lunedì 10 marzo 2014

CARLO FORMENTI : FELICI E SORVEGLIATI (da Micromega) con un commento introduttivo di FRANCO ASTENGO



CARLO FORMENTI : FELICI E SORVEGLIATI (da Micromega) con un commento introduttivo di FRANCO ASTENGO


Pubblichiamo di seguito l’articolo di Carlo Formenti giudicando il tema di grande interesse, in una fase in cui l’esercizio delle forme classiche della democrazia appaiono in forte crisi. Non si tratta, semplicemente, di un processo di “involuzione autoritaria” così come in passato avevamo definito determinati passaggi verso quelle pericolose forme dittatoriali consegnateci dalla storia nel lontano e nel più recente passato.

Si tratta, piuttosto, dello “svuotamento” delle istituzioni rappresentative con il concentramento del potere in luoghi occulti laddove la “politica” appare sostituita dalla “tecnica”: una “tecnica di governo” manipolata da élite nascoste alla vista e al giudizio delle grandi masse.

Gruppi di potere capaci di far valere la loro supremazia attraverso l’utilizzo dei mezzi di comunicazione, il controllo delle nuove tecnologie (in particolare il web), inventando sempre nuovi strumenti di dominio.

Il carcere ideale, sorvegliato dal mostro dei mille occhi, il “Panopticon” inventato da Jeremhy Bentham, citato nell’articolo, appare essere proprio il modello ideale di questo svuotamento della democrazia, ancor di più del “grande fratello” di orwelliana memoria.

Il modello ideale, quello del grande carcere, perché proprio la dimensione del carcere indica l’esistenza , precisa e insuperabile” dei “confini”: i confini del controllo assoluto che nessuno potrà mai superare.

Non siamo in grado di indicare soluzioni al profilarsi di questo stato di cose, anche se ne sentiamo il peso gravare su tutti noi ogni giorno, rendendo prima di tutto l’agire politico, che pure continuiamo a considerare indispensabile, esercizio vuoto di vana retorica soprattutto al riguardo delle condizioni materiali di vita di ciascuno.

Comprendiamo anche che può apparire inutile in queste condizioni reclamare “diritti”: un affastellamento di diritti garantiti, apparentemente, dalle “cosiddette autorità indipendenti” che stanno affermandosi, nella democrazie occidentali, come una forma successiva all’antica tripartizione dei poteri di Montesquieu : un’altra forma però che sfugge al controllo della pubblica opinione e delle capacità di rappresentatività politica delle grandi masse.

Eppure comprendiamo, proprio nel momento in cui ci rivolgiamo all’idea del controllo (ricordate il “qui custodies iposos custodies?”) come non possiamo sfuggire al tornare a reclamare l’idea della “politica” non solo come lotta per il potere, ma come sede dell’esercizio della rappresentanza, della capacità di prefigurare la società secondo le varie ideologie, le diverse prospettive sociali, le identità di classe alternative.

L’uomo, zoon politikon , non potrà che arrendersi alla “felicità dell’essere sorvegliati” cedendo addirittura l’appagamento della propria coscienza all’utilizzo dei “droni” che uccideranno per suo conto?.

Ostinatamente, da materialisti convinti e dall’idea che lo scontro per il potere rimane all’interno delle contraddizioni dello sfruttamento ci rifiutiamo di considerare questa possibilità: non vogliamo vivere dentro la prigione sorvegliata dal mostro dei mille occhi, continueremo a lottare non semplicemente per ottenere dei diritti ma per realizzare il completo riscatto sociale.

Si impone una riflessione di fondo che nulla trascuri.

Si impone una ricerca sulla “modernità”  e i suoi risvolti di esercizio del potere attraverso l’occultamento tecnologico.

Soprattutto, però, è necessario non arrenderci all’apparentemente ineludibile: la storia traccia solchi apparentemente non superabili, ma non ci vogliamo credere continuando, invece, a dare l’assalto al cielo.

Franco Astengo

Ecco l’articolo pubblicato sul sito di Micromega

Felici e sorvegliati

di Carlo Formenti

http://www.sinistrainrete.info/images/stories/nsa-sorveglianza.jpgLe preoccupazioni per l’uso intensivo dei media digitali come strumenti di sorveglianza pervasiva sono aumentate esponenzialmente dopo le rivelazioni della “gola profonda” Edward Snowden sulle pratiche di spionaggio messe in atto dai suoi ex datori di lavoro, la maggiore agenzia di sicurezza Usa, la NSA, ai danni dei cittadini americani e di tutti gli altri Paesi, nonché di capi di stato (anche alleati) e imprese pubbliche e private.

