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PD e
Governo: c’è un contrasto – grande come una casa – tra due opposte concezioni,
sul tema del come risolvere il problema del lavoro, considerato da tutti (spesso
a parole) come prioritario.
Ritengo
necessaria, prima di ogni altra cosa, la ricerca e la creazione di nuovi posti
di lavoro, di nuove opportunità, il più possibile sicure e dignitose.
Nei
giorni scorsi si è verificato un “incidente” che ha coinvolto il nuovo
Segretario del PD, Renzi, e il Viceministro dell’economia, Fassina, sempre del
PD, ora dimissionario.
Naturalmente,
non entrerò nella questione particolare, che riguarda, sostanzialmente, un
partito e il Governo. Ma voglio esprimere la mia convinzione che sullo sfondo di
questioni come questa, c’è un contrasto – grande come una casa – tra due opposte
concezioni sul tema del come risolvere il problema del lavoro, considerato da
tutti (spesso a parole) come prioritario.
C’è una
linea di pensiero secondo la quale occorre mettere mano alle “regole”, alla
tipologia dei contratti, alle tutele, per creare maggiore flessibilità e
maggiori opportunità.
A
questa
linea se ne contrappone un’altra, secondo la quale il problema non è di regole e
di contratti e forse neppure, a stretto rigore, di diritto del lavoro; si
tratta, invece, di una questione di macro economia e di scelte di fondo, dirette
più che alla “regolazione”, alla creazione di nuovi posti e nuove opportunità di
lavoro.
Chi
segue queste mie riflessioni settimanali, avrà capito che io condivido la
seconda soluzione, da sempre; e questo proprio perché ho insegnato per
ventiquattro anni diritto del lavoro in condizioni ben diverse da quelle attuali
ed oggi la mia materia “preferita” non può che passare in secondo piano a fronte
di una disoccupazione arrivata a livelli insopportabili, ad un precariato sempre
più esteso e sempre più lontano da esigenze di rispetto della dignità e della
professionalità, ad una quantità di soggetti che – secondo l’Istat – hanno perso
anche la voglia e la forza di cercare un lavoro che non c’è.
Sia ben
chiaro: questo non significa rinunciare alle tutele ed ai diritti fondamentali
dei lavoratori; e neppure significa adesione alle teorie di chi sostiene la
contrattazione di settore o, preferibilmente,
aziendale.
Resto
convinto che lo Statuto dei lavoratori non va toccato (ed anzi, va restituito
valore ed efficacia a quelle norme che sono state, in questi anni,
particolarmente tartassate); e resto altrettanto convinto del valore
fondamentale della contrattazione nazionale e della sua inderogabilità.
Mi
sentirò dare del conservatore, ma non importa. In tema di diritti si può anche
essere conservatori, quando occorre garantirli.
Ma ciò
che io ritengo necessaria, prima di ogni altra cosa, è la ricerca e la creazione
di nuovi posti di lavoro, di nuove opportunità, il più possibile sicure e
dignitose.
Di
questo dobbiamo discutere, con serenità e con realismo.
E
invece, ho troppe volte dovuto constatare che questa non è la priorità, per
molti; o quanto meno, è questione destinata a restare sullo sfondo, a fronte dei
condizionamenti che la nostra economia subisce ad opera della crisi, ma anche ad
opera di un liberismo sfrenato che da anni attraversa tutta l’Europa.
Mi
spiego con un esempio.
./.
In
questi giorni, facendo una scappata in Liguria, ho sentito numerosi bollettini
di “guerra” che davano l’allerta per l’arrivo di una forte perturbazione, nel
timore che le piogge, se troppo intense, potessero cagionare allagamenti, frane
e distruzioni, come è ripetutamente accaduto nel passato.
Poi
sono arrivate le piogge e subito ho letto, sui giornali, di torrenti ingrossati
e usciti dal loro alveo, di pericoli di frane, di famiglie evacuate, ecc. Di
nuovo ho sentito parlare di gravi danni, che occorrerà riparare, ricorrendo a
rimedi postumi o semplicemente risarcendo, ove possibile, chi ha subito danni
(quando non si tratti di casi in cui ci sia stato chi ha addirittura perso la
vita). E’ un copione che si ripete da anni, sempre lo stesso, con gli stessi
guasti, gli stessi danni, le stesse spese per ripararli, gli stessi propositi di
adoperarsi, in futuro, per la prevenzione; propositi che, per lo più, non
vengono mantenuti, oppure lo sono solo in parte.
Altrimenti,
non ricapiterebbero gli stessi disastri ogni volta che c’è un livello minimo di
allarme meteo e non solo quando arrivano (da noi fortunatamente di rado) i
cicloni.
E’ un
esempio semplice e alla portata di tutti.
Così
come si potrebbe parlare di danni subiti da opere d’arte, da centri di
importanza artistica straordinari, con gravi effetti sia sul nostro patrimonio
artistico (nel quale saremmo, in teoria, in testa alla classifica mondiale), sia
sullo stesso turismo, che dovrebbe essere una delle fondamentali risorse di un
Paese bellissimo come l’Italia.
Certo,
prevenire costa; ma c’è qualcuno che ha quantificato i danni che subisce da anni
il nostro ambiente, nel suo complesso e l’entità delle spese impiegate per
ripararli (o meglio, spesso, per tamponarli) per tacere delle vite umane
perdute?
C’è
qualcuno che si è chiesto quanto costerebbe investire in manodopera per
prevenire, tenendo conto, peraltro, delle poste passive rappresentate dai
risarcimenti e dalle riparazioni e – oltretutto – dei costi della cassa
integrazione, arrivata, anch’essa a livelli insostenibili per qualunque
Paese?
Non
sono un economista e quindi non sono in grado di fare simili conteggi; ma vorrei
che qualcuno li facesse, che si nominasse una Commissione di “saggi” per
studiare il problema sotto questo profilo, che si considerassero i calcoli e le
previsioni di chi, in questo campo, si è cimentato (un solo esempio per tutti:
Luciano Gallino), senza mai ricevere risposte serie e concrete e senza che si
avviasse, almeno, una discussione concreta e realistica. Questo è, dunque, il vero problema.
Anche
quando si è cercato di fare qualcosa, anche da parte di questo Governo, lo si è
fatto con eccessiva timidezza e con troppa attenzione ai vincoli europei, forse
non del tutto insormontabili.
Io
credo che sia questa la strada su cui ci si dovrebbe cimentare, cercando di
approfondire quella che in questa sede non può essere molto di più di una
semplice enunciazione, ispirata però a logica, concretezza e perfino al buon
senso.
Naturalmente,
proprio per questo, ho solo fatto un esempio; ci sono molti studiosi che ne
hanno fatti altri, altrettanto validi, ma nella stessa direzione: creare nuovi
posti e nuove opportunità di lavoro e non trastullarsi con le regole, che alla
fine – come ha scritto un noto giurista – anziché darci lavoro nuovo e anziché
creare un contratto “unico”, finirebbero per aggiungere un altro tipo di
contratto a quelli già esistenti. Si tratta, in definitiva, come ha scritto un
altro autorevole studioso, di andare al concreto e non insistere a ragionare su
quella che a molti è apparsa come una “fabbrica di illusioni”.
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