Gli indirizzi del governo
Renzi sulla questione lavoro, riassunti nella cartella “Jobs Act”, non differiscono
sostanzialmente, nella qualità e nella logica, da quelli dei precedenti
governi. Se mai, c’è da osservare una maggior determinazione, dovuta anche alla
consapevolezza dell’aggravarsi della situazione occupazionale.
C’è anche da temere che, pur
in presenza di un andamento positivo delle esportazioni, e pur essendo
probabilmente arrivati al fondo del ramo discendente della curva, quello
ascendente stenta ancora ad avviarsi. E che le imprese (o almeno quelle che
hanno resistito meglio alla crisi), probabilmente faranno fronte all’eventuale
nuova domanda, almeno in una prima fase, più con l’incremento delle ore
lavorate pro-capite e con lavoro a termine che con lavoro a tempo
indeterminato; ed in una seconda fase, quando la ripresa abbia iniziato a
consolidarsi, più con investimenti in macchinari ed automazione, che con nuovo
lavoro.
Altro
elemento di novità che è possibile cogliere nello “Jobs Act” è l’indicazione di
obbiettivi di politica industriale data dall’elencazione di sette aree di
priorità su cui orientare gli sforzi; il che, però, per il momento si limita ad
una pura enunciazione. Che di politiche industriali vi sia bisogno, è un dato
di fatto: ma, per non confondere le idee, chiamiamole allora col loro nome,
quello di programmazione.
In
Italia, negli ultimi venti anni si è fatta della deindustrializzazione un mito
culturale, come se fosse possibile per un’economia di 60 milioni di abitanti,
sostanzialmente priva di materie prime, deficitaria sul piano agricolo,
fondarsi sulla terziarizzazione e sulla produzione di beni e servizi non
primari. E quindi, il fatto che ci si cominci a render conto che occorre
sostenere quei settori in cui vi siano maggiori prospettive di sviluppo non è
affatto un male. Piuttosto, la genericità delle indicazioni, delle quali solo
tre riguardano attività di carattere industriale, lascia pensare che tale
consapevolezza non sia ancora ben radicata.
In buona sostanza, gli interventi
proposti ricadono in cinque categorie:
A: Interventi normativi e di razionalizzazione di
norme, strutture e procedure:
-
Agenzia Unica Federale per la gestione di
formazione ed erogazione degli ammortizzatori sociali;
-
Controlli e rendicontazione per le spese
della formazione professionale (500-600 milioni/anno).
-
Trasparenza online di entrate ed uscite delle
Pubbliche Amministrazioni.
-
Nuovo Codice del Lavoro (entro otto mesi) e
nuove norme per i neoassunti, prevedendo il congelamento dell’Art.18 per i
primi tre anni di lavoro, e la riduzione delle molte tipologie contrattuali.
-
Legge sulla rappresentatività sindacale.
-
Rappresentanti dei lavoratori nei CdA delle
aziende più grandi.
B: Estensione dei meccanismi di protezione
sociale:
-
Aiuto di disoccupazione a tutti, a decrescere
nel corso del periodo di durata del sussidio (due anni per i lavoratori
dipendenti, 6 mesi per gli atipici), con l’obbligo di seguire corsi di
formazione e di non rifiutare offerte di lavoro migliorative di oltre i 20%
rispetto al trattamento d disoccupazione. Per contro, flessibilità per i primi tre
anni. Costo: a quanto pare, circa 9,5-10 miliardi, da reperire per 7,1 miliardi
da quanto già stanziato con la riforma Fornero, e per il resto dagli attuali ammortizzatori
sociali in deroga.
-
Piano “garanzia giovani”: 1,5 miliardi di
provenienza europea per offerte lavorative o formative ai giovani dopo la scuola
o in caso di disoccupazione (cosa peraltro ereditata dal precedente governo).
C: Interventi a sostegno dei redditi da lavoro
dipendente.
-
La parte del taglio del cuneo fiscale
destinata al lavoro.
D: Interventi di riduzione del costo del lavoro
ed a sostegno delle imprese:
-
La restante parte del taglio del cuneo
fiscale.
-
La riduzione dell’IRAP (si parla del 10%:
circa 2 miliardi).
-
E, impropriamente, in quanto si tratta di
un’azione di pura decenza, e comunque “una tantum”, il pagamento per intero dei
debiti delle P.A. (circa 60 miliardi).
