Mi rivolgo al compagno Marco Rizzo utilizzando
una sua frase contenuta nell’intervista rilasciata oggi a “Repubblica”, laddove
pone le basi teoriche della nuova formazione all’interno dell’esperienza
sovietica in precedenza a quello che definisce “revisionismo – kruscioviano”,
proclamando il suo partito “marxista – leninista”.
Mi rivolgo al compagno Marco Rizzo,
dopo aver appreso dai giornali la sua nomina a segretario di un rifondato
partito comunista sorto sulle ceneri di “Sinistra Popolare”.
Partiti con l’etichetta comunista,
in realtà ce ne sono diversi sulla scena politica italiana senza che si sia mai
riusciti a porre in discussione una possibilità di dibattito e d’incontro:
anzi, mano a mano che la loro influenza andava scemando divisioni e
incomunicabilità l’hanno fatta da padrone: in più il soggetto di maggiori
dimensioni tra questi, il Partito della Rifondazione Comunista (accomunato
comunque, sotto questo profilo, dal PdCI) dopo la disastrosa esperienza
governista non ha più trovato, sul piano generale, una propria capacità di
autonomia politica ed anche elettorale come si è visto nel caso della Sinistra
Arcobaleno, di quello – estremamente negativo – di Rivoluzione Civile e come
vedremo nel prossimo passaggio relativo alle elezioni europee e della
candidatura Tsipras.
Mi rivolgo al compagno Marco Rizzo utilizzando
una sua frase contenuta nell’intervista rilasciata oggi a “Repubblica”, laddove
pone le basi teoriche della nuova formazione all’interno dell’esperienza
sovietica in precedenza a quello che definisce “revisionismo – kruscioviano”,
proclamando il suo partito “marxista – leninista”.
Confesso che prendere a spunto quest’affermazione
rappresenta per me semplicemente l’utilizzo di un artifizio retorico, senza
minimamente voler mettere in discussione le scelte del compagno Rizzo e del
partito che rappresenta: piuttosto per porre a tutti coloro che continuano a
dichiararsi comunisti dirigendo i diversi partiti che mantengono nell’insegna
questa denominazione una domanda.
Si tratta di questo: perché, nel
corso di questi anni e nello sviluppo della diaspora comunista verificatasi in Italia,
non si è mai riusciti a discutere sul serio dell’esperienza del Partito
Comunista Italiano inteso quale forma politica compiuta e originale nel nostro
Paese e nell’intero Occidente capitalistico, ma se ne sono assunte soltanto
parti della sua elaborazione, oppure – come nel caso del Partito Comunista di
cui è neosegretario il compagno Rizzo- addirittura, si oltrepassa, con un salto
direi ardimentoso, interamente quell’esperienza.
Entro allora nel merito per
formulare, infine, una proposta finale.
La ragione per la quale si può
considerare il PCI quale forma politica compiuta, complessivamente esaustiva
nel bene e nel male del comunismo italiano e della quale non è possibile fare a
meno quando si cercano attualizzazioni e nuovi riferimenti, risiede in una
ragione teorica, tutta interna al pensiero gramsciano: Gramsci, infatti,
rifonda l’autonomia del marxismo basandone le coordinate di fondo su di una
“filosofia della prassi” divenuta sinonimo di produzione di soggettività
politica, di critica della concezione del mondo della classe dominante ed
elaborazione di un’ideologia congrua alle condizioni di vita dei gruppi sociali
subalterni.
Questo tipo di elaborazione consentì
l’operazione portata avanti dal gruppo dirigente del Partito nell’immediato
dopoguerra, per specifico impulso soprattutto di Palmiro Togliatti.
Il prestigio acquisito dal PCI
nell’organizzazione dell’antifascismo militante e nella guerra di Liberazione,
nonché l’essenziale contributo dell’Unione Sovietica alla sconfitta del
nazismo, furono all’origine, in quel periodo, di un rinnovato interesse per il
marxismo.
La ripresa del marxismo, pur traendo
alimento da forti referenti storico – sociali, fu processo non facile sul piano
teorico.
