E’ necessario una contestazione radicale al progetto di
accordo sulla legge elettorale siglato da Renzi e Berlusconi .
Organizzato da Anpi, Istituto Storico della Resistenza, Laboratorio Politico della Sinistra d’Alternativa si è svolto l’8 Febbraio 2014 nella sala del Consiglio Comunale di Savona il convegno “Democrazia, Costituzione, Legge Elettorale”. Ha coordinato i lavori SAMUELE RAGO, Presidente provinciale dell’ANPI di Savona e hanno svolto le due relazioni introduttive FRANCO ASTENGO E FELICE BESOSTRI.
Il convegno, promosso allo scopo di discutere e riflettere
sulla dinamica riguardante la legge elettorale, dopo la bocciatura del
Porcellum in sede di Corte Costituzionale sede nella quale FELICE BESOSTRI ha sostenuto la causa avverso la legge
elettorale ottenendo un pieno successo e il varo del progetto di legge
Renzi/Berlusconi.
Nel corso del dibattito gli intervenuti non si sono però
limitati ad analizzare le vicende riguardanti la legge elettorale, ma hanno
approfondito i temi politici generali, la questione del rapporto con l’Europa e
le elezioni europee e il problema del degrado di cultura politica che si sta
evidenziando con grande forza nel nostro Paese in parallelo con la perdita di
ruolo, funzioni e prestigio del Parlamento.
Hanno preso la parola: LUIGI FASCE, MIMMO FILIPPI, VITO D’AMBROSIO,
VITO BRUNETTI
Di seguito pubblichiamo la sintesi delle relazioni svolte da
FELICE BESOSTRI e FRANCO ASTENGO
FELICE BESOSTRI :
“LA POLITICA E’ SERIETA’ E SI COSTRUISCE CON ANNI DI IMPEGNO”
“LA POLITICA E’ SERIETA’ E SI COSTRUISCE CON ANNI DI IMPEGNO”
La situazione appare davvero molto difficile e, per questo
motivo, occorre subito sfatare certe mistificazioni che circolano in giro
compiendo, prima di tutto, un’operazione di verità.
Non è vero che non c’è la legge elettorale: la sentenza
della Corte Costituzionale ha bocciato il premio di maggioranza e le liste
bloccate, lasciando però in piedi l’impianto complessivo della legge del 2005
e, quindi, se del caso è possibile votare subito con un sistema pienamente
legittimato.
Deve essere chiaro che, pur con gli artifizi fin qui
utilizzati la governabilità non si è
avuta: non è riuscito nell’impresa neppure il PDL nel 2008, quando ebbe una
maggioranza addirittura superiore a quella della DC nel 1948.
Non è vero neppure che l’eventuale ingovernabilità è stata
dovuta, come si intende affermare adesso, dal ricatto dei partitini: piuttosto
dalle beghe interne ai partiti più grandi, come nel caso della scissione di
Fini oppure – dalla parte del PD – dal caso dei “franchi tiratori”, i famosi
101 che hanno affossato la candidatura di Prodi alla Presidenza della
Repubblica, rendendo così obbligata la conferma di Napolitano.
Piuttosto a regolare efficacemente la vita democratica del
Paese manca l’applicazione dell’art.49 della Costituzione in modo da costringere
tutti i partiti a un esercizio veramente democratico della loro vita interna.
Un altro punto sul quale si sta sviluppando una vera e
propria mistificazione da parte dei mezzi di comunicazione di massa è quello
riguardante il progetto di legge elettorale sortito dall’accordo
Renzi/Berlusconi che viene definito come “proporzionale” con premio di “maggioranza”.
Occorre fare chiarezza se il premio è di “maggioranza”
significa che il sistema appartiene alla famiglia del “maggioritario”.
Nel sistema maggioritario, però, non si dovrebbe poter
truccare le elezioni come avviene invece nel nostro caso: non certo con schede
votate falsamente, ma riproponendo le liste bloccate e ignorando, a questo
modo, i paletti posti dalla sentenza della Corte Costituzionale.
