.
Occorre essere chiari fino in fondo: al momento dello
scioglimento del PCI avvenuta al grido liberatorio dello “sblocco del sistema
politico” e della governabilità, nessuno è stato in grado di vedere davvero ciò
che si stava perdendo e ciò che, invece, andava inesorabilmente buttato via: la
fretta elettoralistica e l’assemblaggio privo di principi sulla base dei quali
fu costruita Rifondazione Comunista è risultato esiziale ai fini della presenza
della sinistra d’alternativa in Italia, al di là dell’effimero di qualche
risultato elettorale e della robusta collocazione istituzionale, al centro come
in periferia, di un ceto che ha saputo essere “politicista” (come ben si vede
tornando al congresso di SeL e come si è visto ancor meglio nella recente
assise del PRC) ma non certo “dirigente”.
Il punto oggi è come riuscire a riprendere un discorso al
livello che si è cercato di individuare anche in questo intervento riuscendo
anche a instaurare un dialogo e un meccanismo di coinvolgimento verso quelle
centinaia di migliaia di militanti che, nel frattempo, pur senza aderire alle
soluzioni pressapochistico/populiste oggi molto in voga (e il riferimento non è
semplicisticamente al solo M5S), hanno attuato una gigantesca “scissione
silenziosa”.
Una ripresa che, fuor dall’inutile dialettica
ottimismo/pessimismo (e relativi riferimenti gramsciani) potrà avvenire
soltanto se ci sarà un’ammissione di partenza che potrebbe rappresentare anche
un’indicazione di percorso: siamo privi di autonomia e di soggettività
politica.
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