L’irriducibilità, insomma, della classica “contraddizione
principale”. Ed è stato questo punto che si è voluto nascondere come se si
trattasse di polvere sotto il tappeto della storia.
La “ Lettura” inserto del Corriere della Sera, nel suo
numero del 5 Gennaio 2013, pubblica un articolo scritto da Marcello Flores sulla "Storia che non passa", nel
quale si affronta con grande impegno il tema dell’uso della memoria a fini
politici.
Nell’articolo Flores sostiene come si tratti di una”
tentazione pericolosa che insidia anche le democrazie”. L'argomento di fondo (e
i testi citati e indicati per la lettura lo confermano) riguarda le grandi
tragedie della storia, con riferimento soprattutto al "raccontare la
guerra".
Si parte dalla citazione del gesto compiuto lo scorso 26
Dicembre dal primo ministro giapponese Abe, recandosi al tempio di Yakasukuni,
dedicato alle anime dei caduti al servizio dell’imperatore, compresi centinaia
di criminali di guerra.
Un gesto dal chiaro significato politico: Abe, infatti,
intende compiere una profonda revisione della Costituzione giapponese, la
cosiddetta “Costituzione della Pace” voluta (o imposta) dagli americani e
considerata un’umiliazione da parte di molti giapponesi.
Lo scopo di questa revisione è quello di poter procedere al
riarmo del Giappone: tutto questo si verifica nel mezzo di una crisi con la
Cina per la questione delle isole Senkaku (Dyacon per i cinesi), con molti
analisti che ritengono possibile, considerato il riemergere della Russia come
superpotenza imperiale, una guerra tra Cina, considerata potenza “periferica” e
il Giappone.
E , assolutamente, non si tratta di “fantageopolitica”.
Si tratta soltanto di un esempio presente nell’articolo di
Flores, il cui contenuto però suggerisce sicuramente lo sviluppo di un tema:
non soltanto l’uso della memoria a fini politici, ma anche la cancellazione
della stessa riguarda egualmente lo stesso piano degli obiettivi politici.
Ciò è accaduto al
riguardo del nostro'900, quello della sinistra politica che ha rappresentato il
frutto più importante nella storia del movimento operaio dall’epoca della
rivoluzione industriale in avanti, la scomparsa delle grandi tematiche che quel
movimento aveva sollevato, l'azzeramento di radici e identità di cui stiamo
soffrendo nel deserto culturale dentro
al quale ci troviamo e dai cui confini rischiamo di non poter uscire per un
lungo periodo.
Inquadrato il tema generale considerandolo oggetto di un
possibile e auspicabile sviluppo del dibattito, in quest’occasione si segnalano
di seguito soltanto alcuni accenni.
Lo smarrimento della memoria di quella parte del ‘900
legata, appunto, alla storia del movimento operaio internazionale ha
completamente sepolto il dilemma “comunismo e democrazia” che pure i movimenti
del ’68 avevano riproposto con grande forza.
Così come sono trattate quasi come “preistoria” alcune
convulsioni mondiali verificatesi nello stesso periodo, prima fra tutte il
precipitoso ritiro degli Stati Uniti dal Vietnam e le conseguenze che questo
fatto ebbe sulla politica statunitense.
Conseguenze che non limitarono il ruolo di superpotenza
degli USA: anzi, proprio alla vigilia del ritiro da Saigon, furono gli USA a
mettere fine alla breve esperienza socialista cilena soltanto perché questa
aveva osato affacciarsi nel subcontinente di loro dominio.
Ciò avveniva mentre
stavano venendo meno, invece, gli ultimi fascismi europei in Portogallo,
Spagna, Grecia.
Fascismi europei dei quali non deve essere smarrito il
ricordo, proprio oggi quando – pur nell’ambito dell’Europa a 27 – ci sono
segnali pericolosi di ripresa in quel senso come in Ungheria e comunque si sollevano rischi di sviluppi di tipo
autoritario anche in altre situaizoni.
Tornando però al tema della memoria smarrita di quella fase
del ‘900 come ricorda Rossana Rossanda nel suo ultimo lavoro “Quando si pensava
in grande” furono quei fatti appena citati ,dal Vietnam al Cile, a cambiare i
piani travolgendo – alla fine – il movimento del’68 .
Fatti che finirono con l’ allungare la propria ombra fino alla
chiusura della fase aperta dal lungo percorso del movimento prima democratico e
poi operaio, non solo comunista ma anche socialdemocratico, e che era andato
sviluppandosi in Europa dai moti del 1848 alla rivoluzione del 1917.
Si dovrà arrivare, però, alla fine del secolo e alla
cancellazione dei “socialismi reali” perché si apparso evidente come soltanto
con la “caduta del muro” (semplificando la fase con una definizione
giornalistica) concludesse il tentativo
occidentale di far fronte al 1917, offuscando prima la linea rooseveltiana del “new
deal” che era seguita alla grande crisi del ’29 e poi obliando anche la linea
keynesiana, affacciatasi nell’incombere della seconda guerra mondiale.
E’ stato l’indirizzo di Keynes ad aver informato gran parte
dell’Europa del dopoguerra e alcune grandi istituzioni internazionali.
Un indirizzo sempre mal sopportato “da destra”:Una destra
che proprio alla fine degli anni’70 riuscì a riproporre con grande forza quella
proposta liberista, che appariva ormai tramontata.
