Oggi 30 Marzo compie 99 anni Pietro Ingrao, autorevole
esponente della sinistra comunista, protagonista della Resistenza, direttore
dell’Unità, Presidente della Camera, Presidente del Centro di Riforma dello
Stato, deciso oppositore della “svolta” che portò tra il 1989 e il 1991 allo
scioglimento del PCI.
Come ricorda oggi Aldo Garzia, in un articolo pubblicato dal
Manifesto: “Il nome di Ingrao, innovatore per eccellenza, conservatore solo
quando si trattò di sciogliere il PCI, è spesso legato all’analisi puntuale
delle trasformazioni del capitalismo italiano, alla sollecitazione della
democrazia partecipativa, allo studio sistematico del potere negli enti locali,
alla riforma delle istituzioni e – dagli anni ’80 – alla crisi degli Stati –
Nazione e all’affacciarsi sulla scena dell’Europa politica, come ipotesi”.
Più avanti, però, nello stesso articolo Garzia ricorda l’episodio
forse più significativo della vita politica di Ingrao, allorquando nel corso
dell’XI congresso del partito nel 1966 (il primo dopo la scomparsa di
Togliatti) mise in discussione le fondamenta del concetto del “centralismo
democratico”: “in quell’occasione Ingrao pose il problema del pluralismo
interno e della liceità del dissenso legandolo a un’altra lettura delle
modernizzazioni che attraversavano l’Italia: il suo intervento,
applauditissimo, è passato alla storia per quel “non mi avete convinto”,
contiene però una vera e propria analisi alternativa a quella imperante in
quegli anni nel Partito e andrebbe riletto in quella chiave”.
Nell’occasione
abbiamo ritenuto utile ripubblicare , partendo dalla premessa, alcune domande
dell’intervista rilasciata da Pietro Ingrao a Rossana Rossanda e pubblicata dal
Manifesto il 21 Febbraio 1990. Ci troviamo nella fase più acuta dello scontro
politico sulla proposta di Occhetto di scioglimento del PCI. Abbiamo scelto,
oltre all’introduzione generale scritta da Rossanda, due domande riguardanti
proprio il “cuore” di quella battaglia politica e delle valutazioni che lo
stesso Ingrao stava sviluppando sulle posizioni maggioritarie favorevoli allo
scioglimento.
Da “IL Manifesto” 21 Febbraio 1990
Stanco, ma come ringiovanito, da vero animale politico, per
il rientro in campo, Pietro Ingrao è pronto a rispondere a duemila domande, per
poi rifletterci, a dubitare, a correggere, a precisare.
Siamo a quattro mesi dalla caduta del Muro di Berlino e poco
dopo dalla scelta di Achille Occhetto di cambiare nome al partito.
Il PCI si avvia a un congresso, diviso in tre mozioni,
quella di Ingrao è la 2 e rifiuta sia il cambiamento proposto da Occhetto, sia
le sue implicazioni.
Parliamo mentre arrivano dalle federazioni gli ultimi dati
sulla percentuale ottenuta dalla mozione del “No”; “siamo al 34%, finiremo
circa a un terzo dei voti”.
E’ andata meglio del previsto, anche se vede con
preoccupazione la scarsa partecipazione al dibattito (“ e la nostra presenza ha
allontanato l’emorragia silenziosa).
La sua è una scommessa storica del tutto controcorrente,
quella di confermare – ancora un’eccezionalità del “caso italiano” – un’area
politica “comunista”.
E non per salvaguardare, come dice Bobbio, dell’utopia o uno
“spazio della speranza”; ma perché non crede che ci sia altro modo per guardare
in faccia, senza rimuoverla, la storia dei socialismi reali, di riaprire almeno
un punto di teoria utile per le contraddizioni “centrali” del capitale, ma soprattutto
di coniugare al presente, nel nuovo e in concreto, un far politica non formale.
Non sta salvando il passato e una memoria; è convinto che
per capire l’oggi e per starvi dentro occorre leggere da comunista lo
sconvolgimento in atto in Europa e proporre da comunista un intervento sulle
cose di casa nostra e del continente.
Non lo interessano gli spiccioli della politica.
Fuori dal mondo teme che resti il “suo” partito, tema una “arretratezza,
un provincialismo” nel valutare quel che sta accadendo, la tentazione di andare
a “gesti salvifici” e a perdere ancor di più il polso della società.
Non è nervoso, non è moralista, non sottovaluta l’importanza
delle domande che stanno al fondo di risposte che non condivide…
……..
Rossanda: Che cosa rimproveri di più alla linea della
maggioranza di Occhetto?