Altri temi meritano l’attenzione e si collocano sulla linea
della mistificazione: l’accesso alle pluricandidature, ad esempio, attraverso l’utilizzo
delle quali si condiziona ulteriormente l’esito elettorale, dal punto di vista
della scelta degli eletti e la redistribuzione sul territorio del premio di
maggioranza, con l’effetto che sono eletti candidati che non avrebbero dovuto
esserlo.
Inoltre è violato, ancora una volta l’articolo 48 della
Costituzione che stabilisce come debba esserci un rapporto tra elettori ed
eletti che in questo modo viene totalmente a mancare.
In queste condizioni il sistema proposto più che “Italicum”
sarebbe da chiamare “Unicum” perché davvero unico nel panorama delle democrazie
consolidate.
Non esiste neppure un sistema di pesi e contrappesi dei
poteri, come ad esempio negli USA e in Francia, e si verifica sostanzialmente
una “automaticità della maggioranza”.
Inoltre non sono stati previsti casi che, paradossalmente
potrebbero pure accadere, attraverso la previsione dello sbarramento del 4,5%
delle liste coalizzate: nel caso di mancato raggiungimento del quorum da parte
di alcune di queste liste l’elettore che le avesse votate finirebbe con l’aver
eletto candidati presenti in altre liste. Ma ci sono ancora casi più eclatanti
che potrebbero essere denunciati al punto che si può affermare che al ridicolo
non c’è mai fine.
Del resto ci troviamo, praticamente, in una situazione di
risultati elettorali scritti in precedenza all’esito del voto: una causa non
secondaria della crescita dell’astensionismo.
Gli effetti istituzionali di questo stato di cose sono ben
evidenti: prima di tutto una secca
perdita di prestigio da parte del Parlamento; una mancanza di rispetto del
lavoro delle Commissioni che avrebbero dovuto occuparsi della materia e sono
state scavalcate dall’accordo ancora in precedenza alla chiusura della loro
sessione di lavoro.
Un sicuro effetto dello svilimento del ruolo del Parlamento
si è avuto con lo svolgimento di ruolo da parte del Presidente della Repubblica
ben oltre i limiti dettati dalla Costituzione.
Adesso, con questo
progetto, il rischio è quello di delegittimare anche la Corte Costituzionale
scrivendo una legge che farebbe carta straccia dei dettati stabiliti nella
sentenza che ha dichiarato illegittimo il “Porcellum”.
Esiste, inoltre, un evidente problema riguardante la
trasformazione del Senato: se si realizza bene, altrimenti cade tutto interno
il pacchetto della riforma elettorale
Ci troviamo al limite della democrazia anche quando si tende
a imporre forzatamente un modello bipolare, quando è evidente che siamo di
fronte da un quadro almeno tripolare, non recedibile sicuramente nel breve
periodo.
Uno scenario possibile potrebbe essere quello della non
realizzazione della riforma e di conseguenza della contemporaneità del voto in
primavera tra elezioni politiche ed elezioni europee.
Si tratterebbe di un caso di grande diminuzione di
importanza tra elezioni nazionali ed elezioni europee, da sempre considerate di
Serie B , in un momento in cui il quadro europeo assume, invece, un’importanza
del tutto determinante al fine di affrontare le gravissime problematiche
economico-sociali sul tappeto.
Inoltre le elezioni europee potrebbero essere un’occasione
di rilancio di Berlusconi, perché il meccanismo di ricorso all’incandidabilità
e diverso tra elezioni nazionali (il ricorso si può rivolgere soltanto alla
Giunta delle elezioni, e quindi a elezioni già avvenute) ed elezioni europee,
dove si può ricorrere al TAR del Lazio, sezione 2-a, che potrebbe concedere
una sospensiva in attesa del giudizio di costituzionalità della cosiddetta “Legge
Severino”.