A mano a mano che Snowden rendeva noti nuovi documenti che denunciavano tali pratiche – intercettazioni di conversazioni telefoniche, email e quant’altro – i media sfoderavano gli immancabili riferimenti al romanzo 1984 di Orwell, o al Panopticon di Bentham, utilizzato da Michel Foucault come emblema di una modernità assurta a regno della sorveglianza e del controllo. Ora un libro a quattro mani di David Lyon e Zygmunt Bauman (si tratta di una conversazione a distanza, realizzata attraverso lo scambio di email) dal titolo “Sesto Potere. La sorveglianza nella modernità liquida” (Ed. Laterza) suggerisce una prospettiva diversa.

Lyon, da sempre attento analista dei problemi della sorveglianza, e Bauman, il filosofo che ha sostituito il concetto di “modernità liquida” alla categoria di postmodernità, ribaltano gli scenari orwelliani e foucaultiani di cui sopra ai quali contrappongono quattro tesi di fondo:


1) viviamo in un mondo post panottico in cui le nuove forme di controllo e sorveglianza assumono le caratteristiche tipiche del consumo e dell’intrattenimento;

2) i principali oggetti al centro dell’attenzione dei sistemi di sorveglianza non sono le persone in carne e ossa, bensì i loro “doppi” elettronici, cioè i dati che li riguardano;

3) ciò che più dobbiamo temere non è la fine della privacy e dell’anonimato bensì l’inquadramento in categorie in grado di determinare apriori il nostro futuro di consumatori e cittadini;

4) la costruzione di questa macchina infernale procede con la collaborazione spontanea, se non gioiosa, delle sue vittime. Proverò ora a illustrare le quattro tesi nell’ordine appena enunciato.


Il concetto di Panopticon, argomentano Lyon e Bauman, implicava la concentrazione dei soggetti sottoposti a sorveglianza in determinati luoghi – carceri, fabbriche, scuole, ospedali, ecc. – e sfruttava il “controllo delle anime” come strumento per cambiare comportamenti e motivazioni. Lo sguardo, temuto ma non visto e quindi presunto come costantemente presente, del controllore induce l’autodisciplina di lavoratori, prigionieri, pazienti e allievi che si adeguano alle aspettative del sistema di controllo per non subire sanzioni.

Queste modalità punitive di controllo, osservano gli autori, riguardano ormai esclusivamente le “zone ingestibili” della società come le prigioni e i campi profughi, sono cioè riservate agli esseri umani dichiarati “inutili” ed esclusi nel senso pieno e letterale della parola. Viceversa il nuovo potere globale – che Lyon e Bauman contrappongono al potere politico tradizionale, confinato nel locale – non si esercita erigendo barriere, recinzioni e confini che vengono anzi considerati come ostacoli da superare e aggirare; esso deve poter raggiungere tutti in modo da poterli valutare e giudicare uno per uno e, a tale scopo, si impegna affinché tutti siano motivati a esporsi volontariamente al suo sguardo, a cercarlo avidamente più che a sottrarvisi.

Passiamo alla seconda tesi. Qui Lyon e Bauman riprendono un tema che Stefano Rodotà ha già ampiamente sviscerato negli anni scorsi, analizzando il fenomeno del “doppio elettronico”. La costruzione di veri e propri “duplicati” delle persone è un processo costantemente in atto a partire dai frammenti di dati personali che ognuno di noi fornisce continuamente e quotidianamente al sistema di sorveglianza navigando in rete, usando la carta di credito, frequentando i social media, usando i motori di ricerca ecc.

Ciò di cui non siamo consapevoli è che questi frammenti di dati, estratti per scopi diversi, vengono poi remixati e utilizzati per altri scopi, sfuggendo completamente al nostro controllo (la sorveglianza tende così “a farsi liquida”, dice Bauman riproponendo la sua metafora favorita). Ma soprattutto ciò di cui non ci rendiamo sufficientemente conto è che questa informazione sganciata dal corpo finisce per esercitare un’influenza decisiva sulle nostre opportunità di vita e di lavoro. Il punto è infatti che i nostri duplicati divengono oggetto di analisi statistiche che servono a prevedere comportamenti futuri (Lyon e Bauman citano in merito il film “Minority Report”) e, sulla base di tali previsioni, a incasellarci in determinate categorie di consumatori appetibili o marginali e/o di cittadini buoni cattivi o “pericolosi”.

