I protagonisti dell’accordo raggiunto ieri tra PD e Forza
Italia per la modifica della legge elettorale e il superamento del
bicameralismo paritario hanno raggiunto il massimo possibile della pur già
presente “incultura istituzionale”.
Non tanto e non solo per le questioni di carattere tecnico
riguardanti l’eventualità di un’elezione politica da svolgersi con due sistemi
elettorali difformi tra i due rami del parlamento (questo fatto in verità è
sempre avvenuto, come si vedrà meglio più avanti) ma con modalità ben
differenti – in ogni caso – da quelle che si dovrebbero realizzare
nell’eventualità in questione.
Soprattutto, però, ed essenzialmente per la giustificazione
addotta per questo tipo di scelta: ” intanto il Senato sarà abolito”.
In quale sede, se non quella privata di un accordo politico,
è stata decisa l’abolizione del Senato quale camera elettiva?
Chi detiene la disponibilità di quest’atto se non chi siede
nei due rami del Parlamento attuando le procedure dell’articolo 138 relativo
alle modifiche costituzionali?
Com’è possibile varare una modifica della legge elettorale
per un solo ramo del Parlamento valutando che l’altro ramo “sarà abolito”?
Già negli anni scorsi il livello di incultura istituzionale,
in ispecie rispetto al tema elettorale, dei nostri legislatori era apparso
macroscopico: adesso però si è passato il segno in una maniera molto più
evidente rispetto a qualche mese fa, quando si fece in modo che un gruppo di
elettori (meno del 10% dell’intero corpo elettorale) cadessero nella trappola
di credere di votare il segretario di un partito, non pensando di votare
direttamente il nuovo primo ministro (che alla fine ha raccolto circa il 4% di
voti dell’intero corpo elettorale).
La democrazia italiana è malata profondamente malata e
questo va segnalato senza alcun indugio.
E’ il caso, però, di cogliere l’occasione per risalire alle
fonti della costruzione del bicameralismo in Italia, almeno dalla Costituzione
del ’48 (in precedenza si ricorderà come il Senato fosse composto da senatori
nominati dal Re all’interno di determinate categorie di cittadini).
Tanto per fornire qualche doveroso riferimento storico deve
essere ricordato come, in premessa, il bicameralismo sia sorto in Inghilterra
attraverso un processo di separazione dell’antico Parlamento, che secondo
alcuni sarebbe già avvenuto nel 1332, secondo altri più tardi nel 1377 durante
il regno di Riccardo II.
Si formarono una camera “alta”, la camera dei Lord composta
di conti, vescovi, baroni e una camera “bassa”, la Camera dei Comuni, composta
da rappresentanti delle città, cavalieri, piccola nobiltà.
All’origine del bicameralismo vi era quindi la
differenziazione della rappresentanza di classi o ceti sociali diversi e l’idea
del “mixed governament”, cioè di un governo bilanciato tra principio
aristocratico e principio democratico.
Il monocameralismo in epoca moderna è concettualmente legato
al radicalismo democratico della rivoluzione francese, all’idea della sovranità
nazionale indivisibile la cui espressione non poteva essere affidata che a
un’unica Assemblea.
L’esempio classico del monocameralismo di ispirazione
giacobina è la Convenzione del 1793 (anche se è opportuno ricordare che già la
costituzione del 1791 prevedeva un’unica Camera, l’Assemblea Nazionale
legislativa).
Oggi i parlamenti monocamerali sono più numerosi di quelli
bicamerali, che costituiscono un po’ più di un terzo del totale.
Passando all’analisi del “caso italiano” è necessario
ricordare che quanto prescritto dalla nostra Costituzione in materia
parlamentare rappresenta comunque un’esperienza storica originale che coniuga
uno stato unitario (sia pure con un regionalismo che è stato accentuato dalla
riforma del 2001), una forma di governo parlamentare (del resto “tradita” più
volte negli ultimi anni, al punto che si è formato un corpus di “Costituzione
materiale” opposto a quello della “Costituzione formale”) e –appunto – il
cosiddetto “bicameralismo paritario”.
All’origine della formazione del bicameralismo italiano in
epoca repubblicana si situa comunque il compromesso raggiunto in sede di
Assemblea Costituente tra le sinistre che, seguendo la tradizione giacobina
espressa da Sieyès, erano per il monocameralismo, e democristiani e partiti
laici che volevano mantenere un sistema bicamerale anche se non erano riusciti
a trovare un’intesa su che cosa la seconda Camera dovesse rappresentare: le
categorie professionali (democristiani e liberali) o gli enti territoriali
substatali (la “Camera delle Regioni”, sostenuta dagli altri partiti laici).
In questo modo si pervenne alla soluzione del bicameralismo
paritario, differenziato sul piano strutturale dal diverso numero dei
componenti le Assemblee, una loro diversa durata (cinque anni per la Camera,
sei per il Senato: la durata in carica fu poi omologata a cinque anni con la
legge costituzionale n.2/1963), un aggancio del Senati alla rappresentanza del
decentramento territoriale attraverso l’elezione “su base regionale”, la
previsione di diverse leggi elettorali.
