giovedì 9 gennaio 2014

NOTAZIONI DEL PRESIDENTE NAZIONALE ANPI CARLO SMURAGLIA SULLA SITUAZIONE ECONOMICA, SOCIALE E POLITICA DELL'ITALIA


► PD e Governo: c’è un contrasto – grande come una casa – tra due opposte concezioni, sul tema del come risolvere il problema del lavoro, considerato da tutti (spesso a parole) come prioritario.
Ritengo necessaria, prima di ogni altra cosa, la ricerca e la creazione di nuovi posti di lavoro, di nuove opportunità, il più possibile sicure e dignitose.


Nei giorni scorsi si è verificato un “incidente” che ha coinvolto il nuovo Segretario del PD, Renzi, e il Viceministro dell’economia, Fassina, sempre del PD, ora dimissionario.

Naturalmente, non entrerò nella questione particolare, che riguarda, sostanzialmente, un partito e il Governo. Ma voglio esprimere la mia convinzione che sullo sfondo di questioni come questa, c’è un contrasto – grande come una casa – tra due opposte concezioni sul tema del come risolvere il problema del lavoro, considerato da tutti (spesso a parole) come prioritario.

C’è una linea di pensiero secondo la quale occorre mettere mano alle “regole”, alla tipologia dei contratti, alle tutele, per creare maggiore flessibilità e maggiori opportunità.

A questa linea se ne contrappone un’altra, secondo la quale il problema non è di regole e di contratti e forse neppure, a stretto rigore, di diritto del lavoro; si tratta, invece, di una questione di macro economia e di scelte di fondo, dirette più che alla “regolazione”, alla creazione di nuovi posti e nuove opportunità di lavoro.

Chi segue queste mie riflessioni settimanali, avrà capito che io condivido la seconda soluzione, da sempre; e questo proprio perché ho insegnato per ventiquattro anni diritto del lavoro in condizioni ben diverse da quelle attuali ed oggi la mia materia “preferita” non può che passare in secondo piano a fronte di una disoccupazione arrivata a livelli insopportabili, ad un precariato sempre più esteso e sempre più lontano da esigenze di rispetto della dignità e della professionalità, ad una quantità di soggetti che – secondo l’Istat – hanno perso anche la voglia e la forza di cercare un lavoro che non c’è.

Sia ben chiaro: questo non significa rinunciare alle tutele ed ai diritti fondamentali dei lavoratori; e neppure significa adesione alle teorie di chi sostiene la contrattazione di settore o, preferibilmente, aziendale.

Resto convinto che lo Statuto dei lavoratori non va toccato (ed anzi, va restituito valore ed efficacia a quelle norme che sono state, in questi anni, particolarmente tartassate); e resto altrettanto convinto del valore fondamentale della contrattazione nazionale e della sua inderogabilità.

Mi sentirò dare del conservatore, ma non importa. In tema di diritti si può anche essere conservatori, quando occorre garantirli.

Ma ciò che io ritengo necessaria, prima di ogni altra cosa, è la ricerca e la creazione di nuovi posti di lavoro, di nuove opportunità, il più possibile sicure e dignitose.

Di questo dobbiamo discutere, con serenità e con realismo.

E invece, ho troppe volte dovuto constatare che questa non è la priorità, per molti; o quanto meno, è questione destinata a restare sullo sfondo, a fronte dei condizionamenti che la nostra economia subisce ad opera della crisi, ma anche ad opera di un liberismo sfrenato che da anni attraversa tutta l’Europa.
Mi spiego con un esempio.
                                                                                                                                          ./.
In questi giorni, facendo una scappata in Liguria, ho sentito numerosi bollettini di “guerra” che davano l’allerta per l’arrivo di una forte perturbazione, nel timore che le piogge, se troppo intense, potessero cagionare allagamenti, frane e distruzioni, come è ripetutamente accaduto nel passato.

Poi sono arrivate le piogge e subito ho letto, sui giornali, di torrenti ingrossati e usciti dal loro alveo, di pericoli di frane, di famiglie evacuate, ecc. Di nuovo ho sentito parlare di gravi danni, che occorrerà riparare, ricorrendo a rimedi postumi o semplicemente risarcendo, ove possibile, chi ha subito danni (quando non si tratti di casi in cui ci sia stato chi ha addirittura perso la vita). E’ un copione che si ripete da anni, sempre lo stesso, con gli stessi guasti, gli stessi danni, le stesse spese per ripararli, gli stessi propositi di adoperarsi, in futuro, per la prevenzione; propositi che, per lo più, non vengono mantenuti, oppure lo sono solo in parte.

Altrimenti, non ricapiterebbero gli stessi disastri ogni volta che c’è un livello minimo di allarme meteo e non solo quando arrivano (da noi fortunatamente di rado) i cicloni.

E’ un esempio semplice e alla portata di tutti.

Così come si potrebbe parlare di danni subiti da opere d’arte, da centri di importanza artistica straordinari, con gravi effetti sia sul nostro patrimonio artistico (nel quale saremmo, in teoria, in testa alla classifica mondiale), sia sullo stesso turismo, che dovrebbe essere una delle fondamentali risorse di un Paese bellissimo come l’Italia.

Certo, prevenire costa; ma c’è qualcuno che ha quantificato i danni che subisce da anni il nostro ambiente, nel suo complesso e l’entità delle spese impiegate per ripararli (o meglio, spesso, per tamponarli) per tacere delle vite umane perdute?

C’è qualcuno che si è chiesto quanto costerebbe investire in manodopera per prevenire, tenendo conto, peraltro, delle poste passive rappresentate dai risarcimenti e dalle riparazioni e – oltretutto – dei costi della cassa integrazione, arrivata, anch’essa a livelli insostenibili per qualunque Paese?

Non sono un economista e quindi non sono in grado di fare simili conteggi; ma vorrei che qualcuno li facesse, che si nominasse una Commissione di “saggi” per studiare il problema sotto questo profilo, che si considerassero i calcoli e le previsioni di chi, in questo campo, si è cimentato (un solo esempio per tutti: Luciano Gallino), senza mai ricevere risposte serie e concrete e senza che si avviasse, almeno, una discussione concreta e realistica.  Questo è, dunque, il vero problema.

Anche quando si è cercato di fare qualcosa, anche da parte di questo Governo, lo si è fatto con eccessiva timidezza e con troppa attenzione ai vincoli europei, forse non del tutto insormontabili.
Io credo che sia questa la strada su cui ci si dovrebbe cimentare, cercando di approfondire quella che in questa sede non può essere molto di più di una semplice enunciazione, ispirata però a logica, concretezza e perfino al buon senso.

Naturalmente, proprio per questo, ho solo fatto un esempio; ci sono molti studiosi che ne hanno fatti altri, altrettanto validi, ma nella stessa direzione: creare nuovi posti e nuove opportunità di lavoro e non trastullarsi con le regole, che alla fine – come ha scritto un noto giurista – anziché darci lavoro nuovo e anziché creare un contratto “unico”, finirebbero per aggiungere un altro tipo di contratto a quelli già esistenti. Si tratta, in definitiva, come ha scritto un altro autorevole studioso, di andare al concreto e non insistere a ragionare su quella che a molti è apparsa come una “fabbrica di illusioni”.  

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