In ultima istanza si potrebbe affermare, proprio come
indicazione di fondo, che i dati in questo momento a disposizione indicano una
potenziale contesa per la maggioranza relativa tra PD e Movimento 5 Stelle:
La campagna elettorale in vista delle elezioni europee del
prossimo 25 Maggio è ormai ai blocchi di partenza e gli analisti stanno
cominciandone a esaminarne i principali aspetti, traendone anche indicazioni
sul possibile esito.
E’ comparsa in questi giorni, a livello dei 28 paesi
dell’Unione, un’indagine rivolta a comprendere gli orientamenti europeisti o
antieuropeisti (semplifichiamo per facilità di lettura) delle diverse opinioni
pubbliche.
Sono risultati esiti difformi che, però, hanno comunque
fornito l’idea di una divisione netta, dell’esistenza – proprio sotto l’aspetto
del rapporto con l’Unione Europea – di una vera e propria “frattura sociale”
che dovrebbe consentire ai soggetti politici dichiaratamente “anti” forti
margini di crescita elettorale, tanto è vero che ci si spinge a prevedere (o a
temere) una possibile maggioranza dei partiti anti-europeisti (populisti e
nazionalisti) nella composizione del prossimo Parlamento Europeo.
Partiti, quelli antieuropeisti, molto difformi tra loro, da
Paese e Paese, in gran parte su posizioni di destra o estrema destra (rari
quelli di sinistra, il più importante il KKE greco) con dimensioni molto
diverse: in grado di competere per la maggioranza nel proprio Paese ci sono
soltanto il Front National in Francia (accreditato del 25%) e il Movimento 5
Stelle Italiano (non certo assimilabile, come si vedrà meglio in seguito,
all’estrema destra). Poi altri soggetti in forte crescita potenzialmente oltre
il 10%.
Il nostro “focus” però è riservato all’Italia, partendo da
una domanda di fondo: contrariamente a quanto avvenuto in passato, allorquando
le elezioni europee erano considerate semplicemente una sorta di test a medio
termine delle elezioni politiche, il tema specificatamente “Europeo” risulterà
essere il vero oggetto del contendere della prossima campagna elettorale?
Tutti gli indicatori a disposizione e soprattutto l’analisi
delle origini relative al peso della crisi sulle condizioni materiali di vita
della gran parte dei settori sociali del nostro Paese farebbero propendere per
il “sì”, il tema europeo risulterà per questa volta decisivo. Purtuttavia non
possono essere trascurate le specificità del “caso italiano” e, di conseguenza,
il muoversi in questo senso da parte delle forze politiche ed anche, di
seguito, spostamenti nell’opinione di elettrici ed elettori.
Un punto di premessa, prima di entrare meglio nel merito
delle cifre che le rilevazioni fin qui effettuate hanno offerto alla nostra
capacità d’analisi: l’esito del quesito “Europa/Non Europa” riguarda coloro che
hanno già deciso di andare a votare il 25 Maggio.
Astenuti certi, potenziali e indecisi sul recarsi o meno
alle urne formano in questo momento un insieme che vale oltre il 50% degli
aventi diritto: fatto salvo che, in passato, proprio le elezioni europee
(assieme a quelle provinciali) si sono sempre dimostrate quelle meno
partecipate da parte dell’elettorato è facile arguire che si verificherà
un’ulteriore crescita nelle astensioni (ricordiamo che a Febbraio 2013, in
occasione delle elezioni politiche, depositarono un voto valido nell’urna circa
il 70% delle elettrici e degli elettori).
L’astensione dovrebbe così assumere un’importanza
determinante circa l’esito del voto, ma si tratterebbe – considerati i grandi
numeri – di un’astensione “in equilibrio” sostanziale tra le due grandi opzioni
di fondo, Europa e Non Europa, che dovrebbero rappresentare la priorità nelle
scelte, facendo così prevalere il voto d’opinione su quello di appartenenza
(una tendenza comunque già consolidata da tempo nel nostro Paese e
assolutamente esplosa nel 2013 con l’esprimersi di un altissimo tasso di
volatilità elettorale, mai dimostratosi in precedenza neppure nell’occasione
del radicale mutamento dell’offerta politica verificatosi nel 1994).