Furono le vittorie di Margaret Tachter in Gran Bretagna e di
Ronald Reagan negli USA a rappresentare il trampolino di lancio per la proposta
neo-liberista, scagliandola contro il campo del “socialismo reale” definito
come il grande nemico, dell’impero del male.
In sostanza il declino del’900 ha corrisposto a un salto all’indietro,
verso una "risorgenza" del liberalismo di Von Hayek.
Rimase per aria un grande interrogativo, sul quale, come tra
quello del rapporto tra comunismo e democrazia, è sceso completamente il buio
dell’assenza di ricordo: che cosa avevano in comune, pur arrivando, a scelte
diverse, le idee di Karl Marx e quelle di John Maynard Keynes per essere così
aspramente combattute?
E’ ancora possibile rispondere sinteticamente a questo
grande interrogativo: il punto comune tra Marx e Lord Keynes era rappresentato
dal comune riconoscimento dell’esistenza di una divergenza fondamentale di
interessi tra capitale e lavoro.
L’irriducibilità, insomma, della classica “contraddizione
principale”. Ed è stato questo punto che si è voluto nascondere come se si
trattasse di polvere sotto il tappeto della storia.
Marx derivava, dall’irriducibilità di quella contraddizione,
l’esigenza rivoluzionaria e Lenin l’aveva realizzata, unitamente ad altre
motivazioni (“pace” e “terra”) nel corso della Prima Guerra Mondiale.
Invece, dopo la Seconda Guerra mondiale, e certo anche in
conseguenza della forza acquisita dall’URSS, Keynes aveva proposto un
compromesso tra le due parti sociali con una mediazione assegnata allo Stato.
Su queste basi riprese a svilupparsi la vecchia
socialdemocrazia, dopo la tragedia degli anni’30, la sconfitta di Spagna, la
caduta dei Fronti Popolari.
L’intera temperie storica fin qui riscostruita in maniera
incompleta e sommaria è stata avvolta nella nebbia della dimenticanza: tutto l’Occidente
sembra ormai essersi arreso al risorto liberismo, alla proclamazione della
deregulation dei capitali, all’affermazione del mercato quale unico arbitro,
necessario e autosufficiente, escludendo che la volontà politica possa
intervenire anche semplicemente per correggerlo.
A questo indirizzo di fondo che abbiamo definito “neo” o “iper”
liberismo si è sommato lo straordinario sviluppo della tecnologia che ha
finito, proprio per volontà politica dei settori dominanti, per favorire come
mai prima i movimenti mondiali della proprietà e le operazioni finanziarie.
In questa evenienza si scopre un limite di Marx che aveva
creduto in declino il processo di finanziarizzazione dell’economia in rapporto
allo sviluppo della produzione.
Comunque, sia stato come sia stato, il capitalismo ha
lanciato una sfida enorme al sistema mondiale e per vincerla ha provveduto
anche a un “uso politico” non della memoria, ma della cancellazione della
memoria.
Da quel momento, è bene ricordarlo in chiusura, è mutato
anche lo stesso lessico politico.
Il termine “riforme” che era stato il simbolo di un
mutamento graduale del sistema, non rivoluzionario ma almeno in senso
anticapitalista, è divenuto all’opposto sinonimo di riduzione delle conquiste
del lavoro, mentre la loro difesa è stata bollata come “conservazione”.
Questo mutamento di linguaggio ha avuto la sua fase di
acquisizione comune in precedenza alla caduta del Muro di Berlino, dalla cui
precipitosa introiezione (come nel caso della liquidazione del PCI, per restare
al “caso italiano”) deriva la crepa fondamentale della sinistra europea.
Non è il caso di ricostruire tutti i passaggi che pure
meriterebbero di essere approfonditi in particolare al riguardo della
costruzione dell’attuale Unione Europea.
E’ possibile però affermare che da quei fatti e dall’oblio
della memoria sui quali i loro protagonisti hanno fondato la loro teoria e la
loro pratica politica deriva oggi la logica delle cosiddette “larghe intese”
dominanti in Germania come in Italia ma ben presenti nello spirito e nella
lettera della stessa sinistra di governo in Francia e nel blairismo britannico,
mentre la sinistra abbarbicata all’idea di una continuità o di una rifondazione
di storia e identità del movimento operaio non riusciva a uscire dalla subalternità all’esistente
accoppiando addirittura, come in Italia, movimentismo e governismo (in questo
non aver fatto i conti con il passato e avendo paura di recupero le proprie
radici ha contato moltissimo).
In sostanza, assieme al comunismo dei “socialismi reali” si
esauriva, a cavallo dei frangenti storici di fine secolo ‘900, anche il
compromesso socialdemocratico nei cui confini, è bene ricordare anche questo,
si erano mossi in relazione agli accordi di Yalta i partiti comunisti italiano
e francese, sia pure esprimendo (in una dimensione comunque diversa fra loro)
una coscienza di classe ben più accesa di quella espressa dalle forze
dichiaratamente socialdemocratiche, nel Partito Socialista Francese, nell’SPD e
nello stesso Labour, almeno fino ai primi anni del nuovo secolo.
Si può dunque affermare che, con il volgere del secolo che
Hobsbawan ha definito “breve” di sinistra, anche della più moderata non è
rimasto quasi nulla.
In questa scomparsa la perdita della memoria ha avuto un’importanza
fondamentale.
Forse una ripresa potrebbe partire proprio da lì: da questa
considerazione dell’uso politico della cancellazione del ricordo di ciò che è
stato, insieme di tragico e di grande.
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