Nell’URSS di Stalin, durante gli
anni ’30 – ’40 la sintesi engelsiana del marxismo era stata trasformata in
dottrina dello Stato fondata sull’opposizione tra teoria materialistica e
teoria idealistica della conoscenza.
Le leggi scientifiche del
materialismo storico furono considerate un’applicazione particolare del
materialismo dialettico, in quanto filosofia che compendiava le leggi di
movimento della realtà naturale e sociale.
La marxiana critica dell’economia
politica fu sostituita da una scienza economica socialista capace di calcolare
i prezzi e di allocare razionalmente le risorse nell’ambito di un sistema
pianificato.
Le sorti del socialismo furono,
così, identificate con i sostenuti ritmi di sviluppo delle forze produttive e i
successi politici ed economici della “patria del socialismo” furono chiamati a
verificare la validità della teoria marxista-leninista.
L’autonomia teorica del marxismo
italiano, e di conseguenza della sua forma-partito, rispetto al quadro fin qui
disegnato fu avviata da Togliatti con la pubblicazione dei “Quaderni del Carcere”
avvenuta tra il 1948 e il 1951: principiò, in allora, la costruzione di una
genealogia del marxismo italiano partendo addirittura da Vico, passando da De
Sanctis, Bertrando Spaventa, Labriola, Croce fino a pervenire a Gramsci.
Questa operazione culturale conseguì
almeno tre risultati: mise in ombra il materialismo dialettico sovietico, fornì
la piattaforma per l’elaborazione strategica del “partito nuovo” aprendo il
solco teorico su cui basare la “via italiana al socialismo” tesa alla
costruzione della “democrazia progressiva” e difese, infine, nel clima
ideologico della guerra fredda, la continuità della cultura democratica
progressista italiana, conquistando una generazione di intellettuali di cultura
laica, storicista e umanistica a posizioni genericamente marxiste, senza
provocare “lacerazioni troppo nette”.
Al primo convegno di studi
gramsciani Eugenio Garin, Palmiro Togliatti e Cesare Luporini sottolinearono
che Gramsci aveva tradotto in italiano l’eredità valida di Marx e che il suo
pensiero era profondamente radicato nella cultura e nella realtà nazionale.
In quella sede fu fortemente
criticato l’economicismo, attribuendo importanza alle ideologie e alla funzione
degli intellettuali.
Gramsci collocava, infatti (almeno
nella stesura togliattiana dei “Quaderni” antecedente all’edizione integrale
curata da Gerratana nel 1975) la politica al vertice delle attività umane,
sviluppando la dottrina leninista del partito estendendo lo storicismo
integrale in direzione di un’originale teoria delle sovrastrutture e
respingendo la teoria della conoscenza come riflesso.
La concezione del marxismo in
Gramsci è quella di considerarlo non un metodo, ma una concezione del mondo
rivolta a cogliere le possibilità storicamente date nella prassi sociale.
Il più valido spunto critico a
questo tipo di impostazione venne, dopo il ’56 da Raniero Panzieri e dal gruppo
dei “Quaderni Rossi”: Panzieri fu promotore di una riscoperta della democrazia
consiliare e del primato del “soggetto classe” sul predicato partito, critico
tanto dell’ideologia della stagnazione quanto dell’ideologia tecnocratica della
programmazione, che riduceva la questione sociale a un problema tecnico e
identificava il capitalismo con la società industriale e l’illimitato sviluppo
della produttività.
Panzieri era fortemente critico con
l’impostazione togliattiana della celebrazione del nazional-popolare, del
recupero storico-culturale della tradizione democratica e soprattutto dello
“scarto evidente, nei partiti storici della sinistra, fra il primato esteriore
dell’ideologia e la pratica quotidiana di pura amministrazione”.
La scomparsa prematura di Panzieri,
il disinteresse del PSI ormai impegnato nell’operazione centrosinistra (la
“politique d’abord” di Nenni) la debolezza teorica e politica dello PSIUP non
consentirono a questi importanti spunti di analisi di rappresentare la base per
una soggettività politica rappresentativa di un vero e proprio contraltare
teorico allo storicismo togliattiano.