Il punto di fondo rimane però quello della mistificazione e
dell’assenza di obiettività da parte della gran parte dei mezzi di
comunicazione massa.
Siamo però decisi a non rinunciare alla nostra battaglia:
sulla legge europea, al riguardo dello
sbarramento al 4%, abbiamo già presentato ricorso in 6 tribunali.
E’ necessario una contestazione radicale al progetto di
accordo sulla legge elettorale siglato da Renzi e Berlusconi .
La sinistra deve superare antiche divisioni, stipulando un
patto che riconosca la Costituzione come vero e proprio programma comune.
LA RELAZIONE DI FRANCO ASTENGO:
”COSTITUZIONE E PARLAMENTO SPECCHIO DEL PAESE”
”COSTITUZIONE E PARLAMENTO SPECCHIO DEL PAESE”
Il quadro politico italiano è stato contraddistinto, per un
lungo periodo, da un sistema pluripartitico di tipo classico, imperniato su di
un sistema elettorale di tipo proporzionale corretto da uno sbarramento
derivante dal conseguimento di un quoziente pieno in almeno un collegio (nei
collegi elettorali più grandi, Milano, Torino, Roma, Napoli, le percentuali
necessarie per ottenere questo risultato oscillavano tra l’1,5% e il 2%) e i
300.000 voti su tutto il territorio nazionale.
A partire dal 1946 nel parlamento italiano fino alle
elezioni del 1994, quando venne utilizzato per la prima volta un sistema
elettorale misto maggioritario al 75% e proporzionale al 25% è sempre stato
presente un numero di partiti oscillanti da nove a tredici.
Questa molteplicità di formazioni politiche si svilupparono,
in gran parte, ricollegandosi alla tradizione prefascista.
I comunisti e i socialisti ricostruirono le loro
organizzazioni sulla base delle strutture utilizzate nella lotta clandestina
contro il fascismo; la Dc assorbì l’eredità del Partito Popolare fondato da Don
Sturzo nel 1919.
Comparvero però anche nuove formazioni politiche. Gruppi
antifascisti borghesi d’ispirazione repubblicana diedero vita al Partito
d’Azione, mentre nel Sud comparve il partito della Democrazia del Lavoro,
costituito da notabili conservatori.
Nel settembre del 1943 i sei partiti, compreso quindi quello
liberale, diedero vita al Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) con lo scopo
di liberare definitivamente il paese dal fascismo.
I partiti sopravvissuti alla lotta di Resistenza, ripresero
dalle formazioni di cui avevano ereditato non solo le idee, ma anche le
organizzazioni assunsero una funzione di predominio all’interno del sistema,
mentre i partiti nuovi si sciolsero prima ancora che i loro programmi avessero
potuto acquisire una qualche importanza (anche se dal Partito d’Azione uscirono
comunque idee e personalità che animarono e incisero profondamente nell’area
laico – socialista anche nel prosieguo della vita della Repubblica).
Già nelle elezioni per l’Assemblea Costituente, svoltesi
contemporaneamente al referendum istituzionale che segnò il passaggio dalla
monarchia alla repubblica, si delineò la tendenza di fondo del sistema, dal punto
di vista elettorale. I voti alle forze politiche si erano concentrati
soprattutto su due poli: da una parte comunisti e socialisti ottennero
rispettivamente il 19 e il 20%, e dall’altra la DC con il 35,1%.
La legge elettorale proporzionale con la quale si era votato
per l’elezione dell’Assemblea Costituente fu confermato, salvo la ripartizione
dei resti nel CUN, per l’elezione della Camera dei Deputati, mentre per il Senato
fu adottato un sistema in prima battuta maggioritario ma attraverso il
raggiungimento di una soglia molto alta per l’elezione diretta nel collegio
(65%) tale da rendere, di fatto, l’elezione di tipo proporzionale.
Fu varata la Costituzione, nonostante si verificassero due
fatti di grande importanza sul piano politico: la scissione del PSI con la
formazione di un partito socialdemocratico inizialmente denominato PSLI (poi
PSDI), soprattutto, nel maggio del 1947 la rottura del governo di solidarietà
nazionale con l’esclusione di comunisti e socialisti.
