Oltre le due
sinistre, per costruire il soggetto del lavoro.
Ho finora
seguito con un certo distaccato interesse il dibattito attorno al tema che
sembra
assurgere a principale
oggetto della contesa in vista del congresso nazionale di SEL e, più in
generale,
sul futuro della sinistra italiana e dei partiti che provano a occupare lo
spazio che il
progressivo
slittamento in senso moderato del PD si presume lasci libero. In due parole, il
tema
in questione
si riassume così: Schulz o Tsipras? Tendo a pensare che se impostiamo il
dibattito in
questi
termini rischiamo di avvitarci in una discussione irrisolvibile e per giunta di
scarso interesse
per la
maggioranza degli elettori (ma forse anche dei militanti) della sinistra
italiana. Innanzitutto
perché i
tentativi di ovviare ai problemi legati alla crisi di identità e
all’insufficienza della proposta
politica
della sinistra italiana nascondendosi dietro a un nome e alla sua presunta
capacità di
mobilitare
quante più persone si sono già in passato rivelati fallimentari; in secondo
luogo perché,
qualunque
sia la scelta che ciascuno compirà (se la compirà) nella campagna elettorale
per le
elezioni del
25 maggio, nell’auspicabile eventualità che le forze progressiste riescano nel
loro
complesso a
sconfiggere i popolari e le forze conservatrici, una volta insediato il nuovo
Parlamento
Europeo si
dovrà votare tutti insieme un unico Presidente della Commissione.
Chi scrive è
consapevole della criticità del ragionamento che segue, ma l’impressione è che
impostare il
dibattito di queste settimane attorno alla contrapposizione tra due nomi
costituisca
– almeno per
alcuni – un alibi buono per evitare di affrontare i temi spinosi e complessi
che
invece in
questa fase dovrebbero tenere banco nelle discussioni congressuali (quelle
passate e
quelle
imminenti) della sinistra italiana. Un alibi che, tra l’altro, rischia di non
farci vedere quante
contraddizioni
esistano nell’uno e nell’altro degli schieramenti in campo, le responsabilità e
i
meriti che
stanno tanto nel PSE quanto nel GUE.
Se il PSE,
che è realtà composita e variamente articolata, infatti, ha la responsabilità
di essere
stato troppo
timido e a tratti persino corresponsabile delle politiche economiche che hanno
prima
determinato
e poi aggravato la crisi economica, il GUE, o comunque una sua parte
considerevole,
ha la
responsabilità storica di aver contribuito a far saltare – votando insieme
all’estrema destra
xenofoba e
nazionalista – il trattato di Roma del 2003. Quella scelta fu dettata
principalmente
dal fatto
che allora non si capì (l’uso del passato remoto è addebitabile all’inguaribile
ottimismo
che da sempre
contraddistingue lo scrivente) che il tema epocale posto dal compimento del
processo
della globalizzazione capitalista non riguarda tanto il tipo di politiche
economiche che si
mettono in
campo (quelle, si sa, sono determinate da tutta una serie di fattori
contingenti, tra i
quali
giocano un ruolo non secondario sia i mutevoli rapporti di forza sia le mode
accademiche del
momento)
quanto la forza e la massa critica che si attribuisce all’ambito della
decisione politica,
al punto di
vista del politico nel momento in cui il punto di vista dell’economico dispiega
la sua
egemonia su
un livello planetario.
Occorre
dunque, se non altro per serietà, fuoriuscire da uno schema che vede i tifosi
dell’una o
dell’altra
opzione confrontarsi come in una battaglia campale, per aprire invece un serio
confronto
su come si
ricostruisce in Italia e in Europa la rappresentanza politica del mondo del
lavoro,
cioè la
sinistra. Proprio l’assenza del lavoro organizzato come soggetto politico
culturalmente
autonomo ha
determinato l’impossibilità di offrire un’alternativa di sistema dentro la
crisi del
patto neoliberale
e proprio dalla necessità di colmare tale mancanza bisogna dunque ripartire.
A tal
proposito – e sarà bene tenerlo a mente da qui ai prossimi mesi – se c’è una
lezione che
dobbiamo
trarre dalle fallimentari esperienze più o meno recenti che abbiamo alle
spalle, è che
la sinistra
o è un solo e grande soggetto che rappresenta politicamente le persone che
lavorano
oppure non
è. Nessuno pensi, dunque, di poter fare da solo: non lo pensino i compagni che
militano nel
PD, non lo pensi SEL e non lo pensi ciò che rimane dell’insieme dei partiti
della
sinistra
radicale e comunista. Non è possibile giungere a approdi importanti e duraturi
se permane
l’assetto in
cui sono attualmente strutturate le varie anime della sinistra: non con un PD
che sotto
la guida di
Matteo Renzi si caratterizza come un partito liberal-populista e non mantenendo
la
subalternità
culturale alle politiche delle destre che ha contraddistinto la parte
maggioritaria della
sinistra
europea negli ultimi vent’anni; ma al contempo non senza quella maggioranza
assoluta
di militanti
del PD che, nel congresso, hanno rifiutato la deriva attuale e non senza i
grandi partiti
storici del
movimento operaio europeo che da sempre militano nel PSE. Lungo questo cammino,
che so essere
accidentato e nient’affatto lineare, c’è molto da lavorare e molto da pensare.
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