Le condizioni economico – sociali, il malgoverno, la
corruzione, l’arroganza e l’incompetenza della classe politica avrebbero dovuto
creare le condizioni perché nel nostro Paese si sollevasse un forte moto di
protesta capace di suscitare un vero conflitto sociale
Si tratta, nel caso, di una smentita dell’analisi empirica
di Tilly che individua il sorgere di movimenti collettivi nella constatazione
dell’esistenza di permanenti squilibri nella distribuzione del potere: ci
troviamo, infatti, da questo punto di vista in una situazione davvero di
assoluto squilibrio dal punto di vista politico e sociale. Il sindacato non
svolge più da tempo una funzione in questo senso, rinunciando addirittura alla
contrattazione collettiva in alcune categorie – chiave come il pubblico impiego,
non riuscendo a proclamare un compatto sciopero generale di fronte all’operazione
Fiat-Marchionne-Chrysler, cedendo ampi margini del proprio diritto di
rappresentanza; gli stessi movimenti ufficialmente anti-sistema si raccolgono
in partiti personali che fanno dell’emiciclo di Palazzo Madama l’epicentro
delle loro lotte destinando le piazze all’ascolto a bocca aperta del verbo del
Capo; altri movimenti, specificatamente consolidati su “single Issue” ma molto
combattivi in sede locale cedono candidature a soggetti che, verbalmente,
appoggiano le lotte sul territorio ma che nelle sedi istituzionali dove sono
presenti se ne guardano bene.
Poi un po’ dignitose frattaglie: non esiste nel nostro paese
(con la disoccupazione di fascia del 42%) un movimento giovanile degno di
questo nome, scuola e università latitano da questo punto di vista.
La ragione di fondo di questo stato cose, all’interno di una
società sfibrata dalla crisi e apparentemente non in grado di riacquisire un
senso collettivo della proprio dimensione sociale, è stata quella della
strumentalizzazione e della spettacolarizzazione del conflitto che si verifica
ormai da molti anni, se pensiamo alla deriva davvero drammatica di soggetti che
avevano avuto la pretesa di rappresentarlo, in particolare a livello giovanile,
senza mai riuscire però a produrre prima di tutto cultura alternativa: si pensi
ai centri sociali sede di allevamento per deputati di SeL, ai cosiddetti “disobbedienti
del Nord Est” assolutamente conformisti nelle scelte di fondo.
I movimenti sociali in Italia, nel loro complesso, hanno
smentito anche un’altra teoria, quella di Alain Touraine che definiva il
movimento sociale non come semplice espressione di una contraddizione, ma come
generatore del conflitto.
Neppure appare valida la definizione che fornisce Sofia
Ventura nell’apposita voce scritta per l’Enciclopedia del Pensiero Politico di
Galli ed Esposito: strumento della partecipazione politica.
Forse sta qui il punto se si vuol tentare un’analisi e non
semplicemente come pure è giusto descrivere uno stato di cose in atto: l’assenza
di una continuità di conflitto sociale in una situazione che pure lo
giustificherebbe più che ampiamente come quella italiana deriva essenzialmente
dall’impossibilità da parte della “parzialità” dei movimenti di rappresentare
anche strumento della partecipazione politica.
Se ci si limita infatti ad improprie ed improbabili
candidature elettorali il motivo è quello dell’impossibilità di un transito, di
una osmosi, di una ricerca di riferimento, di un interscambio tra il “mouvement”
e le soggettività politiche.
L’assenza di soggettività politiche in grado di fornire
interlocuzione, proposta, sintesi, rappresentanza, ed anche organizzazione
appare del tutto esiziale in questo senso: una “débâcle” storica cui contribuisce
la già citata, e apparentemente irreversibile, totale afasia dei sindacati
maggioritari.
Sta in questo punto la diversità della situazione nei Paesi
d’Europa già citati: in Francia, in Grecia, in Spagna, in Portogallo, pur con
contraddizioni stridenti e difficoltà molto importanti, questo “scambio” tra
movimenti e soggettività politiche è ancora possibile.
Naturalmente contribuisce a questo stato di cose il
tentativo in atto (forse il più importante che sta portando avanti la
controffensiva reazionaria in corso, accelerata dall’entrata in carica del
governo Renzi) di cancellazione del concetto stesso di “rappresentanza politica”
che, in Italia, assume un aspetto molto specifico riguardo alla realtà che, da
questo punto di vista, si era sviluppata attraverso l’applicazione del dettato
della Carta Costituzionale che oggi si pensa invece di cancellare, soprattutto
sotto quest’aspetto legittimando, alla fine, una sostanziale riduzione dei
margini di agibilità democratica attraverso il presidenzialismo e lo
svuotamento di funzioni, già in uno stadio molto avanzato, dei consessi
elettivi, dal Parlamento ai Consigli Comunali (abolendone anche tout court
qualcuno: Senato, Consigli Provinciali, consigli circoscrizionali, un bel po’ di
consigli comunali andando all’accorpamento delle situazioni più piccole e più
deboli, quelle che avrebbero maggior bisogno di rappresentanza politica).
Tutto questo processo, naturalmente scandito nel tempo e
sviluppatosi a tappe, ha avuto però, sul versante della sinistra italiana che è
quello che interessa in questa sede, un punto di svolta: la partecipazione di
Rifondazione Comunista al Genoa Social Forum, in occasione del G8 del 2001 a
Genova.
Sotto quest’aspetto le responsabilità del gruppo dirigente
di Rifondazione Comunista sono enormi: non tanto per il deficit di analisi
attraverso il quale si obliò la specificità del rapporto movimento/politica in
Europa per acconciarsi a modelli diversi in nome di una acritica subalternità
all’idea della globalizzazione dominante e non solo per l’aver privato,
oggettivamente e fin da quel punto, il movimento di quella possibilità di
essere strumento di partecipazione politica cui si è già accennato.
Soprattutto però la tragica responsabilità del gruppo
dirigente di Rifondazione Comunista è stato quello di coprire, attraverso una
mossa che oggi non può che essere giudicata di stampo meramente populista, una
operazione di governo che si sarebbe rivelata, attraverso una giusta
applicazione della legge del contrappasso, del tutto esiziale per la vita
stessa del partito.
Il sistema politico italiano è stato così privato, da una
operazione a tavolino, del giusto equilibrio fornito da una opposizione di
sinistra coerente sui valori e sui progetti di fondo (lasciando, tra l’altro,
spazio agli attuali cascami del “nuovo centro sinistra” e dell’antipolitica
attraverso i cui principi basilari si è formato prima il Movimento 5 Stelle e
adesso si sta formando la lista Tsipras) e i movimenti sociali di una
possibilità di rappresentanza vera e concreta.
Ci sarebbe da meditare a lungo, in ispecie quando si assiste
alla sofferenza quotidiana di milioni di persone tutto pare supinamente
accettato o ridotto a materia di chiacchiericcio televisivo.
Quanto l’apparire nel chiacchiericcio televisivo abbia poi
influito sulla situazione appena descritta potrà essere oggetto di analisi
successiva.
Per adesso punto e basta, con grande amarezza.
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