Il regolamento
applicativo dell'accordo sulla rappresentanza sindacale ha provocato in pieno
congresso il big bang nel gruppo dirigente della CGIL.
Dopo anni di
contrapposizione tra gruppo dirigente della FIOM e gruppo dirigente confederale
si era siglata la pace con il documento congressuale sottoscritto sia da
Susanna Camusso sia da Maurizio Landini. Solo la piccola minoranza del documento
alternativo "Il sindacato è un'altra cosa" si era opposta.
Ora Maurizio
Landini definisce come incostituzionale l'intesa che trasforma quell'accordo in regole cogenti e aggiunge
che così il modello dell'accordo separato di Pomigliano viene esteso a
tutti. Ha ragione, potremmo chiamare Marchionnum le nuove regole sulla
rappresentanza sindacale,
ma tutti i principi che hanno portato a questa
conclusione erano già contenuti nell'intesa del 31 maggio e in quella
precedente del 28 giugno 2011, intese assunte ed approvate dal documento
congressuale di maggioranza.
Il congresso
della CGIL deflagra così a seguito dell'intesa firmata il 10 gennaio ed è
giusto, perché quelle regole cambiano
la natura stessa del sindacato.
Da tempo la CGIL aveva subordinato il conflitto sociale alla concertazione, assumendo la fisionomia di una grande forza
sociale che fa pressione sulla politica. Negli ultimi venti anni questa scelta
ha portato la CGIL e tutti i sindacati
confederali ad assumere un ruolo centrale nel sistema di potere del paese, cosa
che ha fatto persino sopravvalutare la loro forza reale. Al tavolo triangolare della
concertazione, tra aziende, sindacati e governo si amministravano e cogestivano
le tendenze di fondo, ma non le si cambiavano. Così mentre CGIL CISl UIL si
rafforzavano nei palazzi, il mondo del lavoro scivolava in basso nella società;
caduta dei salari e precarizzazione di massa, privatizzazioni e perdita di
diritti sociali dilagavano.
Con la crisi,
con la svolta autoritaria della Fiat e con le politiche di austerità la
concertazione è saltata per aria. A CGIL CISL UIL è venuta meno anche
l'apparenza del contare.
Ovunque si
ricorda con rabbia la passività e la impotenza con cui CGIL CISL UIL subirono
la riforma Fornero delle pensioni. Quella vicenda è diventata il paradigma di
un sindacato confederale che non conta più niente. E che per questo subisce una
contestazione di fondo da parti opposte. Da chi pensa che sia giunta l'ora di
togliere di mezzo un soggetto fortemente Indebolito, ma ancora ingombrante. E
da chi invece vorrebbe che la forza residua del sindacato confederale venisse
usata davvero.
Impauriti e
sentendosi sotto assedio, i dirigenti della CGIL hanno scelto di seguire la via di fuga
già individuata da quelli di CISL e UIL: il passaggio dal regime della
concertazione a quello della complicità aziendale.
Fu un testo
programmatico dell'allora ministro Sacconi ad usare per la prima volta in senso
positivo questo termine. Poi vennero gli accordi Fiat rifiutati dalla FIOM, che
in cambio della promessa del lavoro peggioravano brutalmente tutte le
condizioni e i diritti del lavoro e
permettevano di esistere solo ai
sindacati firmatari.
Ora quel
principio, solo i firmatari hanno i diritti sindacali, viene istituzionalizzato ed esteso dall'accordo confederale sulla rappresentanza. E davvero poco pare
contare la recente sentenza della Corte Costituzionale, che proprio quel principio ha
condannato. Del resto non si sta facendo la stessa cosa a livello politico,
con i principali partiti impegnati a realizzare una riforma elettorale che
eluda la sentenza che ha condannato il porcellum? Con il Marchionnum le
"parti sociali" sono state più veloci. La Costituzione non si
abbatte, si aggira.
Parti sociali è
il nuovo logo con cui il regime della complicità
sostituisce quello della concertazione sindacale. Questo termine, di antica provenienza democristiana, descrive
un sistema nel quale da un lato ci sono le istituzioni politiche, dall'altro
quelle economico sociali unite tra loro. Imprese e sindacati diventano una sola
istanza corporativa comune, il vecchio tavolo triangolare della concertazione
perde un lato, quello della residua autonomia sindacale. Rappresentanti dei
padroni e dei lavoratori siedono dalla stessa parte, sono tutti nella stessa
barca.
Per questo al centro dell'accordo stanno le deroghe ai contratti nazionali mentre viene messa sotto accusa la libertà di sciopero. Le condizioni di lavoro vengono di continuo
peggiorate, ma il conflitto tra i firmatari del patto
sulla rappresentanza non è ammesso. Chi confligge va punito e chi dissente verrà giudicato da una commissione di
arbitri dove la Confindustria ha una preventiva maggioranza politica. Il sindacato viene governato da una
catena di comando che parte dai vertici confederali e giunge fino ai delegati
nei luoghi di lavoro. Tutti devono rispondere a direttive che vengono dall'alto,
tutti sono nei fatti nominati, come il parlamento votato con il Porcellum.
Da quando si
insediò il governo Monti il debito
pubblico è aumentato di 200 miliardi. Cosa c'entra? C'entra perché la riduzione
del debito è la giustificazione principale delle politiche di austerità. Di quelle
politiche che han portato i disoccupati a 6 milioni e fatto
sprofondare in basso salari e pensioni. Ma se tutto il mondo
del lavoro è più povero e il debito è aumentato, dove son finiti i soldi? Ai
ricchi, alla finanza e alle banche.
200 miliardi di
debito in più sono serviti per finanziare una colossale redistribuzione della
ricchezza dal basso verso l'alto. È la lotta di classe vincente dei ricchi
contro i poveri,
l'unica autorizzata.
Si capisce
allora a cosa serve il patto sulla rappresentanza. Serve a impedire la
reciprocità della lotta di classe dei poveri contro i ricchi: chi la vuole fare è
fuori dal sistema.
Il
Marchionnum trasforma le politiche di
austerità in un autoritario sistema di
relazioni sindacali: è incostituzionale non solo nelle sue norme, ma nel suo spirito di
fondo. Per questo va
combattuto come e più del porcellum elettorale.
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