La Camera, infatti, sarebbe stata eletta con sistema
proporzionale (ordine del giorno Giolitti); il Senato con il sistema del
collegio uninominale (ordine del giorno Nitti). In realtà poi il sistema
elettorale del Senato previde un’altissima soglia (65%) per l’elezione diretta
nel collegio e di conseguenza il meccanismo elettivo fu, per la stragrande
maggioranza dei seggi da assegnare di tipo proporzionale, sia pure come già
scritto “su base regionale”.
Il metodo proporzionale di elezione per entrambe le Camere,
unito a un sistema di partiti molto connotati ideologicamente e fortemente
strutturati produsse così, per una lunga fase, un risultato omogeneo nelle due
assemblee, assorbendo anche gli effetti delle altre differenze strutturali.
In questo quadro il bicameralismo produsse, in sostanza,
risultati omogenei sul piano legislativo e una funzione del Senato come “camera
di riflessione” svolgendo così due compiti assolutamente importanti per il
funzionamento dell’intero sistema: quello del completamento del ruolo del
Parlamento come sede del dibattito politico di carattere generale (funzione
oggi dismessa per via dell’affanno nella ricerca della governabilità comunque)
e quindi delle diverse sensibilità politiche presenti nel Paese, evitando
altresì gli eccessi di concentrazione del potere in un’unica assemblea
(garantendo tra l’altro, attraverso l’applicazione dell’articolo 138 eccessi
nei disegni di modifica costituzionale).
Il manifestarsi, fin dalla metà degli anni’80, di una forte
crisi del sistema politico imperniato sui partiti produsse i primi tentativi di
riforma dell’ordinamento bicamerale.
La Commissione Bozzi (1985) propose un “bicameralismo
differenziato” nel senso dell’attribuire ala Camera una prevalenza nella
funzione legislativa e al Senato una prevalenza nell’esercizio della funzione
di controllo e riservando alle due Camere riunite in Assemblea Nazionale la
concessione e la revoca della fiducia.
La Commissione D’Alema (1997: ma qui erano già cambiate le
leggi elettorali e si era nella fase della ricerca di definire il sistema
politico italiano in senso bipolare) elaborò una variante più complessa di
“bicameralismo differenziato”: il Senato era escluso dalla concessione della
fiducia al governo, riservata alla Camera, e si caratterizzava come “Camera di
garanzia” con partecipazione alla funzione legislativa, dotato di altre
attribuzioni proprie ed esclusive e con una funzione di raccordo con le
Autonomie territoriali (era prevista , infatti, una sessione speciale del
Senato integrato da consiglieri comunali, provinciali e regionali per l’esame
di progetti di legge riguardanti gli Enti territoriali)
La riforma costituzionale elaborata dal centrodestra nella
XV legislatura, facendosi carico delle due grandi novità intercorse nel
frattempo relative all’accentuazione del regionalismo avvenuta attraverso la
modifica del titolo V della Costituzione nel 2001 e il mutamento della legge
elettorale in senso maggioritario, propose un “Senato federale” escluso dal
rapporto fiduciario e con una specializzazione nella legislazione riguardante le
competenze delle regioni e degli enti locali.
Il progetto presentava gravi incongruenze sia per quanto
riguardava la disciplina della funzione legislativa e la sua ripartizione tra
le due camere, sia per altri aspetti: in ogni caso il progetto fu bocciato dal
referendum popolare del 25 Giugno 2006.
La situazione del bicameralismo italiano si è poi
notevolmente aggravata in seguito all’approvazione della legge n.270 del 2005
che ha cambiato i sistemi elettorali di entrambe le Camere, prevedendo un
premio di maggioranza nazionale per la Camera dei Deputati e distinti premi di
maggioranza regionali al Senato.
Si è così rotta la simmetria delle leggi elettorali delle
due assemblee e la disomogeneità nella formazione delle maggioranze tra un ramo
e l’altro del Parlamento ha rappresentato un vero e proprio “tormentone” che ha
attraversato la XV, la XVI e la XVII legislatura: poi com’è ben noto chi ha pensato la Corte
Costituzionale, nel Dicembre 2013, a dichiarare illegittima la legge in
questione.
Si è aperto da lì il varco per la discussione della modifica
della legge elettorale: non certo per l’iniziativa estemporanea sfociata
nell’accordo Berlusconi/Renzi che minaccia comunque di provocare notevoli
disastri prima di tutto riducendo la possibilità degli elettori di esprimersi
(cancellate Senato, Province, Circoscrizioni, Europee con lo sbarramento al 4%,
Politiche con lo sbarramento all’8%, coalizioni forzate, cancellazione del
concetto stesso di rappresentanza politica, limitazione delle possibilità di
espressione democratica: tutto questo in sintesi).
Emergono per intero i temi della forma di governo e
dell’insieme del sistema della rappresentanza politica che non possono essere
affrontati , come sta avvenendo, in maniera pressapochistica pensando soltanto
agli interessi di propaganda degli interessanti proponenti (la “Tricamerale”
Renzi-Berlusconi – Alfano come ha titolato “Il Manifesto”).
Sarebbe necessario l’avvio di una profonda riflessione che
prendesse le mosse da valutazioni di carattere sistemico: purtroppo questa
“vorace” classe politica non appare disponibile a discorsi di questo tipo e la
tendenza prevalente sembra essere proprio quella di affrontare i nodi della
realtà politico – istituzionale con la scimitarra del “taglio della
democrazia”.
Semplicemente: è necessario trovare la forza per opporci a
questo pericoloso stato di cose.
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