Le prime elezioni per il Parlamento Nazionale si tennero il
18 Aprile del 1948 e la DC ottenne ma maggioranza assoluta dei seggi con il
48,5% dei voti mentre il Fronte Popolare, composto da comunisti, socialisti e
indipendenti di sinistra si fermò al 31,5%.
Nel corso della I legislatura però il consenso verso il
governo imperniato sulla DC e comprendente anche liberali, socialdemocratici e
repubblicani parve diminuire fortemente,
così com’era indicato anche dall’esito delle elezioni amministrative del 1951
-52.
La DC tentò allora di consolidare la posizione del Governo riformando
la legge elettorale in senso maggioritario.
Si prevedeva, in quel caso, a differenza di oggi, un vero
premio di maggioranza da attribuirsi alla patto che avesse superato il 50% dei
suffragi, attribuendo a essa il 65% dei seggi.
Le polemiche in parlamento e nel paese furono fortissime e
le sinistre appellarono quel tentativo come “legge truffa”: alla fine, per
40.000 voti, il premio di maggioranza non fu assegnato e si tornò al sistema
proporzionale quale quello descritto all’inizio.
Un sistema che resse lo svilupparsi della tumultuosa vita
democratica della Repubblica anche nel corso delle varie crisi succedutesi nel
tempo: dal tentativo di formare un governo da parte della DC con la destra
neofascista del MSI respinto con i moti di piazza del Luglio ’60; alla
travagliata apertura ai socialisti con la formazione del centrosinistra nel
1963 (allorquando gli stessi socialisti subirono una nuova scissione, questa
volta “da sinistra” con la formazione dello PSIUP, contrario all’ingresso nel
governo) e, qualche mese dopo, al tentativo di colpo di stato del cosiddetto
“Piano Solo”, fino al fallimento dell’unificazione socialista, alla crescita
elettorale del PCI a metà degli anni’70, alla fase di solidarietà nazionale tra
il 1976 e il 1978 nella fase del terrorismo segnata dalla tragedia del
rapimento Moro., alla formazione, all’inizio degli anni ’80, dei governi di
pentapartito (DC, PSI, PSDI, PRI, PLI) e alla cessione del ruolo di presidente
del Consiglio da parte della Democrazia Cristiana prima al repubblicano
Spadolini, poi al socialista Craxi.
In tutta questa fase il sistema elettorale proporzionale
resse: l’unica modifica attuata fu quella, nel 1975, dell’estensione del voto
ai diciottenni e soltanto nel 1984si cominciò a parlare di modifiche, attraverso
la costituzione della prima commissione bicamerale per le riforme presieduta
dall’esponente liberale Bozzi che, comunque, non raggiunse alcun risultato
concreto.
Negli anni presi in esame il sistema partitico italiano
appariva certamente frantumato, guardando al numero dei partiti in lizza nelle
competizioni elettorali e presenti nei due rami del Parlamento.
Ma le dinamiche elettorali, analizzate in relazione ai tre
blocchi principali (destra, sinistra, centro) rivelano un relativo
avvicinamento ai risultati conseguiti nelle elezioni per la Costituente del
1946, dai quali ci si era scostati nel 1948 per l’incremento ottenuto dalla DC.
A partire dal 1953 si può dunque parlare, come coniato da
Giorgio Galli nel suo omonimo testo del 1974, di una “bipartitizzazione
imperfetta” che ha caratterizzato il sistema partitico, tanto a livello
elettorale quanto parlamentare, ed estesa in quasi tutti gli ambiti della
società civile.
La situazione italiana risultò indubbiamente legata anche a
un certo stato dell’economia.