Siamo così alla terza tesi, la più inquietante, secondo cui la nuova sorveglianza si propone di selezionare le persone allo stesso modo in cui, nei campi di concentramento nazisti, si selezionava chi doveva essere eliminato subito e chi poteva ancora tornare utile. Oggi è sparita la violenza omicida, ma non il principio della classificazione come presupposto di un trattamento differenziale per le diverse categorie di consumatori e cittadini.

Il marketing ci valuta in base ai nostri “profili”, cioè ai nostri precedenti comportamenti di consumo; i sistemi di sicurezza non rivolgono più la loro attenzione ai singoli potenziali malfattori ma alle “categorie sospette” (vedi le disavventure delle persone di origine araba ai controlli negli aeroporti occidentali). Ecco perché la privacy non è più soltanto minacciata, ma diventa addirittura sospetta. Quante volte vi siete sentiti rispondere da qualcuno a cui ponevate il problema “che m’importa tanto non ho nulla da nascondere”? Come dire: se qualcuno tiene troppo alla propria invisibilità è automaticamente sospettato di avere commesso un crimine. Una mentalità che alimenta la tendenza alla delazione: per non essere classificati fra i sospettati, siamo infatti disposti a puntare il dito (o gli occhiali di Google) contro gli altri.

Infine la quarta tesi: esporsi alla sorveglianza è oggi divenuto un gesto spontaneo, se non addirittura gratificante. Se il sorvegliato del Panopticon era ossessionato dall’incubo di non essere mai solo, il nostro incubo è diventato quello di non essere notati da nessuno; quello che vogliamo è non sentirci mai soli. Addestrati dai reality show televisivi e dall’esibizionismo dei social media, i nativi digitali considerano l’esibizione pubblica del privato come una virtù, se non come un dovere; “diventiamo tutti, al tempo stesso, promotori di merci e le merci che promuoviamo”, siamo costantemente impegnati a trasformare noi stessi in una merce vendibile. La seduzione sostituisce la polizia come arma strategica del controllo e ciò non riguarda solo consumi e sicurezza, ma anche la nuova organizzazione del lavoro: i manager si liberano del fardello di gestire e controllare una forza lavoro che ormai si autocontrolla h24 (come le lumache, scrivono Lyon e Bauman, ci portiamo sempre dietro quei Panopticon personali che sono cellulari, smart phone e iPad).

In molti dei concetti del libro di Lyon e Bauman – e soprattutto in quest’ultima tesi della collaborazione volontaria delle vittime – ritrovo quanto io stesso scrivevo qualche anno fa (“Felici e sfruttati”, Ed. Egea). Tuttavia, pur condividendo questi argomenti, non posso fare a meno di provare un certo disagio, perché mi sembra che nell’analisi manchi qualcosa.

Nella loro critica all’idolatria della tecnica risuonano infatti echi dei discorsi di un autore come Jacques Ellul, discorsi in cui l’autonomia della tecnica e la sua capacità di “spersonalizzare” i sistemi di dominio e controllo vengono presentati come assoluti: “la guerra d’indipendenza delle scuri contro i boia, si legge in un passaggio del libro, ormai si è conclusa con la vittoria delle scuri, ormai sono le scuri a scegliere i fini, cioè le teste da tagliare”.

Qui il pensiero corre ai droni e alla loro capacità di “anestetizzare” il senso di colpa di chi li manovra (o, in futuro prossimo, di fare del tutto a meno di manovratori umani); ma per quanto inquietanti ci appaiano simili fenomeni, credo che non andrebbero mai dimenticati i fattori politici ed economici – leggi le relazioni di potere fra dominati e dominanti – che rendono possibili certi sviluppi tecnici e che, quindi, rappresentano l’unico terreno su cui si possa sperare di lottare per cambiare direzione. Altrimenti l’unica speranza di salvezza, come mi pare succeda nell’ultimo capitolo del libro, resta affidata alla fede (è il caso di Lyon) o a un’etica laica (è il caso di Bauman) che rinvia solo a sé stessa.

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