venerdì 7 marzo 2014

FORMENTI/BIFO: LETTERA APERTA AI COMPAGNI DELLA SINISTRA RADICALE SULLE ELEZIONI EUROPEE

Dire che la Lista per Tsipras, così come viene configurandosi, rischia di essere un’ennesima occasione mancata per rilanciare una sinistra italiana degna di questo nome è un eufemismo.
Quello che si sta prospettando è una sorta di Ingroia2, o Arcobaleno3, affiancato da un’area neoliberale rappresentata dal “Partito dei Professori” di ALBA e da alcuni intellettuali (come Barbara Spinelli e Paolo Flores D’Arcais) che fanno capo a testate come Micromega e il Fatto Quotidiano.

Ma non si voleva arrivare appunto a una lista unitaria in grado di proiettarsi al di là delle vecchie coalizioni dei partitini della sinistra radicale?
Sì, ma l’idea era che questo progetto unitario conservasse chiari tratti di sinistra e incarnasse una forte scelta politica contro questa Europa, espressione antidemocratica degli interessi del capitale finanziario globale.

Di tutto questo non mi pare resti traccia alcuna, a partire dal simbolo, una sorta di tappo di bottiglia, da cui è stata espunta persino la parola sinistra (a scanso di ogni equivoco, caso mai qualcuno ancora nutrisse illusioni in merito) e nel quale l’unica connotazione ideologica è affidata al nome del leader (si sa, siamo in tempi di personalizzazione della politica) e al colore rosso dello sfondo sul quale il nome si staglia.
Ma ad apparire intollerabili sono soprattutto altri due fatti:
1) l’idea di Europa che emerge dal dibattito politico fra i promotori della lista;
2) la discussione sulle modalità di scelta dei candidati.

I primi segnali di un “sequestro” del dibattito su quale Europa vorremmo al posto di quella della BCE e della Troika, si sono avuti con la “discesa in campo” di Vendola e Sel, cui si sono affiancati, pur non appoggiando (almeno finora) esplicitamente la candidatura Tsipras, autorevoli esponenti della sinistra Pd, come Fassina e Civati che, in dialogo con la Spinelli e Gianni Alfonso, prospettano l’idea di una “terza via”, né mercatista né euroscettica.

Da qualche decennio (Blair docet) abbiamo sperimentato sulla nostra pelle dove portino le “terze vie”; nel caso in questione credo portino a far smarrire ai cittadini europei la consapevolezza che tanto le attuali istituzioni quanto l’attuale configurazione del sistema produttivo e finanziario europei sono irriformabili, e che, se si vogliono difendere gli interessi delle classi subalterne, questa Europa può solo essere distrutta per costruirne dal basso un’altra sulle sue ceneri.

Ma questi, si sa, sono pericolosi discorsi sovversivi, cui nessuno dei Professori che hanno preso saldamente in pugno le redini del progetto desidera lasciare spazio.

Quindi, per evitare falle nel dispositivo, occorre stabilire un ferreo controllo anche sulla scelta dei candidati, e qui veniamo al secondo punto.

Il testo (se ho ben capito redatto da Guido Viale per conto di ALBA) che fissa alcuni punti di principio in merito è un vero capolavoro di ipocrisia.
Dopo i soliti peana sulla democrazia dal basso e sul ruolo dei movimenti (che però non sono mai convocati a parlare in prima persona) si dice che vanno accuratamente evitate soluzioni assembleari, primarie e quant’altro perché “manipolabili” dai partitini (cioè i professori si arrogano il diritto di vegliare sulla democrazia perché non “divori se stessa?”).

Poi vengono fissati criteri rigorosamente antipartitici in onore al sentimento populista diffuso – tanto per far vedere che non si è da meno di 5Stelle – dove non è difficile capire che, quando si parla di non ricadere nel minoritarismo, il vero bersaglio sono le sinistre radicali e antagoniste più che l’idea di partito in sé. Quindi no a chi abbia ricoperto cariche istituzionali o ruoli politici all’interno di questo o quel partito. Unica eccezione i sindaci.
E perché mai?! Non siamo pieni di sindaci sotto inchiesta per collusione con la mafia, corruzione e quant’altro, esiste forse un solo motivo perché i sindaci debbano essere a priori considerati più affidabili degli altri politici (che non sia mera demagogia populista: sono più “vicini” agli elettori e consimili banalità).

E i criteri in positivo?
Quelli delle macchine elettorali che ormai mettono tutti d’accordo, in onore delle esigenze di spettacolarizzazione/ personalizzazione della politica: scegliere “nomi forti” che possano attrarre il maggior numero di voti possibile.