Si pensi che fino agli anni’70 inoltrati l’Italia rimase
largamente al di sopra della media CEE rispetto al numero degli occupati in
agricoltura e l’arretratezza strutturale del Sud (in quegli anni viveva nel Mezzogiorno il 33%
della popolazione ma anche il 42% dei disoccupati, mentre il reddito saliva del
2,2% contro il 6% del resto del Paese) pesò moltissimo sulle prospettiva di
sviluppo mentre crescevano l’indebitamento con l’estero e il debito pubblico.
La situazione economica comportò trasformazioni sociali, non
prive di conseguenze per i partiti.
Nel periodo considerato, infatti, non si ebbe soltanto una
diversa ripartizione degli abitanti tra il Sud e il Nord, ma anche una
ridistribuzione della popolazione attiva fra lavoro autonomo e lavoro dipendente.
La crisi economica fu dunque causa, e allo stesso tempo
effetto, della crisi politica.
L’egemonia della DC non si tradusse più in capacità di
adattare tempestivamente la struttura interna dello Stato sociale e delle sue
funzioni di sviluppo economico.
Anche durante il periodo del centrosinistra e la successiva
fase della solidarietà nazionale, non si produsse il necessario recupero del
preesistente deficit di riforme.
Si aprirono così le porte al consociativismo fra i partiti e
il decisionismo irresponsabile, che alimentarono la grande “questione morale”
su cui si imperniò, all’inizio degli anni ’90 una traumatica modificazione del
sistema cui fornì grande impulso l’irruzione della scena politica di un nuovo
soggetto legato alla contraddizione centro/periferia usata con grande
aggressività puntando a modificare i termini stessi nei quali si era sviluppata
l’unità nazionale, presentando un progetto di vera e propria secessione: la
Lega Nord.
Il concorso di tre fattori: trattato di Maastricht, caduta
del muro di Berlino, “Tangentopoli” concorsero dunque a mutare profondamente il
quadro complessivo del sistema politico italiano producendo due effetti
immediati:
1) In
tempi e modi diversi si sciolsero i tre grandi partiti di massa
2) Per
effetto della cosiddetta “via referendaria” fu mutato il sistema elettorale
nazionale, pochi mesi dopo che era stato cambiato il sistema elettorale per i
comuni introducendo l’elezione diretta del Sindaco, con turno di ballottaggio
(eguale sistema fu adottato per l’elezione dei Presidenti di Provincia, mentre
nel 2000 si arrivò all’elezione diretta anche per il Presidenti delle Giunte
regionali senza turno di ballottaggio. Si ricorda, a questo punto, soltanto per
inciso che sono vigenti 7 sistemi elettorali diversi per ogni specifica tornata
elettorale: Camera dei Deputati, Senato della Repubblica, Regioni, Province,
Comuni, circoscrizioni, Europee)
Ci si trovava, all’epoca inizio anni’90 del XX secolo, in
una situazione nella quale era opinione comune che il sistema dei partiti si
trovasse ai minimi storici di credibilità nei confronti dell’opinione pubblica
e si decise di adottare il sistema misto maggioritario 75% attraverso collegi
uninominali con il sistema plurality ( un voto in più degli altri per essere
eletti) e proporzionale 25% (con liste bloccate: non affrontiamo a questo punto
i temi dello scorporo e delle liste civetta perché farlo, ci porterebbe troppo
lontano).
Gli obiettivi erano quelli ritenuti più adatti a
riequilibrare il sistema anche nell’insieme dei rapporti sociali:
semplificazione dell’offerta politica, chiarezza nell’esito elettorale grazie
alla costruzione di un profilo bipolare smantellando di conseguenza l’apparato
ideologico che aveva contraddistinto la realtà dei partiti nella fase del
sistema elettorale proporzionale, governabilità.