E: interventi a sostegno della domanda:
-
Piano-casa ed edilizia scolastica, peraltro
non definiti.
A tutto
ciò dovrebbero aggiungersi:
-
La riduzione dei costi dell’energia elettrica
per le aziende, riducendo in compenso gli sconti per le forniture
interrompibili: la bolletta elettrica complessiva che l’industria italiana paga
non cambierebbe: si avrebbe si avrebbe una modestissima riduzione del costo per
imprese piccole e medie, compensato da un più sensibile aggravio per alcune
imprese, prevalentemente di grandi dimensioni.
-
E, come visto, l’individuazione di sette aree
di interventi di politiche industriali (cultura, turismo, agricoltura e cibo; il
Made in Italy: moda, artigianato; tecnologie informazione e comunicazione;
greeneconomy; nuovo welfare; edilizia; manifattura).
C’è
però da rilevare che di alcune di queste misure non sono ancora chiare le
dimensioni: ciò vale in particolare per il taglio dell’IRAP e per la riduzione
del cuneo fiscale. Altre, sono semplici enunciazioni, delle quali sono oscure,
oltre che le dimensioni, anche la natura (piano-casa ed edilizia scolastica).
E,
non ultima questione, è ancora tutta da definire la parte del taglio del cuneo
fiscale spettante alle imprese e quella spettante al lavoro dipendente: cosa
che non è di poco conto.
Resta
poi nebulosa la questione delle coperture che, compresa la restituzione dei
debiti delle P.A., dovrebbero avvicinarsi ai 90 miliardi. Di questi, a quanto
pare, ne nono stati individuati circa 10, costituiti dalle somme attualmente
stanziate per la legge Fornero e per la Cassa Integrazione in deroga. Per il
resto, si è parlato di “spending revue”, di accordo con la Svizzera, di aumento
della tassazione delle rendite finanziarie (compresi o no i titoli di Stato?).
E, proprio a questo proposito, arrivati i primo distinguo e caveat da parte di
Alfano, è facile supporre che si stia brancolando nel buio.
Ma
il piatto forte delle coperture è, per non aumentare il debito pubblico, l’utilizzo
delle disponibilità della Cassa Depositi e Prestiti (cioè del risparmio
postale) come sostegno (sotto la forma di prestiti a lunga scadenza garantiti
dallo Stato) alle pubbliche amministrazioni debitrici per render possibile alle
banche lo sconto dei crediti delle imprese. Dimenticando però che ciò rischia
di prosciugare un’istituzione che ha ben altri fini, anche in termini
statutari, che quello di ovviare alle inadempienze della Pubblica
Amministrazione.
Ma
non avevamo sentito cose simili ai tempi della finanza creativa di Tremonti?
In
tutto ciò, è del tutto evidente che a Confindustria interessa ben poco dello
Jobs Act, fatto salvo tutto ciò che si traduca in beneficio immediato per le
imprese: e cioè prima di tutto l’abbattimento dell’IRAP ed il pagamento dei
debiti pregressi, e molto meno la riduzione del cuneo fiscale.
E
Marchionne, con brutale chiarezza, ha dichiarato che le scelte del gruppo da
lui diretto non saranno in alcun modo influenzate dallo Jobs Act, pur
apprezzandolo e ritenendolo utile.
Perché qui vien fuori il
limite di un corpus di provvedimenti che trova una sua organicità nell’essere
incentrato essenzialmente sul fronte degli incentivi e dell’assicurare un
minimo di protezione sociale. Intendiamoci, non che incentivare l’occupazione
sia un fatto dannoso. Ma una politica fondata sugli incentivi e sulla rimozione
degli elementi di rigidità del mercato del lavoro non è di per sé sufficiente a
creare nuova occupazione in una fase in cui la ripresa non sia ancora avviata.
Non c’è infatti incentivo al mondo che possa convincere un’impresa ad assumere
un dipendente se questa non ritenga di averne bisogno: se cioè non debba
incrementare la produzione, o se non debba avviare nuove produzioni per le
quali non abbia già disponibili adeguate risorse interne.
In una fase di perdurante
stagnazione, tuttora caratterizzata, ad andar bene, da incrementi dello zero
virgola, non si crea nuova occupazione se non si manifesta nuova domanda, quale
che essa sia: estera, o interna, a sua volta ripartita in consumi, investimenti
privati, investimenti pubblici.