Proviamo a riassumere.
Chi c’è dentro questo progetto?
Un’alleanza fra Professori e intellettuali europeisti che è un curioso miscuglio di populismo di sinistra e riformismo socialdemocratico; i resti compressi e messi in un angolo dei partiti della sinistra radicale e un po’ di nouveaux philosophes postoperaisti felicemente avviati ad arruolarsi nel campo degli europeisti liberali di sinistra: Negri e Casarini (che per la verità non è philosophe né nouveau) hanno già dato il loro appoggio, e da poco si è aggiunto il mio vecchio amico Franco Bifo Berardi che, secondo quanto leggo in una mail che mi invita a sostenerne la candidatura, avrebbe accettato di impegnarsi solo dietro insistenze dei compagni e per “spirito di servizio” nei confronti dei movimenti (ho riso per mezz’ora leggendo quella formula da vecchio notabile Dc che sicuramente gli è stata indebitamente attribuita, nel senso che avrebbe potuto usarla solo per provocazione dadaista).

Una bella ammucchiata da far impallidire tutti i vecchi Arcobaleni e che, temo, avrà scarso appeal nei confronti degli elettori delle classi subalterne incazzati con l’Europa i quali, di fronte a questo pasticcio, saranno fortemente tentati di astenersi o di votare per Grillo.

A meno che i compagni dei movimenti trovino le energie per entrare con i piedi nel piatto dei professori e imporre candidature che siano riconoscibili non in quanto “nomi eccellenti” ma in quanto bandiere delle lotte.

1 commento:

fottiti ha detto...

Uno stralcio dell'articolo, da me condiviso, di Marco BASCETTA sul Manifesto di oggi:
[...] Nes­suno dotato di buon senso può infatti imma­gi­nare che i rap­porti di forza tra le oli­gar­chie finan­zia­rie e le popo­la­zioni del vec­chio con­ti­nente pos­sano essere modi­fi­cati per via par­la­men­tare (per di più trat­tan­dosi di un Par­la­mento, come quello euro­peo, sot­to­po­sto a rigidi vin­coli e povero di poteri reali). E, tut­ta­via, l’occasione elet­to­rale può rive­larsi un buon ter­reno sul quale comin­ciare a ela­bo­rare un pen­siero e un lin­guag­gio che sepa­rino defi­ni­ti­va­mente l’aspirazione alla tra­sfor­ma­zione dei rap­porti sociali dalla dimen­sione nazio­nale e dalle scle­ro­ti­che dina­mi­che poli­ti­che che vi si svol­gono. Tanto mag­giore sarà il valore della lista Tsi­pras quanto più riu­scirà ad essere «non ita­liana» e, per certi versi, «anti­ta­liana». E’ que­sto il solo vero anti­doto alla rie­di­zione degli «arco­ba­leni» e delle «rivo­lu­zioni civili» in cui si è ulti­ma­mente esi­bita, con scarso suc­cesso di pub­blico, la nostra com­me­dia dell’arte poli­tica. Uno strappo, insomma, nel tes­suto «mode­rato» e miope della poli­tica nostrana, for­zan­done riti, vin­coli e con­fini. Uno strappo che Mar­tin Schulz, ban­diera di par­titi lar­ga­mente com­pro­messi con il salasso libe­ri­sta del vec­chio con­ti­nente, non potrebbe in alcun modo rappresentare.Pen­sare la rico­stru­zione «sociale» e demo­cra­tica dell’Europa come una som­ma­to­ria di suc­cessi delle sini­stre nazio­nali (rie­su­mando il mito, che anche Syriza fatica troppo ad abban­do­nare, dell’«effetto domino»), è un punto di vista che con­trad­dice in pieno la dimen­sione glo­bale e inter­na­zio­na­li­sta nella quale la rivo­lu­zione sociale era stata pen­sata prima che lo sta­ta­li­smo e il nazio­na­li­smo le impo­nes­sero il loro guin­za­glio. Dopo le cata­strofi che ne sono con­se­guite è a quella dimen­sione che dovremmo cer­care di fare ritorno. Rileg­gendo in que­sta chiave la neces­sità dell’Unione euro­pea. Come una neces­sità tanto indi­pen­dente dall’ordine «indi­scu­ti­bile» dei mer­cati quanto avversa all’ordine disci­pli­nare degli stati-nazione che lo asse­conda anche quando fa mostra di denun­ciarne le pretese [...]

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