Un congresso da svolgersi, nel merito, attorno a due antichi
caposaldi della teoria che ha ispirato le forze storiche del movimento operaio:
Lotta di classe e Internazionalismo, cercando la via di una ricerca di
necessaria attualizzazione.
Il congresso di Epinay rappresentò il momento storico nel
quale il socialismo francese, frantumato e diviso in mille rivoli dopo il
crollo della SFIO a causa della guerra d’Algeria ritrovò la strada per
ricostruire una propria soggettività e una propria presenza politica autonoma,
autorevole, di massa.
Un congresso di Epinay servirebbe alla sinistra comunista e
anticapitalista in Italia proprio in questo momento storico nel quale le varie
diaspore alle quali abbiamo assistito nel corso di questi anni e quell’altra
diaspora che si sta consumando proprio in questi giorni smembrando quel poco
che è rimasto di Rifondazione Comunista l’hanno resa del tutto irrilevante sul
piano politico e insignificante sul terreno elettorale, costringendola alla
rincorsa di un presunto salvatore della patria prima Ingroia e oggi uno
Tsipras, sponsorizzato dai girotondi e da “Repubblica”.
Proviamo allora a proporlo questo congresso di Epinay in
versione italiana anni ’10 del XXI secolo, rivolgendoci prima di tutto a Ross@,
soggetto ancora in formazione all’interno del quale sta sviluppandosi una
riflessione che potrebbe (e dovrebbe) anche sfociare nella ricerca di una dimensione
di soggettività adeguata alla complessità dello scontro in atto.
Un congresso da svolgersi, nel merito, attorno a due antichi
caposaldi della teoria che ha ispirato le forze storiche del movimento operaio:
Lotta di classe e Internazionalismo, cercando la via di una ricerca di
necessaria attualizzazione.
La ripresa della nozione di internazionalismo appare
indispensabile perché il rischio vero che si sta correndo anche nella proposta
stessa della candidatura di Tsipras è quello di una chiusura in una sorta di
“neocorporativismo” europeo dal sapore davvero un po’ provinciale, sviluppato
attorno ai nodi non determinanti come il “sì euro/no euro”.
Internazionalismo da intendersi ancora basato sul carattere universale dell’ emancipazione
sociale che porta ad individuare nell’abolizione della divisione di classe il
presupposto per il superamento dei conflitti ieri tra le nazioni, oggi tra
diverse aree geografiche (come sta accadendo in questo periodo nell’Africa
dimenticata e, come vedremo meglio in seguito, nell’Estremo Oriente).
E’ ancora il tempo, proprio nel senso pieno dell’internazionalismo,
di una lotta comune contro un’organizzazione capitalistica della società che,
ben oltre le differenziazioni geografiche, le diversità dei livelli di
sviluppo, le modificazioni portate dalla tecnologia nel ciclo produttivo, nelle
comunicazioni, nelle vita quotidiana applica sempre e comunque la logica feroce
dello sfruttamento.
Ancora, si tratta di
accorgersi e valutare per tempo il fenomeno montante del ritorno della
geo-politica che riprende il suo posto in luogo del fuoco fatuo (e già
consumato nel tempo) della cosiddetta “globalizzazione”.
Appare esaurito anche il processo di assunzione di ruolo a
livello mondiale dei cosiddetti BRICS che si pensava di contrapporre al declino
dell’unica superpotenza ormai ex-gendarme del mondo,
Gli elementi di maggior spicco che compaiono sullo scenario
internazionale appaiono essere due: quello della ripresa di un ruolo imperiale
da parte della Russia, unica potenza davvero intercontinentale assieme agli USA
e la posizione “periferica” assunta dalla Cina, al punto tale da far pensare ad alcuni analisti, a un
tentativo da parte dei reggitori del Celeste Impero di scaricare le
contraddizioni del loro particolare capitalismo in una guerra, geograficamente
limitata all’Estremo oriente coinvolgendo
Giappone e le due Coree: “casus belli”, proprio per significare questo ritorno
alla geopolitica, addirittura un possesso territoriale considerando le isole
Shikoku alla stregua da Danzica , dell’Alsazia Lorena o dello
Schlewig-Holstein.
L’intreccio indissolubile della nozione di internazionalismo
rimane quello con la lotta di classe.
Questo perché nella situazione data si sta affermando una
nuova concezione nel ruolo dello Stato che possiamo così riassumere: il modello
dominante è quello del liberismo in economia, del restringimento die margini di
esercizio della democrazia cancellando per quanto più possibile la
rappresentatività politica e una funzione statale riservata a un controllo
pressante sulla vita dei cittadini sul terreno della sicurezza, della
“canalizzazione” dei conflitti (ne scrive Giorgio Agamben su “Le Monde
diplomatique”), dei diritti civili, della vita quotidiana.
Un mutamento d’asse della concezione della democrazia che,
riassumendo paradossalmente ma non troppo, trova il suo riferimento nel modello
cinese (iperliberismo e individualismo dell’ “arricchitevi!” in economia) e
stretto controllo, nel caso attraverso il partito unico, della vita quotidiana,
della cultura, dell’informazione, delle possibilità di espressione.
Modello cinese che trova in Europa il suo omologo nel
modello delle “larghe intese” sorte sulla via dell’omologazione dei soggetti
politici”, della personalizzazione legata a una sorta di iperdecisionismo
cesarista, e del mantenimento della ricchezza a chi già la possiede (in luogo
dell’arricchitevi!, una sorta di “restate ricchi” o meglio “lasciateli sempre
più poveri).
Un “partito unico” quello delle larghe intese egemone sulla
vita quotidiana dei cittadini che esige la completa marginalizzazione delle
opposizioni e l’accantonamento del conflitto sociale da ridursi a semplici
sacche di marginali “jacquerie”.
Per questi motivi internazionalismo e lotta di classe
dovrebbero tornare al centro del dibattito per un progetto di soggettività
politica che adesso non esiste per quel che riguarda, in Italia, la sinistra
comunista e anticapitalista.
In questa crisi gli spazi sociali e politici sono ampi, a
condizione di misurarsi avendo ben presente l’espressione di un’egemonia di
contenuti e di presenza politica che superi il settorialismo movimentista che
pare, invece, prevalere oggi .
Non basta “riunificare le lotte” e, soprattutto, non è
possibile senza l’elaborazione di un’analisi politica complessiva che porti
all’affermazione e alla costruzione di una soggettività politica compiuta,
all’interno della quale convivano le diverse estrazioni culturali e di
appartenenza che si sono espresse nel corso di questi anni nel corso del
martoriato itinerario della sinistra comunista e anticapitalista in Italia.
Guardiamo senza esitare al mondo e alle grandi contraddizioni
sociali, evitando di rinchiuderci in settorialismi e provincialismi dannosi
all’idea e alla causa della trasformazione rivoluzionaria.
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