Entrando allora meglio nel merito delle cifre offerte dalla
valutazione in oggetto, si scopre che in Italia quanti sono già intenzionati ad
andare a votare il 25 Maggio, sulla “frattura Europa/non Europa (che si
accompagna direttamente anche a quella “Euro/Non Euro”) risultano esattamente divisi a metà: 50%
"per" da un parte e 50% contro dall’altra (comprese, ovviamente, le
rispettive sfumature circa la “parzialità” nell’opinione compresa nelle voci:
molto, abbastanza, ecc.).
Questo dato indica una forte potenzialità di sviluppo
elettorale per le forze dichiaratamente anti-europeiste e pone in campo un
elemento di difficoltà per quelle allineate alle politiche UE di questi anni e
anche, in particolare, a quanti si dichiarano “europeisti disobbedienti”.
In Italia, naturalmente, il sistema politico presenta
varianti significative rispetto al quadro europeo: nel nostro Paese, infatti,
le forze dichiaratamente antieuropeiste sono tre e tutte e tre molto diverse
tra loro dal punto di vista del profilo ideologico e dei riferimenti
socio-politici.
Troviamo, infatti, su di una posizione anti-europea il
Movimento 5 Stelle che non può essere definito come esclusivamente di “destra”
anche se l’esasperato populismo del suo leader lo ha portato a sfiorare
posizioni razziste (poi smentite dalla base del web, all’interno della quale
allignano certamente elementi provenienti dall’estrema sinistra magari in
contiguità con posizioni situazioniste e anche anarchicheggianti); i vecchi
inconcludenti parolai poltronisti della Lega Nord che pure mantengono una certa
quota di consenso “regionalista” alimentato comunque dal mito della secessione
e dall’altra parte della barricata, i nazionalisti di Fratelli d’Italia , eredi
più diretti della tradizione missina (almeno i meno inquinati dal processo di
democristianizzazione imposto, a suo tempo, dalla svolta di Fiuggi con la
trasformazione del MSI in AN, fino al disastro totale della confluenza nell’effimero
PDL).
Nella sostanza questi 3 soggetti: M5S, Lega Nord e Fratelli
d’Italia (indicati, appunto, come antieuropeisti da tutte le mappe compilate
dai più autorevoli soggetti di ricerca politica esistenti in Europa) hanno
raccolto, alle elezioni politiche del 2013 circa il 30% dei voti, oggi invece
si trovano, più o meno, di fronte disponibile un mercato elettorale che vale in
questo momento il 50%, in diretta contesa con tutte le altre forze che a
Febbraio 2013 si spartirono il 70%.
Sta qui il “nocciolo duro” della contesa elettorale del
prossimo 25 Maggio: stabilire se e quanto consenso i soggetti dichiaratamente
antieuropeisti riusciranno a strappare a tutti gli altri.
Quali saranno i soggetti più direttamente a rischio in
questa contesa?
Non a caso Renzi sta tentando di smarcare governo e PD dalla
stretta imposta dalle politiche recessive dell’Unione ( governo e partito,
infatti, risultano ormai strettamente intrecciati nella valutazione
dell’opinione pubblica in una posizione che può rivelarsi, insieme, vantaggiosa
ma anche molto pericolosa: non a caso il primo 27 nel quale i lavoratori
valuteranno se saranno arrivati gli 80 euro in busta paga si situerà
all’indomani e non in precedenza alla votazione europea) perché se il Partito
democratico si fosse presentato all’insegna dell’europeismo servilista dei
Napolitano, Monti, Letta una flessione netta sarebbe stata assicurata.
Eguale tentativo sta svolgendo Berlusconi (che tiene molto
alla sua candidatura, non semplicemente per ragioni di prestigio e “revanche”
di carattere personale che pure ci sono e corpose). Berlusconi vanta però, nel
campo, una tradizione molto più solida, sia sul piano dell’impalcatura
populista del suo agire politico sia rispetto allo specifico europeo, laddove
il suo livello di critica è sempre stato molto forte e anche per via delle sue
frequentazioni Oltralpe, con particolare riferimento a Putin: riferimento
importante nel momento in cui pare riaprirsi, a livello globale, un confronto
di tipo bipolare tra opposti imperialismi.
