Esattamente vent’anni, Marzo 1994, si svolsero le prime
elezioni legislative generali utilizzando il nuovo sistema misto maggioritario
al 75% e proporzionale (con sbarramento) al 25% e si registrò la vittoria di
Forza Italia, partito fondato da Silvio Berlusconi: un partito che, in quel
momento, vantava pochi mesi di vita.
Non si trattò di una sorpresa, bensì di un disastro
annunciato che tuttora prosegue nei suoi effetti, via, via, sempre più tragici.
Nel ricordare quell’avvenimento non si possono eludere, per
onestà intellettuale, due considerazioni di fondo:
1) Da
allora le condizioni complessive di vita delle grandi masse popolari sono
sensibilmente peggiorate (complice anche una particolare congiuntura
internazionale che deve essere ovviamente valutata, ma con una quota
rilevantissima di responsabilità di chi ha retto le fila del governo e della
politica in questo Paese). Il sistema politico è stato ridotto in una tale
condizione da risultare permeabile, come in questo momento si sta cercando di
fare attraverso il varo di una legge elettorale liberticida, a tentativi di
avventura autoritaria;
2) In
questi vent’anni hanno governato tutti, nessuno escluso, per periodi più o meno
lunghi ma alla fine equivalenti. Il centrodestra populista di Berlusconi ha
governato per sei mesi nel 1994, poi un’intera legislatura tra il 2001 e il
2006 e un altro pezzo di legislatura tra il 2008 e il 2011. Il centrosinistra
ha governato un’intera legislatura (cambiando tre presidenti del Consiglio) tra
il 1996 e il 2001 portando anche gli aerei militari italiani a bombardare la
Jugoslavia che stava andando a pezzi per allinearsi alla follia bellica degli
USA e della Nato e un altro pezzo di legislatura tra il 2006 e il 2008. Abbiamo
avuto, ancora, governi tecnici (Dini tra il 1995 e il 1996 sostenuto da un’inedita
combinazione PDS, Popolari, Lega Nord e Monti tra il 2011 e il 2013, sostenuto
dalle “larghe intese”) e governi dalle “larghe/piccole intese” come quello di
Letta tra il 2013 e il 2014 e di “piccole intese” come l’attuale appena entrato
in carica. Sulla poltrona di ministro si sono alternati tutti: dal “nero” della
destra sociale neo-fascista Alemanno, dal cultore delle memorie del ventennio
Ignazio La Russa, al comunista Diliberto andato a celebrare l’anniversario
della rivoluzione d’ottobre sulla Piazza Rossa a Mosca con Zyuganov fino al
demoproletario movimentista Ferrero, che forse non riuscì a portare nel suo
ministero né il Genoa Social Forum, né il “popolo di Seattle”.
Andiamo per ordine cercando comunque di sviluppare un’analisi
non tanto sui fatti che portarono all’esito elettorale di vent’anni fa, quanto
sulla vicenda complessiva della politica italiana in questa lunghissima fase
definita di “transizione” e non certo conclusa, vissuta dai più nella
confusione e nel veder via, via sparire le minime condizioni materiali di
convivenza sociale, di possibilità di utilizzo di diritti, di costruzione di un
domani dignitoso.
E’ evidente che una quota di responsabilità all’origine
debba essere assegnata alla vera e propria “svolta” che il governo Craxi, tra
il 1983 e il 1987, impresse alla situazione politica, sociale, economica dell’Italia:
non che, beninteso prima fossero rose e fiori o il “regno del bengodi”, ma tre
elementi specifici possono essere imputati a quel governo, in quel periodo: l’allineamento
sostanziale al meccanismo iper-liberista che in quel momento stava assumendo l’egemonia
a livello internazionale in coincidenza con la presidenza Reagan negli USA e
quella Tachter in Gran Bretagna. Da questo punto derivarono la dismissione dell’industria
pubblica in Italia, un deciso attacco ai diritti dei lavoratori, l’avvento dell’idea
della politica intesa esclusivamente come “governabilità”. Inoltre fu
alimentato a dismisura il deficit del bilancio pubblico, un fatto verificatosi
non certo per il consociativismo (che c’era) ma essenzialmente per l’enorme
giro di corruzione politica, poi messo in luce soltanto parzialmente da “Tangentopoli”:
Giro di corruzione politica, beninteso, assolutamente ancora in auge negli anni
successivi , alimentato anche dalla crescita esponenziale della disponibilità
di denaro verso i partiti e i gruppi politici a tutti i livelli, centrali e
periferici, e della costruzione di un vero e proprio “sistema” di benefici
fuori mercato per i protagonisti di una politica sempre più separata dalle
istanze concrete di vita dei cittadini. Senza dimenticare ancora ciò che
accadde durante il governo Craxi sul delicatissimo terreno della comunicazione
televisiva: un elemento del tutto decisivo per lo sviluppo delle vicende
successive.
