Da “superpotenza” unico gendarme del mondo, a “superpotenze”
plurale per indicare il ritorno al bipolarismo “vero” sullo scenario globale:
questo potrebbe essere, allo stato attuale dei fatti, il bilancio della crisi
ucraina che, naturalmente, nelle prossime ore potrebbe riservare ancora
ulteriori sorprendenti e drammatici sviluppi.
La Russia ha così riassunto, com’era nell’aria da diverso
tempo, un ruolo “imperiale”, a dimostrazione del ripresentarsi dell’eterno
rincorrersi dei cicli nella storia, dopo decenni d’oblio, una lunga fase in cui
proprio gli USA avevano assunto il ruolo di solitario regolatore del traffico a
livello mondiale, si era ipotizzato uno “scontro di civiltà” verso l’Islam nel
post 11 Settembre e sembrava fossero apparsi nuovi attori sulla scena in grado
di condizionarne l’assetto complessivo: la Cina, l’India, il Brasile, insomma i
cosiddetti BRICS: tutto questo al di là del presentarsi sulla scena del
proliferarsi dell’armamento atomico e dello sviluppo avuto da quello chimico.
Tutto questo all’ombra di una crisi finanziaria globale che,
a questo punto, gli USA sembrano aver scaricato sugli alleati più deboli, in
particolare all’interno di una UE che non è assolutamente riuscita a decollare
come soggetto politico sulla scena mondiale e lo svilupparsi di una nuova
qualità del conflitto internazionale.
In particolare, proprio dopo il già ricordato attentato alle
Torri Gemelle di New York dell’11 settembre 2001, Washington aveva dichiarato
una “guerra globale” al terrorismo, che avrebbe portato agli eventi bellici in
Afghanistan e in Iraq, oltre ad una serie di altri fatti avvenuti in
particolare tra il 2010 e il 2011 e legati a una ripresa delle guerre coloniali
in Africa, destinate però al mutamento dei governi piuttosto che
all’acquisizione dei territori.
Proprio questa la novità che appariva all’orizzonte:
sembrava sparire la geopolitica e conquistare l’egemonia di una sorta di
“globalizzazione del potere”, di trasmissione del “pensiero unico” (o meglio, come è stata definita di
“esportazione della democrazia”).
La crisi ucraina sembra aver spostato il tutto in avanti, o
forse all’indietro, dentro ad una logica del conflitto misurato di nuovo sull’acquisizione del
territorio (l’obiettivo di Putin sembra proprio essere quello della
ricostituzione dei confini dell’antico Impero zarista, al punto che molti lo
giudicano l’erede diretto dei Romanov e non certo di Stalin o di Breznev) e non
sullo spostamento di pedine sullo scacchiere del potere locale.
Sospendendo il giudizio sul futuro prossimo appare però
interessante ricordare attraverso quali modalità si era sviluppato per circa
mezzo secolo, all’indomani della sconfitta del nazismo, il confronto diretto
tra le due superpotenze USA e URSS.
Per quasi mezzo secolo, dopo il 1945, il mondo ha temuto che
il sistema politico internazionale a base bipolare (con puntello atomico)
avrebbe potuto essere messo in discussione solo da una grande guerra generale
nucleare.
Quella stessa guerra che le due superpotenze USA e URSS
segretamente e quotidianamente preparavano.
Né la decolonizzazione dei grandi imperi coloniali europei
di Africa e d’Asia, né la conseguente apparizione di un movimento di stati non
allineati modificarono molto i termini della questione.
Il sistema politico della “guerra fredda” a livello militare
si fondava su due pilastri interconnessi:
1) La
previsione sul fronte principale europeo – sovietico un contradditorio sistema
di minaccia e contemporaneamente dissuasione del rischio bellico, sia pure in
un crescendo tecnologico e di distruttività (si pensi, ad esempio, alla vicenda
degli “euromissili”);
2) La
tolleranza di una serie assai ampia di conflitti limitati alla “periferia del
Terzo mondo”, oltre all’implicito “lasciapassare” all’interno delle rispettive
zone di influenza (Budapest e Praga per i sovietici, Panama, Grenada , Suez e
quant’altro per gli americani). Unici punti dissonanti davvero la crisi dei
missili a Cuba e la guerra del Vietnam, il cui esito risultò davvero foriero di
uno spostamento di equilibri, limitato ma reale.
Per quasi mezzo secolo, dunque le regole e lo spazio della
guerra e la sua grammatica furono queste.
I diversi scenari delineatisi nel post caduta del regime
sovietico si sono sostanzialmente rivelati illusori, anche perché sul terreno
il ruolo dell’Unione Europea – come è già stato ricordato – appare
complessivamente marginale al punto in cui, proprio al riguardo della crisi
ucraina, la Germania ha sentito di doversi richiamare all’intangibilità dei
confini degli stati sovrani richiamando, in sostanza, la logica del Trattato di
Westfalia, quando nel 1648 sorsero appunto gli Stati Nazionali nella forma
delle monarchie assolute.
Un quadro sicuramente in movimento, al riguardo del quale
appare davvero difficile formulare previsioni ma che richiama, comunque, la
necessità di riflettere sul passato: non per auspicarne un ritorno ma per
cercare di capire meglio presente e futuro.
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