Ma la domanda estera, non
essendo più praticabili il dumping monetario e le svalutazioni competitive, può
dipendere solo dall’andamento globale dell’economia, che noi non controlliamo;
e, per quanto riguarda i fattori che noi controlliamo, solo dalla nostra
competitività e qualità in termini di innovazione di processo e di prodotto:
cioè da fattori che, pur correttamente impostati, hanno effetti che si misurano
nell’arco di anni e non di mesi, e che richiederebbero l’adeguare la formazione
e la ricerca di base ed applicata.
In
quanto alla domanda interna, i dati sui consumi delle famiglie dicono tutto: ed
il cane si morde la coda.
I
consumi sono bassi perché il Paese si è impoverito e la curva della
distribuzione della ricchezza si è ristretta al vertice ed allargata al centro
ed alla base, in un processo redistributivo alla rovescia. I consumi non
potranno aumentare se non in presenza di nuova occupazione e del conseguente
maggior reddito delle famiglie; ed anche il trasferimento di parte del cuneo
fiscale al lavoro dipendente, oltre che riguardare unicamente quelli che il
lavoro ce l’hanno, e non coloro che ne sono privi, finirà probabilmente, almeno
nell’immediato, con il consentire a costoro di ridurre debiti e pendenze, e non
di incrementare i consumi. In altre parole, non si può rimuovere un effetto
quando la causa ne è l’effetto stesso.
Analoga
cosa può dirsi per gli investimenti privati: questi non aumenteranno sinchè non
si venga a creare nuova domanda di produzione; le disponibiltà che si creeranno
per via dei provvedimenti previsti dallo Jobs Act e del pagamento dei debiti
delle Pubbliche Amministrazioni, avranno sicuramente effetti positivi, ma non
risolutivi: aiuteranno imprese in difficoltà a sopravvivere, a far fronte a
debiti con le Banche, con il Fisco, con i fornitori; ma una vera ripresa degli
investimenti privati si avrà solo con il rimettersi in marcia dell’economia.
Se
dunque si vuole una ripresa rapida dell’economia, e quindi, dell’occupazione,
occorre metter mano agli investimenti pubblici. Dei quali, peraltro, viste le
nostre arretratezze in fatto di infrastrutture di tutti i generi, di sicurezza
del territorio, di dotazioni per la ricerca e la cultura, di ambiente, c’è un
gran bisogno.
Ma
ciò comporta pianificazione, realizzazioni in tempi certi, costi altrettanto
certi e procedure di appalto trasparenti. E ciò comporta, soprattutto, reperimento
di risorse adeguate. Non credendo, nonostante la guasconeria di Renzi cosa facile l’ottenere la deroga dal parametro
del 3% per gli investimenti (e, in ogni caso, resta l’enorme debito pubblico a
scoraggiare l’incremento del deficit), non resta che:
1-tagliare
tutti i costi inutili ed eliminare ogni spreco.
2-valorizzare
ed utilizzare meglio l’esistente patrimonio pubblico, e dismettere quello non
utilizzato o non strategico, finalizzando il ricavato ad equivalente patrimonio
in nuove infrastrutture o dotazioni necessarie.
3-ed
infine, sostituire ad imposte fortemente recessive, quali quelle indirette e le
accise e quelle sul reddito, in particolar modo sui redditi medio-bassi,
un’imposta molto meno recessiva, quale un’imposta patrimoniale, in quanto non
colpisce la formazione di nuovo reddito, ma colpisce invece i redditi
accumulati, sovente in elusione.
Altro
ancora vi sarebbe da dire, ad iniziare dal balzello che pesa sulla nostra
economia per via di corruzione, evasione ed elusione fiscale, attività
criminali, attività in nero, rendite di posizione da monopolio ed oligopolio in
settori chiave, quali assicurazioni, banche, comunicazioni, energia, trasporti.
Un’intero sistema economico parallelo, fondato in parte sull’illegalità, ed in
parte su rendite di posizione, grava su famiglie ed imprese e, oltre che
offendere le persone oneste, ne soffoca i diritti e le possibilità di
competere.
Ma,
in conclusione, e limitandoci alle proposte contenute nello Jobs Act, pur
considerandone non inutile l’impianto, è da ritenere che questo potrà
manifestare effetti nel senso di irrobustire la ripresa e la conseguente
domanda di lavoro, ma solo dopo che questa abbia avuto inizio. Perché ciò
avvenga rapidamente, occorre avviare una ripresa endogena e non attendere
quella esogena.
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