Il governo Craxi (collegato al famigerato CAF e con interno
elementi connessi alla loggia P2: si ricordi la vicenda del segretario
socialdemocratico Pietro Longo, in quel governo Ministro del Bilancio) impresse
una fortissima accelerazione verso il disfacimento complessivo del sistema: un’accelerazione,
è bene ricordarlo, in linea con quanto contenuto proprio nel documento di “Rinascita
Nazionale” pubblicato nel 1975 da Licio Gelli, gran maestro della loggia
massonica segreta P2, alla quale – ricordiamo anche questo – risultò affiliato
lo stesso Silvio Berlusconi. Nel frattempo scivolava in basso anche il ruolo
dei sindacati, illusi si poter utilizzare il meccanismo della concertazione e
incapaci di tornare a presentarsi come i soggetti realmente portatori delle
istanze delle contraddizioni sociali di classe, che pure non si erano
certamente volatizzate (poi la crisi finanziaria avviatasi nel 2008 e la sua
gestione da parte delle centrali capitalistiche avrebbe confermato l’analisi di
fondo dell’acuirsi e non dell’allentarsi della contraddizione principale
fondata sullo sfruttamento).
Il secondo elemento che deve essere preso in considerazione
ai fini di questa ricostruzione storico – politica riguarda il disfacimento del
sistema dei partiti che, utilizzando il sistema elettorale proporzionale, aveva
retto il quadro politico italiano tra il 1946 e il 1992. E’ innegabile che
questo sistema dei partiti presentasse ormai un “deficit” di rappresentatività
politica e sociale: il mutamento delle “fratture” sulle quali si articolava il
sistema aveva dato origine a nuovi soggetti come la Lega Nord che aveva
approfittato delle difficoltà insorte alla DC a causa del processo di
secolarizzazione della società, avvenuto in particolare nelle “zone bianche” del
Nord e al rinvigorirsi della frattura “centro-periferia” alimentata da un
robusto processo migratorio e come i Verdi , eredi dell’antica “issue”
città/campagna, al momento trasformatasi nella vertenza tra industrialismo e
conservazione ecologica dell’ambiente che dava luogo a fortissimi conflitti
locali, mai sfociati però in una vera e propria “contraddizione” di dimensione
nazionale (si stavano allora lanciando i primi appelli sulla globalizzazione
della condizione ecologica del pianeta, pensiamo al documento del “Club di Roma”
o ai testi di James O’Connor o Barry Commoner, ma il dato culturale complessivo
era ancora lontano da far acquisire un punto di coscienza collettiva
sufficiente a trasformarlo in fatto politico consistente).
Al di là di tutto questo, però, il disfacimento del sistema
dei partiti in Italia ha un preciso punto d’origine: quello dello scioglimento
del PCI, la conclusione della cui storia lasciò infatti adito a tutte le
soluzioni, le più negative possibili.