Particolarmente debole appare, peraltro, la posizione degli
“europeisti disobbedienti” valida, forse, per la stesura d’importanti articoli
di cultura politica ma difficile da far avanzare nel concreto delle
contraddizioni sociali, tanto più che i partiti che sostengono questa posizione
appaiono in secondo piano rispetto a un nucleo intellettuale molto presente nei
“media” e le cui divisioni si sono riflettute del tutto negativamente sulle
potenzialità dell’aggregazione italiana “Pro-Tsipras”. Partiti che, comunque,
sembrano proprio aver esaurito – nella loro forma attuale almeno – ogni
funzione storica, lasciando del tutto vuota la capacità di rappresentanza delle
contraddizioni sociali più rilevanti, quelle che richiederebbero una proposta
davvero di trasformazione radicale della società e della politica.
La grande incognita, dunque, è rappresentata dal quanto
varrà l’opzione antieuropeista rispetto ai fenomeni tipici di casa nostra.
In ultima istanza si potrebbe affermare, proprio come
indicazione di fondo, che i dati in questo momento a disposizione indicano una
potenziale contesa per la maggioranza relativa tra PD e Movimento 5 Stelle: se
il PD riuscirà, anche sulla base dei favorevoli sondaggi di popolarità per
Renzi (non mancheremo mai di far notare comunque gli enormi guasti provocati
dal fenomeno della personalizzazione della politica) a “smarcarsi” da un’identificazione
totale con l’europeismo di maniera portato avanti negli scorsi anni dai suoi
principali epigoni allora avrà chances di mantenere il primato relativo dei
voti; diversamente il Movimento 5 Stelle (anch’esso trascinato dalla forza
dell’istrionismo personalistico che avrà, in campagna elettorale, facilmente il
sopravvento sulle beghe interne al movimento) potrà diventare un ”competitor”
molto pericoloso.
In ultimo: massima diffidenza verso i sondaggisti di
professione. Come già nel 2013 sono partiti con uno schema prefissato, con il
PD in testa e il M5S sottovalutato, a favore della Lista Tsipras data a quote
assolutamente superiori alle potenzialità reali.
I voti veri smentirono lo schema adottato nel 2013, e
probabilmente la stessa cosa accadrà a Maggio 2014.
1 commento:
Al seminario della Fondazione Basso di Firenze nel gruppo di Lavoro di Walter Tocci uno dei Partecipanti citando una fonte ha detto che i costi delle campagne elettorali si sono decuplicati con il maggioritario e liste bloccate quando si diceva che che erano le preferenze la causa dei costi della politica e della corruzione. Se a maggioritario e liste bloccate ci aggiungiamo primarie senza regole possiamo dar credito all'aumento esponenziale dei costi e quindi della corruzione( anche se ritengo che nei costi di 65 miliardi si comprenda anche il maggiore costo delle opere e non solo le dazioni di denaro dal privato al pubblico). La situzione di corruzione istituzionale è peggio di quella privata, che come comportamento individuale può essere punità, ma se deve mantenere un sistema politico nel suo complesso e quindi è generalizzata e sistematica non può essere punita. Se uno spende 2 milioni di euro per una primaria e non si mette in tasca una lira è più pericoloso. Non mi pare un caso che non ci siano progetti per teintrodurre come reato il falso in bilancio. Sui costi impropri: con il civorzio Tesoro Banca d'Italia per renderla autonoma prima l Stato si faceva prestare al 1% che ritornava all'erario. Ora bisogna tivlgersi a sistema bancario finanziario, che gli stessi denari li ha prestati in questi annial meno al 4%, quindi un 3% annuo in più sul nostro debito pubblico nella torna all'erario. Credo che con questo 3/4% i costi della politica e della corruzione impallidirebbero . Felice Besostri
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