Ingrao: L’analisi arretrata e tutto sommato provinciale, sia
pure con interne differenze. Lo verifichi negli sconvolgenti processi dell’Est:
l’essenziale sembra, a questi compagni, cancellare la “macchia dell’abito” come
ci chiedono gli avversari. E’ quest’assillo che oscura l’aspetto decisivo, che
è capire perché avvengono, o cosa fare, in un’Europa, e non solo all’Est,
sconvolta dalle rivoluzioni a Berlino, a Mosca, a Baku. Anche prima di esse l’iniziativa
di Gorbaciov ci coglieva sempre impreparati. Guarda la questione tedesca, ma
nozione del “Sì” presentata il 20 Dicembre, dice “l’unificazione tedesca non è
all’ordine del giorno”. Non m’importa far le pulci a un testo: noto con
preoccupazione il ritardo di analisi e la conseguente debolezza delle proposte.
……..
Rossanda: c’è un punto nel quale la proposta di Occhetto mi
sembra andare incontro a un’opinione diffusa, incerta nella sua collocazione,
ma che non sopporta la degradazione del sistema politico, la sua corruzione e
inefficienza, l’affogare di ogni progetto in affarismo e scandalo. “Magari
poco, ma con efficacia e trasparenza” è una domanda autentica.
Ingrao: Sì e credo di capirla; ho lavorato per decenni sulle
istituzioni nel parlamento e fuori. Ben venga una richiesta di efficienza e di
pulizia dello Stato, Ma vedi, anche qui c’è un punto di analisi su cui sarebbe
utile confrontarsi. A una lettura del “blocco del sistema politico” tutta
interna all’analisi delle forze politiche io non credo. Non ci credo in
generale e nello specifico. In generale perché non credo a uno Stato che
starebbe “sopra” alla società come “caciocavallo appise” e nello specifico perché
in questi ultimi dieci anni il rapporto tra gli oligopoli finanziari e
industriali e gli apparati dello Stato si è rafforzato, e l’intreccio va ben
oltre il terreno delle politiche strettamente economiche come la finanza
pubblica e il fisco, Prendiamo l’informazione,
campo decisivo per la modernità: attraverso di essa si definiscono livelli di
consenso, immaginario collettivo, consumi, stili di vita. Finanza e industria
agiscono in questo campo per vie dirette (sostituendo momenti prima agiti da
altri soggetti religiosi, familiari, di Paese, ecc.) per vie statali
(condizionando le decisioni pubbliche, vedi lo stallo delle leggi anti-trust
malgrado i moniti della Corte Costituzionale) e attraverso il controllo del
ceto politico. O ci misuriamo su tutti e tre questi livelli di dominio e non
otterremo nulla. Come vincere lasciando muti e assenti milioni di utenti e
dispersi gli operatori del settore? Prendendosela con Berlusconi il cattivo, o
il cattivo Craxi che lo sostiene, senza mettere in campo attraverso le leggi anti-trust,
le forze che essi ledono? Un’iniziativa puramente “politica” è più fragile oggi
di ieri. Perché la tanto invocata riforma delle istituzioni sta crollando
miseramente? Non solo perché si procede a pezzi e bocconi, ma perché le
istituzioni né reggono, né cambiano senza soggetti e attori sociali. Lo stesso
vale per la strategia dei diritti: parliamoci chiaro, dare diritti ad alcuni
significa togliere poteri ad altri, l’operazione non è a somma zero.
…….
Rossanda: Tutta la tendenza della cosiddetta società civile
va verso la frammentazione. Perché subisce la crisi delle ideologie,
enfatizzata dall’attacco apparentemente anti-ideologico del neoliberismo
dominante, ma anche per buoni motivi per riprendere in mani senza deleghe un’iniziativa
concreta. Questo può spiegare l’attenzione a forme di aggregazione più limitate
di un partito, come i clubs di cui si parla.
Ingrao: I clubs sono ancora una cosa incerta. Fino a ieri,
per quel che ne so, alcuni di essi sembravano formati da gruppi d’intellettuali
che si candidavano a essere consiglieri del principe. Oggi, mi pare che da
parte di molti il discorso sia diverso. Si pensa a gruppi attivi in politica e
in società, protagonisti compartecipanti di una nuova, anche se indefinita,
formazione politica. Ma le identità sono molto diverse: c’è chi crede ancora in
quella forma di soggettività politica che è stata da noi il partito di massa,
rinnovato e chi la respinge in radice. La contraddizione sembra profonda. Ma
non la si risolve limitandosi a dire: basta con il comunismo. Nono solo perché il
movimento comunista in Italia non è un “cane morto”, e bastano a dimostrarlo le
cifre del congresso, ma perché il bisogno di trasformazione, di non
rassegnazione sta non solo nella testa dei compagni del “no” ma anche in molte
teste che hanno detto “sì” al segretario. E poi, che vuol dire: basta con i
fini che ci ponevamo in passato, condanniamoli, separiamoci? In politica l’essenziale
non è quel che si smette di essere, ma quel che si sarà domani, con tutti i
rischi e i dolori delle scelte.
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