Questo giudizio, molto preciso, deriva da una valutazione di
fondo: il PCI, sempre tenuto fuori dalle combinazioni di governo (ma non di
maggioranza) a causa della logica dei blocchi e della “conventio ad excludendum”
rappresentava, con la DC naturalmente, l’architrave del sistema e se ne arrivò allo
scioglimento, dopo due dure battaglie congressuali, senza arrivare a
determinare un indirizzo politico complessivo del soggetto che si andava
creando che non fosse quello, genericissimo, dello “sblocco del sistema
politico”. Ciò significava che, nel momento storico della caduta del muro di
Berlino, quello che era stato il più grande partito Comunista d’Occidente
mollava indiscriminatamente gli ormeggi, rinunciando addirittura a un approdo
di tipo socialdemocratico europeo e allineandosi sostanzialmente alle tesi
della “fine della storia” di Fukuyama e Huntington e alla piena affermazione
dei concetti “neo-liberali” in economia e della “governabilità” indiscriminata
in politica. Governabilità indiscriminata che si situa all’origine di quel
meccanismo di “individualismo competitivo” che rappresenta il solo elemento
fondativo di appartenenza all’attuale PD, del quale sono soggetto costitutivo “elezioni
primarie” vero elemento del disfacimento di una ipotesi comune di azione
politica e della formazione di componenti e cordate legate assieme
semplicemente dall’idea della spartizione del potere, al centro come in
periferia.
Lo scioglimento del PCI avvenuto in quei termini e reso
ancora più negativo dell’incapacità dimostrata dalla sinistra del partito che
si oppose ma che non riuscì ad elaborare una propria strategia politica d’alternativa
(rifugiandosi alla fine, in parzialissima parte, nel rivendicazionismo
movimentista esercitato da Rifondazione Comunista) ebbe riflessi fortissimi e
determinanti per l’intero sistema, proprio a partire dal concetto di “governabilità”
sulla base del quale si procedette, a colpi di referendum e di propaganda
elettorale assolutamente mistificatoria, alla modifica del sistema elettorale
in senso maggioritario. Pareva in quel momento la panacea di tutti i mali del
sistema che si andavano accumulando anche per via dell’esplosione di
Tangentopoli: in realtà si stava provocando un vero e proprio “vuoto” nel
rapporto tra politica e società spezzando il radicamento dei partiti, esaltando
la personalizzazione (si ritorni al punto del ruolo avuto dal governo Craxi nel
campo della comunicazione televisiva) e instillando il veleno del
presidenzialismo (a partire dall’elezione diretta dei Sindaci , dei Presidenti
di Provincia e poi dei Presidenti di Regione, incautamente definiti “governatori”).
Si costruiva così quel concetto di “Costituzione materiale” versus “Costituzione
formale, mentre andavano falliti due tentativi di modifica costituzionale
effettiva, con la Bicamerale del 1997 e il referendum confermativo del 2006 e
affermandosi soltanto la raffazzonata riforma del titolo V approvata a
maggioranza dal centrosinistra nel 2001, in chiusura di legislatura, la cui
unica cifra di teoria politica era quella di blandire le velleità
secessionistiche della Lega. Inoltre, nello stesso periodo, erano state
adottate le famigerate “leggi Bassanini” che, anziché semplificare i processi
burocratici hanno inferto un colpo micidiale nel rapporto
cittadini/politica/amministrazione.
Il terzo elemento di disfacimento del sistema fu quello, all’inizio
degli anni’90, dell’adesione totalmente acritica al trattato di Maastricht.
Il trattato di Maastricht segnò la definitiva affermazione
di un’Unione Europea fondata sull’economia liberista, sul monetarismo, sulla
finanziarizzazione fondata su di un governo sovra-nazionale saldamente in mano
ai governi nazionali più forti (attraverso il meccanismo Commissione/Consiglio)
e la marginalità assoluta del ruolo del Parlamento: in queste condizioni si
arrivò alla moneta unica, in nome della quale s’imposero alla classe operaia
sacrifici mostruosi (scala mobile, pensioni) pensando a uno sviluppo dell’economia
affatto diverso da quello che poi si sarebbe realizzato anche rispetto alla
presunta apertura dei mercati dell’Est e di fronte alla crisi dei subprime
innestati da una politica degli Stati Uniti basata sui due pilastri del debito
privato e della guerra come “esportazione della democrazia”.
