mercoledì 12 febbraio 2014

MATTEO RENZI: A PALAZZO CHIGI COME UN D’ALEMA QUALSIASI? di Franco Astengo

La grande stagione della “rottamazione” pare aver generato, quale suo primo atto, una dinamica consueta sia nella cosiddetta Prima sia nell’ancor più cosiddetta Seconda Repubblica: il cambio in corsa del Presidente del Consiglio, senza passare per le elezioni.


I “boatos” che indicano la possibilità della sostituzione dell’inesistente Letta con il vociante Renzi appaiono, nel momento in cui si scrivono queste note, molto forti: può anche essere che non se ne faccia nulla, ma l’insistenza delle voci derivante dalle dichiarazioni dei protagonisti legittimano comunque il disegnare scenari futuribili nell’immediato periodo.

Lo sfondo però è quello consueto di quest’ultima fase della vita repubblicana, contraddistinta dall’intento relativo alla cancellazione del concetto e della pratica della rappresentatività politica: come già nel caso Monti e in quello successivo Letta si addiviene alla formazione di un governo attraverso una trama di Palazzo, con la formazione di maggioranze parlamentari diciamo così “anomale” composto da soggetti che erano stato “nominati” sulla base di istanze diverse e apparentemente contrapposte.

Proprio su questo elemento varrebbe la pena soffermarci: qui di contrapposto non c’è proprio più nulla, se non gli interessi personali e di cordata di questi improbabili personaggi.

Come del resto fu nella ricordata ascesa di Massimo D’Alema, sorretto dal soccorso parlamentare degli scissionisti Cossiga e Cossutta e protagonista, nel corso del suo mandato, dei “bombardamenti umanitari” su Belgrado e la Serbia: quest’ultimo, scanso equivoci, un ricordo incancellabile.

Non ci sono progetti politici, non ci sono alternative plausibili nei programmi, non c’è da una parte il liberismo più o meno ”iper” e dall’altra una qualche, sia pur larvata, forma- almeno – di keynesismo edulcorato: tutto avviene all’ombra dei diktat europei, con il grande timore del giudizio dei fantomatici “mercati” e della risalita dello ”spread”. Unica preoccupazione (?) del Presidente della Repubblica, grande facitore (come gli consente una sentenza della Corte Costituzionale) di “larghe intese”.

Perché saranno “larghe intese”, sia chiaro – al di là delle prese di posizione di facciata – quelle che potrebbero consentire al “labbro di Firenze” (ricordate come la verbosità di Cassius Clay lo avesse fatto appellare “il labbro di Louisville?) di ascendere al ruolo di primazia a Palazzo Chigi.

Un coacervo di contraddizioni, come quello del progetto di legge elettorale, che si sta sviluppando mentre i dati economico-sociali del Paese suscitano sempre più indignazione, anziché allarme: inutile riepilogare le percentuali della disoccupazione, degli indici di povertà, della corruzione, del disastro idrogeologico, della situazione della sanità, dei trasporti, dei servizi.

Questi disegni andrebbero contrastati a fondo, nelle piazze come nelle istituzioni: mai come in questi momenti appare drammatica la vicenda riguarda l’assenza di una seria opposizione di sinistra.

Mentre gli intellettuali di punta sono impegnati nella solita costruzione di una perdente lista elettorale vale la pena pensare al nostro patrimonio disperso: ma forse sarebbe il caso di pensarci riflettendo su come ripartire.

Si scrivono queste cose ben consapevoli del rischio di essere appellati come inguaribili ostinati.

Un rischio che, però, è necessario correre ed è ben poca cosa rispetto alla tragedia della quotidianità che si sta vivendo.

4 commenti:

Unknown ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Unknown ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Unknown ha detto...

Francamente d'Alema ha anche nei gravi errori (io ricordo soprattutto l'attacco alle pensioni) un ben altro rango rispetto all'ometto di Rignano

PERCHE' LA SINISTRA D'ALTERNATIVA RITORNI NEL PARLAMENTO ITALIANO ha detto...

D'accordo, altro rango e soprattutto altra classe. Il credersi però l'erede diretto di Togliatti (senza intermediari) e della linea dei Fronti Popolari ha esasperato la sua tendenza al tatticismo portandolo a commettere errori esiziali: al Governo il bombardamento dei Balcani (ricordato nell'intervento) al Partito l'appoggio a Occhetto nell'idea che quella fosse la strada per il superamento della conventio ad excludendum senza capire ( o volendo non capire) cosa significasse nel concreto lo scioglimento di un partito di massa come il PCI (pur con tutti i suoi difetti e già in declino) per l'intero sistema politico italiano. Agevolato però in questo errore dalla vacuità e dalle divisioni della mozione del no: da un lato Cossutta e il suo apparato vogliosi soltanto di prendersi la rivincita di tanti anni di emarginazione e dall'altra Ingrao, con l'analisi sbagliata del "gorgo".
Nulla a che vedere ovviamente con l'ometto Renzi. Grazie Franco Astengo

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