La grande stagione della “rottamazione” pare aver generato,
quale suo primo atto, una dinamica consueta sia nella cosiddetta Prima sia nell’ancor
più cosiddetta Seconda Repubblica: il cambio in corsa del Presidente del Consiglio,
senza passare per le elezioni.
I “boatos” che indicano la possibilità della sostituzione
dell’inesistente Letta con il vociante Renzi appaiono, nel momento in cui si
scrivono queste note, molto forti: può anche essere che non se ne faccia nulla,
ma l’insistenza delle voci derivante dalle dichiarazioni dei protagonisti
legittimano comunque il disegnare scenari futuribili nell’immediato periodo.
Lo sfondo però è quello consueto di quest’ultima fase della
vita repubblicana, contraddistinta dall’intento relativo alla cancellazione del
concetto e della pratica della rappresentatività politica: come già nel caso
Monti e in quello successivo Letta si addiviene alla formazione di un governo
attraverso una trama di Palazzo, con la formazione di maggioranze parlamentari
diciamo così “anomale” composto da soggetti che erano stato “nominati” sulla
base di istanze diverse e apparentemente contrapposte.
Proprio su questo elemento varrebbe la pena soffermarci: qui
di contrapposto non c’è proprio più nulla, se non gli interessi personali e di
cordata di questi improbabili personaggi.
Come del resto fu nella ricordata ascesa di Massimo D’Alema,
sorretto dal soccorso parlamentare degli scissionisti Cossiga e Cossutta e
protagonista, nel corso del suo mandato, dei “bombardamenti umanitari” su
Belgrado e la Serbia: quest’ultimo, scanso equivoci, un ricordo incancellabile.
Non ci sono progetti politici, non ci sono alternative
plausibili nei programmi, non c’è da una parte il liberismo più o meno ”iper” e
dall’altra una qualche, sia pur larvata, forma- almeno – di keynesismo
edulcorato: tutto avviene all’ombra dei diktat europei, con il grande timore
del giudizio dei fantomatici “mercati” e della risalita dello ”spread”. Unica
preoccupazione (?) del Presidente della Repubblica, grande facitore (come gli
consente una sentenza della Corte Costituzionale) di “larghe intese”.
Perché saranno “larghe intese”, sia chiaro – al di là delle
prese di posizione di facciata – quelle che potrebbero consentire al “labbro di
Firenze” (ricordate come la verbosità di Cassius Clay lo avesse fatto appellare
“il labbro di Louisville?) di ascendere al ruolo di primazia a Palazzo Chigi.
Un coacervo di contraddizioni, come quello del progetto di
legge elettorale, che si sta sviluppando mentre i dati economico-sociali del
Paese suscitano sempre più indignazione, anziché allarme: inutile riepilogare
le percentuali della disoccupazione, degli indici di povertà, della corruzione,
del disastro idrogeologico, della situazione della sanità, dei trasporti, dei
servizi.
Questi disegni andrebbero contrastati a fondo, nelle piazze
come nelle istituzioni: mai come in questi momenti appare drammatica la vicenda
riguarda l’assenza di una seria opposizione di sinistra.
Mentre gli intellettuali di punta sono impegnati nella
solita costruzione di una perdente lista elettorale vale la pena pensare al
nostro patrimonio disperso: ma forse sarebbe il caso di pensarci riflettendo su
come ripartire.
Si scrivono queste cose ben consapevoli del rischio di
essere appellati come inguaribili ostinati.
Un rischio che, però, è necessario correre ed è ben poca
cosa rispetto alla tragedia della quotidianità che si sta vivendo.
4 commenti:
Francamente d'Alema ha anche nei gravi errori (io ricordo soprattutto l'attacco alle pensioni) un ben altro rango rispetto all'ometto di Rignano
D'accordo, altro rango e soprattutto altra classe. Il credersi però l'erede diretto di Togliatti (senza intermediari) e della linea dei Fronti Popolari ha esasperato la sua tendenza al tatticismo portandolo a commettere errori esiziali: al Governo il bombardamento dei Balcani (ricordato nell'intervento) al Partito l'appoggio a Occhetto nell'idea che quella fosse la strada per il superamento della conventio ad excludendum senza capire ( o volendo non capire) cosa significasse nel concreto lo scioglimento di un partito di massa come il PCI (pur con tutti i suoi difetti e già in declino) per l'intero sistema politico italiano. Agevolato però in questo errore dalla vacuità e dalle divisioni della mozione del no: da un lato Cossutta e il suo apparato vogliosi soltanto di prendersi la rivincita di tanti anni di emarginazione e dall'altra Ingrao, con l'analisi sbagliata del "gorgo".
Nulla a che vedere ovviamente con l'ometto Renzi. Grazie Franco Astengo
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