Non risultò neppure all’altezza di
quel confronto il punto di dibattito apertosi al momento della scomparsa di
Togliatti, a iniziativa di quella che poi sarebbe stata definita “sinistra
comunista”: iniziativa avviata essenzialmente grazie ad una riflessione di
Rossana Rossanda e Lucio Magri che rimproverava, sostanzialmente, allo
storicismo di aver oscurato il nocciolo teorico di Labriola e Gramsci (Magri
riprende il tema nel “Sarto di Ulm”) e di aver annacquato il marxismo nel
quadro di una tradizione dai contorni imprecisi rivendicando un primato del
politico sull’economico che aveva smarrito il nesso tra teoria e prassi, tra
scienza e storia, oscillando così tra il riferimento di una realtà di pura
empiria (attribuita all’ala amendoliana del partito) e di un semplice finalismo
volontaristico.
Restarono così punti irrisolti di
dibattito che forse avrebbero dovuto essere sviluppati con una capacità critica
portata molto più a fondo, ma emersero limiti forti di vero e proprio
politicismo al punto che, con gli anni’70, si sviluppò una sorta di “primato
della politica” che portò, sulla base del prevalere del concetto di
governabilità, al collasso della teoria: ben in precedenza alla stagione degli
anni’80 che portò alla liquidazione del partito.
Per questi motivi di fondo:
autonomia teorica dal modello sovietico, primato della politica sull’economia
senza alcuna visione meccanicistica in questo senso, assunzione della
concezione gramsciana del rapporto tra struttura e sovrastruttura,
sovrapposizione del partito alla classe (nella versione togliattiana del partito
nuovo) il PCI togliattiano è stato il soggetto politico che si può considerare
quasi complessivamente rappresentativo del comunismo italiano. Il resto (anche
nella critica di Panzieri) ha ruotato attorno.
Lo scioglimento del partito,
avvenuto in condizioni di evitabile frettolosità e al di fuori da una qualsiasi
ricerca di impostazione teorica alternativa ma semplicisticamente sull’onda
dell’attualità, di una presunta “fine della storia” e della necessità (davvero
provinciale e politicamente angusta) di “sblocco del sistema politico”) ha dato
origine a una cesura epocale che al momento apparve irrecuperabile: il
patrimonio della stessa “sinistra comunista” che si era opposta all’operazione
liquidatoria risultò disperso, al momento dell’esperienza del seminario di Arco
del 1990 e del mancato raccoglimento del messaggio lanciato da Lucio Magri con
la sua relazione “Il nome delle cose”. La diaspora tra Cossutta e Ingrao e il
ritiro di Natta privò quell’area politica di riferimenti unitari per proseguire
nella sua storia.
Nacque un soggetto come Rifondazione
Comunista all’interno del quale il portato ideal – storicista del PCI e della
stessa sinistra comunista non trovò particolare accoglienza sovrastato, in
particolare nella fase dell’assunzione della segreteria di Fausto Bertinotti,
dai concetti effimeri della personalizzazione e di un impasto tra movimentismo
e governativismo, che hanno decreto in poco tempo la pressoché definitiva
conclusione di quell’esperienza, contrassegnata inoltre da una lunga serie di
scissioni, e, in ogni caso, il suo essere superfluo al riguardo della realtà
del sistema politico italiano e, soprattutto, rispetto all’apertura di una
ricerca sull’attualità di un nuovo comunismo, dopo l’esperienza fallita
dell’inveramento statutale dei fraintendimenti marxiani del ‘900.
Riproporre oggi le linee essenziali
della realtà ideologica, storica e politica del PCI è operazione da compiere
soprattutto al riguardo del contesto attuale e della necessità di riaprire
appunto quella ricerca: un nuovo comunismo che significhi insieme capacità di
rappresentanza e di aggregazione del blocco sociale rappresentato da quelle
classi subalterne tragicamente colpite dalla criminale gestione capitalistica
della crisi e prospettiva di costruzione, per il futuro, di un orizzonte di
radicale trasformazione dello stato di cose presenti.
E’ possibile trovare una sede
agibile per riaprire una seria discussione attorno a questi elementi teorici e
politici, ponendoci tutti finalmente a confronto senza verità in tasca ma nella
consapevolezza di ciò che davvero ha rappresentato il passato e partendo da lì
per verificare il futuro possibile dei comunisti in Italia.
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