Sulla base di questi fatti : il disfacimento del sistema dei
partiti dovuto essenzialmente al processo di scioglimento del PCI adottato a
seguito della caduta del Muro di Berlino, la corruzione imperante nel rapporto
politica /economia in Italia di cui porta la responsabilità primaria il governo
Craxi e l’adesione acritica al meccanismo monetarista imposto dal trattato di
Maastricht (in questo caso evidenti responsabilità soggettive dei “padri della
patria” Ciampi e Prodi, quest’ultimo già protagonista assoluto del processo di
dismissione industriale degli anni’80) si arrivò alla formazione di un vero e
proprio “vuoto politico”.
Vuoto politico che si pensò, appunto, di colmare
esclusivamente modificando la legge elettorale legislativa in senso
maggioritario.
Tutto ciò che quella modifica si prefiggeva non si realizzò:
né il bipolarismo, né la semplificazione del sistema (il numero dei partiti
aumentò vertiginosamente perché il sistema richiedeva alleanze larghissime), né
la governabilità (tra il 1996 e il 2001, ad esempio, il centrosinistra per
sopravvivere dovette ricorrere a una duplice scissione: sia al proprio interno
con la formazione del PdCI, sia all’esterno con l’approdo dal centrodestra di
quello che sarebbe poi stato il gruppo dell’UDEUR).
Restiamo però alle elezioni del 1994: il vuoto politico
generatosi con lo scioglimento dei soggetti componenti l’ex pentapartito
(DC,PSI,PSDI,PRI,PLI) fu colmato quasi interamente dalla “discesa in campo” di
Forza Italia e di Silvio Berlusconi.
Una “discesa in campo” sulla quale si è molto ragionato,
senza concluder nulla beninteso, in termini di “conflitto d’interessi” ma che
si evitò di fermare a quel momento applicando la legge sulle “concessioni di
Stato” del 1957 come invece aveva lucidamente indicato il professor Sartori.
Accadde, in quel marzo 1994, un fatto politicamente
singolare: i corifei del bipolarismo (Mario Segni in particolare) tentarono l’avventura
di un “terzo polo” centrista smentendo tutte le loro teorie e andando incontro a
un fallimento definitivo, la sinistra mise in campo la “gioiosa macchina da
guerra” dei Progressisti che, dopo tutte le lacerazioni imposte dallo
scioglimento del PCI, presentò al suo interno uno spettro di posizioni
politiche e di riferimenti sociali assolutamente inferiore a quelle che lo
stesso PCI era stato capace di mettere in campo, ad esempio, nel 1983
includendo nelle sue liste il PdUP e la Sinistra Indipendente, la neonata Forza
Italia, oltre alla forza mediatica del suo leader favorito – ovviamente- dalle
proprietà televisive, combinò un vero e proprio capolavoro di tattica politica
presentandosi in una doppia alleanza, al Nord con la Lega (partito della libertà)
e al Sud con i neofascisti del MSI che stava compiendo la loro “Bolognina”
trasformandosi in AN (partito del buon governo).
Si trattò di un trionfo annunciato e tale si realizzò nelle
urne: l’avvio di una disastrosa fase della vicenda politica italiana era
lanciato.
Il governo che uscì da quelle elezioni durò poco, principiò
l’eterno duello Magistratura/Berlusconi, ma il seme maligno era stato gettato
con la responsabilità di tutti gli esponenti di un sistema politico in crisi
che avrebbe generato la situazione di grandissima difficolta che avremmo, via,
via, vissuto negli anni successivi sul piano politico, economico e sociale.
Adesso ci troviamo sulla soglia di un processo di
rifeudalizzazione dell’agire politico, con tutti gli indici negativi alle
stelle (in particolare nel campo del lavoro), i corpi intermedi svuotati di
senso e di capacità politica, una società sfarinata e, in gran parte allo
sbando, una crescita esponenziale delle diseguaglianze sociali.
Un bilancio tragico, che non lascia spazio a un minimo d’ottimismo,
ma che vale la pena compilare ricercando le origini di questo stato di cose:
così, tanto per aiutare tutti a meditare.
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