giovedì 23 gennaio 2014

LE EUROPEE E LA SINISTRA CHE VERRA’ di Marco Montelisciani



Oltre le due sinistre, per costruire il soggetto del lavoro. 
 
Ho finora seguito con un certo distaccato interesse il dibattito attorno al tema che sembra
assurgere a principale oggetto della contesa in vista del congresso nazionale di SEL e, più in
generale, sul futuro della sinistra italiana e dei partiti che provano a occupare lo spazio che il
progressivo slittamento in senso moderato del PD si presume lasci libero. In due parole, il tema
in questione si riassume così: Schulz o Tsipras? Tendo a pensare che se impostiamo il dibattito in
questi termini rischiamo di avvitarci in una discussione irrisolvibile e per giunta di scarso interesse
per la maggioranza degli elettori (ma forse anche dei militanti) della sinistra italiana. Innanzitutto
perché i tentativi di ovviare ai problemi legati alla crisi di identità e all’insufficienza della proposta
politica della sinistra italiana nascondendosi dietro a un nome e alla sua presunta capacità di
mobilitare quante più persone si sono già in passato rivelati fallimentari; in secondo luogo perché,
qualunque sia la scelta che ciascuno compirà (se la compirà) nella campagna elettorale per le
elezioni del 25 maggio, nell’auspicabile eventualità che le forze progressiste riescano nel loro
complesso a sconfiggere i popolari e le forze conservatrici, una volta insediato il nuovo Parlamento
Europeo si dovrà votare tutti insieme un unico Presidente della Commissione.
Chi scrive è consapevole della criticità del ragionamento che segue, ma l’impressione è che
impostare il dibattito di queste settimane attorno alla contrapposizione tra due nomi costituisca
– almeno per alcuni – un alibi buono per evitare di affrontare i temi spinosi e complessi che
invece in questa fase dovrebbero tenere banco nelle discussioni congressuali (quelle passate e
quelle imminenti) della sinistra italiana. Un alibi che, tra l’altro, rischia di non farci vedere quante
contraddizioni esistano nell’uno e nell’altro degli schieramenti in campo, le responsabilità e i
meriti che stanno tanto nel PSE quanto nel GUE.
Se il PSE, che è realtà composita e variamente articolata, infatti, ha la responsabilità di essere
stato troppo timido e a tratti persino corresponsabile delle politiche economiche che hanno prima
determinato e poi aggravato la crisi economica, il GUE, o comunque una sua parte considerevole,
ha la responsabilità storica di aver contribuito a far saltare – votando insieme all’estrema destra
xenofoba e nazionalista – il trattato di Roma del 2003. Quella scelta fu dettata principalmente
dal fatto che allora non si capì (l’uso del passato remoto è addebitabile all’inguaribile ottimismo
che da sempre contraddistingue lo scrivente) che il tema epocale posto dal compimento del
processo della globalizzazione capitalista non riguarda tanto il tipo di politiche economiche che si
mettono in campo (quelle, si sa, sono determinate da tutta una serie di fattori contingenti, tra i
quali giocano un ruolo non secondario sia i mutevoli rapporti di forza sia le mode accademiche del
momento) quanto la forza e la massa critica che si attribuisce all’ambito della decisione politica,
al punto di vista del politico nel momento in cui il punto di vista dell’economico dispiega la sua
egemonia su un livello planetario.
Occorre dunque, se non altro per serietà, fuoriuscire da uno schema che vede i tifosi dell’una o
dell’altra opzione confrontarsi come in una battaglia campale, per aprire invece un serio confronto
su come si ricostruisce in Italia e in Europa la rappresentanza politica del mondo del lavoro,

cioè la sinistra. Proprio l’assenza del lavoro organizzato come soggetto politico culturalmente
autonomo ha determinato l’impossibilità di offrire un’alternativa di sistema dentro la crisi del
patto neoliberale e proprio dalla necessità di colmare tale mancanza bisogna dunque ripartire.
A tal proposito – e sarà bene tenerlo a mente da qui ai prossimi mesi – se c’è una lezione che
dobbiamo trarre dalle fallimentari esperienze più o meno recenti che abbiamo alle spalle, è che
la sinistra o è un solo e grande soggetto che rappresenta politicamente le persone che lavorano
oppure non è. Nessuno pensi, dunque, di poter fare da solo: non lo pensino i compagni che
militano nel PD, non lo pensi SEL e non lo pensi ciò che rimane dell’insieme dei partiti della
sinistra radicale e comunista. Non è possibile giungere a approdi importanti e duraturi se permane
l’assetto in cui sono attualmente strutturate le varie anime della sinistra: non con un PD che sotto
la guida di Matteo Renzi si caratterizza come un partito liberal-populista e non mantenendo la
subalternità culturale alle politiche delle destre che ha contraddistinto la parte maggioritaria della
sinistra europea negli ultimi vent’anni; ma al contempo non senza quella maggioranza assoluta
di militanti del PD che, nel congresso, hanno rifiutato la deriva attuale e non senza i grandi partiti
storici del movimento operaio europeo che da sempre militano nel PSE. Lungo questo cammino,
che so essere accidentato e nient’affatto lineare, c’è molto da lavorare e molto da pensare.


Nessun commento:

Posta un commento

La redazione del blog ha scelto di moderare i commenti dei lettori. I commenti inerenti gli articoli saranno pubblicati Grazie