giovedì 27 marzo 2014

BATOSTA FRANCESE di Rossana Rossanda (da Sbilanciamoci)


Il Fronte nazionale di Le Pen non solo è diventato
– dove presente
– il primo partito ma ha respinto il Partito socialista, in testa alle presidenziali due anni fa, al terzo
posto. Rifletteranno le teste della Ue all'evidenza che l'Europa monetaria e rigorista riporta in vita
l'estrema destra per la prima volta nel secondo dopoguerra?



Speriamo che la solenne botta presa dai socialisti alle elezioni municipali in Francia cancelli gli insulsi sorrisi dai faccioni di Renzi e di Barroso, finora non sfiorati dal dubbio che la politica diausterità seguita dalla commissione avvantaggi le destre. E non le destre, per intenderci, alla
Monti, ma quelle estreme e fascistizzanti. Inutile riconoscere che tale è, e senza infingimenti,
l'ungherese Viktor Orban, cui è andata per sei mesi la presidenza europea, e lo sono anche le
forze che dovunque sfondano i residui bipolarismi tra una destra e una sinistra
"democratiche". Ultima, clamorosa, la Francia, dove domenica si è votato nei 36.000
comuni e il Fronte nazionale di Le Pen, antisemita, xenofobo e antieuropeo, non solo è diventato
– là dove era presente
– il primo partito ma ha respinto il Partito socialista, in testa alle presidenziali due anni fa, non al
secondo ma al terzo posto, mentre il Partito comunista e il fronte delle sinistre sono sovente
scivolate al quarto.
Era da prevedersi, quando la disoccupazione e il precariato toccano quattro milioni di francesi,
non molto diversamente dall'Italia. Da un paio di anni a questa parte
– quasi ogni giorno – una grande o media azienda francese delocalizza o chiude, e il governo
Hollande, che aveva vinto impegnandosi a lottare contro la finanza, non è stato in grado
difendere l’occupazione, né in genere l’azienda, neanche quando chiudeva o delocalizzava pur
dichiarando lauti guadagni; le maestranze uscivano dai reparti decise a lottare, trovavano la
solidarietà del sindaco se, come sovente, l’azienda colpita era anche la più importante dei molti
borghi di media urbanizzazione. Il risultato abituale era che in capo a tre settimane ci si doveva
contentare di negoziare i cosiddetti “piani sociali”, altri e perlopiù lontani impieghi o indennizzi,
con le condoglianze delle centrali sindacali e dei ministeri interessati. A tre giorni dalle elezioni
municipali, la settimana scorsa ha chiuso la Redoute, la più antica e nota impresa di confezioni
che da sola copriva una vasta percentuale dei consumi del ceto medio, trascinando in rovina
intere città industriali, erodendo le possibilità di acquisto della massa operaia e piccolo borghese.
Tutto visibile e prevedibile? Sì, salvo che per un governo socialista, simile al nostro Pd, cui i
trattati impongono di non intervenire per non turbare la libera concorrenza e che sperava di
cavarsela in imprese militari costose e difficili nell'ex impero coloniale francese, nel Mali e poi nel
Centro Africa. Mentre il presidente e il ministro degli esteri Fabius strepitavano per ricorrere alla
mano dura contro Putin in Crimea; come se il noto nazionalismo dell’esagono potesse far
dimenticare le condizioni di impoverimento crescente.
Ieri sera davanti ai risultati tutto lo staff socialista cadeva dalle nuvole mentre Marine Le Pen
sguazzava nel trionfo dell’ondata blu che portava il suo nome. Soddisfatta anche l’Ump di
Sarkozy, sicura che il governo avrebbe chiamato all'unità nazionale antifascista, legittimando il
voto alla destra repubblicana, come già al tempo della caduta di Jospin nelle presidenziali degli
anni Novanta. Rifletterà la Commissione europea? Rifletteranno le teste della Ue all'evidenza
che l'Europa monetaria e rigorista riporta in vita l'estrema destra per la prima volta nel secondo
dopoguerra? E che il Fronte nazionale diventa il primo partito popolare in Francia? Rifletteranno i
molti che in Italia osservano benevolmente Renzi e il gioco delle tre carte che consiste nel
mettere (forse) in busta paga di una fascia di bassi redditi quel che gli toglie in servizi pubblici e in
tasse locali?
Il Pd infatti segue la stessa strada di Hollande, e la sua flebile sinistra interna non appare in grado
di fargli cambiare rotta. E che dire della Cgil di Susanna Camusso che strepita dopo aver poco
prima votato con la Confindustria un accordo sulle relazioni industriali eccessivo anche per il
nostro malridotto vicino? E della Fiom di Landini che, isolata, spera anch'essa nel Matteo
nazionale?
Insomma, non resta che augurarci che la dura botta francese, difficilmente recuperabile al
secondo turno, funzioni da severa lezione contro gli eccessi di stoltezza degli ultimi vent'anni
d'Europa.






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