Nella pasticciata vicenda
dell’approvazione del Porcellum II° da parte della Camera dei Deputati, due
cose colpiscono: la fretta e l’ampia dose di protervia con la quale la faccenda
sta procedendo.
Stanno facendo uno scempio e,
essendone perfettamente coscienti, cercano di chiudere alla svelta la partita:
si bocciano così sbrigativamente i pur timidi emendamenti tendenti ad attutire (inutilmente)
qualcuna delle storture di un disegno che invece mi pare inemendabile, nella
sua genesi, nella sua concezione, e nei suoi fini. Alla salvaguardia del patto
tra Berlusconi e Renzi si sta così sacrificando, insieme alla funzione primaria
di un sistema elettorale (quella
di eleggere chi rappresenti i cittadini), anche la dignità di un Parlamento
ridotto alla pura ratifica, senza discussione, di quello che ad ogni effetto è una
sorta di patto di sindacato tra i leaders dei due maggiori partiti, del quale
non si conoscono le clausole riservate; e che, con tutta evidenza, investe
tutti gli aspetti del funzionamento della nostra democrazia.
Il
sistema elettorale è lo strumento primo del funzionamento di una democrazia; incautamente,
la nostra Costituzione, per tanti aspetti così precisa ed attenta non solo ai
grandi principi, ma anche alle forme ed ai meccanismi istituzionali, non ha
prefigurato un sistema elettorale piuttosto che un altro, non solo per le
difficoltà di trovare un accordo, ma anche perché era difficile per i
Costituenti immaginare a quale grado di inciviltà giuridica sarebbero arrivati a
spingersi i loro successori.
Ma,
a prescinder da ciò, alcuni principii restano chiaramente fissati: che l’Italia
sia una democrazia, che la sovranità appartenga al popolo, che tutti abbiano
parità di diritti, che tutti i cittadini maggiorenni sono parimenti elettori.
Sulla base di questi principii, irragionevolmente e troppo scopertamente
violati, la Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del
cosiddetto porcellum.
Nel modificare le norme che
regolano il sistema elettorale, delle quali la legge elettorale è parte, anche
se non si tratta di modifiche della Costituzione, un minimo di buon senso, un
minimo di decenza politica, un minimo di consapevolezza, avrebbero richiesto di
operare tenendo conto della particolare rilevanza della questione, e
soprattutto, di considerare i diritti dei cittadini, di tutti i cittadini, come
prevalenti su quelli di chi dovrebbe rappresentarli, e come impronta
incancellabile di quegli Organi che dovrebbero svolgere la funzione di rappresentanza.
Cosa che è invece palesemente contraddetta dalle liste corte e bloccate, dalle
soglie eccessivamente alte e differenziate, dall’assurdo meccanismo del premio
“di minoranza”.
A quanto sopra, da lunedì in
avanti, potrebbero aggiungersi ulteriori elementi di peggioramento, quale la
delega per la definizione dei nuovi collegi elettorali, che sarebbe auspicabile
venisse vincolata a criteri di omogeneità territoriale e socioeconomica,
prescindendo dalle opportunità e convenienze di questo o di quello, per evitare
di creare collegi simili ai “borghi putridi” precedenti i Reform Acts
britannici del 1832. E quale l’incivile salva Lega, che non verrebbe
certo reso più accettabile dall’eventuale baratto con un’inutile parità di
genere (tra nominati e nominate).
In
questa vicenda, pare che una larghissima parte di un Parlamento oramai avvezzo
al costume del rappresentarvi le consorterie che governano i partiti, anziché
gli elettori, e che a tutto anela fuorchè all’ipotesi di dover rimettere in
discussione le ancor troppo recenti nomine, abbia perso di vista quei criteri
di generalità, razionalità, ragionevolezza, che dovrebbero presiedere al varo
di una legge elettorale.
Criteri
ampiamente violati nel configurare:
· l’irragionevole
(esattamente come fu per il Porcellum) compressione della rappresentatività.
· l’irrazionale
ed antidemocratico criterio di favorire il governo di una “ampia” minoranza (ma
pur sempre minoranza).
· la
scarsa comprensibilità per il cittadino elettore di meccanismi astrusi quali le
soglie differenziate, che porterebbero all’accesso o meno alla rappresentanza a
prescindere dal risultato conseguito, e di conseguenza, la mancata percezione
da parte dei cittadini del rapporto tra il proprio voto ed il risultato
ottenuto.
· le infinite
possibilità di mettere in campo “liste civetta”, anche a carattere locale,
utili solo ai fini di “gonfiare” una coalizione.
· la
possibilità per i partiti-perno di una coalizione di stabilire chi e come ne
debba far parte.
· le
liste bloccate che, non trovando alcuna giustificazione dal punto di vista
della decantata governabilità, sottraggono ai cittadini un loro inalienabile
diritto ed assicurano ai vertici dei partiti una rappresentanza fatta di
yes-men e di yes-women (queste ultime volendo esser parimenti della partita).
Ma che invece trovano la loro vera motivazione nel consentire ai partiti-perno
di ciascuna coalizione la possibilità di offrire contentini in termini di
qualche seggio ai
partiti minori che, non presentandosi, dovrebbero confluirvi. Il che, peraltro,
spiega come diverse forze minori abbiano rinunciato ad insistere su questo
punto: col voto di preferenza, non vi sarebbero stati seggi garantiti per nessuno,
e men che mai per un partito minore che intendesse optare per questa scelta.
Il
tutto configura una mostruosità politica e costituzionale, nel ridimensionare e
render poco più che una formalità il
momento del voto, per fare invece della fase preelettorale (cioè quella delle
trattative tra partiti e cordate per gli apparentamenti, per le liste, per le
candidature), il vero momento-chiave di una fase elettorale.
Dal
tutto emana un forte odore di chiuso, di separatezza tra politica e cittadini,
considerati come sudditi da tenere il più possibile lontani dall’esercizio dei
loro diritti.
E,
francamente, mentre non c’è affatto da stupirsi del fatto che da parte della destra
si porti avanti un disegno congruente alle sue connotazioni antidemocratiche ed
illiberali, e neanche del fatto che un PD che da anni ha perso, tranne qualche
inutile balbettio, la capacità e la volontà di esser forza alternativa alla
destra, se non sul piano del potere, c’è invece non poco da stupirsi di come
ciò non sia stato adeguatamente compreso e sostenuto da quelle forze minori
che, se una funzione possono avere, è quella di rappresentare le loro posizioni
con rigore e senso critico, cercando almeno di tener viva un’idea di democrazia
che, tutto sommato, è quella che la nostra costituzione ci ha consegnato.
Con
rincrescimento, occorre constatare come da questa generale abdicazione non
abbia nettamente preso le distanze un partito come il PSI, che è nato e si è
formato in difesa dell’estensione e della generalizzazione dei diritti di tutti
i cittadini e della democrazia, e che da una battaglia determinata in difesa
della democrazia avrebbe solo da guadagnare; forse non subito, ma di certo in
prospettiva.
C’è
ora solo da augurarsi che, nel passaggio in quel Senato che si vorrebbe
cancellare, qualcosa cambi.
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