Vi è da rilevare che, in precedenza all’ulteriore modifica
del sistema avvenuta nel 2005, l’obiettivo di un sistema dal profilo bipolare a
tendenza maggioritaria, dopo esiti contraddittori, poteva essere considerato,
con l’esito delle elezioni del 2001, sufficientemente conseguito ma il dato
dell’eccesso di frammentazione all’interno delle coalizioni di riferimento non
avevano consentito un sufficiente esercizio di governabilità pur sacrificando
una parte importante di rappresentatività del sistema, la cui restante parte
doveva comunque essere garantita soltanto attraverso defatiganti trattative tra
le segreterie di partito condotte all’insegna dello “scambio politico”, al fine
di determinare l’equilibrio nelle candidature di collegio uninominale.
Quando però l’obiettivo del bipolarismo pareva compiuto
(Bartolini e D’Alimonte titolarono il loro testo a commento delle elezioni
politiche 2001: “Maggioritario finalmente!” il sistema elettorale fu mutato a
causa, si disse in prima battuta, della previsione dettata dai sondaggi di una
sconfitta molto netta che avrebbe dovuto subire lo schieramento di centrodestra
(fatto che, poi, non si verificò nelle urne: come tutti ricorderanno nelle
elezioni del 2006 il centrosinistra allargato dall’UDUER fino a Rifondazione
Comunista prevalse per soli 24.000 voti complessivi).
Così nel 2005 si ritornò a un sistema elettorale
proporzionale con premio di maggioranza, giudicato subito come abnorme
(giudizio come sappiamo bene poi confermato dalla Corte Costituzionale) senza
soglia da raggiungere, con soglie d’accesso diversificate tra partiti
coalizzati o non coalizzati e soprattutto con l’affidamento ai partiti della
“nomina” degli eletti con liste bloccate nelle posizioni stabilite in partenza da
parte dei partiti stessi e l’impossibilità dei cittadini di scegliere.
Attraverso questo sistema, appunto quello impugnato dal
gruppo di avvocati che – nello scetticismo generale – si sono impegnati a
percorrere tutti i gradi di giudizio fino ad arrivare alla storica sentenza
delle Corte Costituzionale e che qui sono rappresentati dal senatore Besostri –
è stata anche tentata, nel 2008, una forzatura del sistema di tipo bipartitico,
ma il tentativo fallì, nonostante il centrodestra avesse ottenuto una forte
maggioranza, a causa di fattori interni ed esterni al sistema, primo fra tutti
quello di una gestione della crisi economica e della situazione finanziaria
dello Stato che i governi, via, via succedutisi hanno dimostrato di avere
grandi difficoltà ad affrontare, in un clima di complessiva sfiducia da parte
dell’opinione pubblica, ben evidenziatasi dalla crescita esponenziale
nell’astensione al voto.
Il dato della partecipazione al voto conserva, almeno per
chi è cresciuto alla vecchia scuola dell’analisi politico – elettorale una
valenza di certificazione della buona salute di una democrazia articolata e
complessa come quella italiana. Non crediamo sia indice positivo e di semplice
allineamento al trend delle democrazie occidentali un calo di partecipazione al
voto che, dal 90% mantenuto ininterrottamente dalle elezioni del 1948 a quelle
del 1987, è via, via calato fino al 75% dell’ultima consultazione elettorale e
minaccia, comunque, di risultare un dato ancora in diminuzione.
Si fornisce qui un solo dato per dimostrare il calo di “
capacità sistemica” dei partiti: nel 1976 i tre maggiori partiti, DC, PCI, PSI
avevano raccolto il 75,06% sul totale delle elettrici e degli elettori
corrispondente all’82,78% sul totale dei voti validi; alle elezioni del 27 Marzo
1994, le prime svoltesi con il sistema misto maggioritario/proporzionale Forza
Italia e PDS sommati avevano raccolto il 33,27% del totale delle elettrici e
degli elettori e il 41,37% sul totale
dei voti validi (circa la metà di DC,PCI,PSI nel 1976).
E ancora, nel corso dell’ultima tornata, quella di dodici
mesi fa, mentre l’astensione saliva del
5,72% attestandosi al 24,81% (con un calo dei voti validi, comprese quindi
schede bianche e schede nulle di 2.500.000 unità tra il 2008 e il 2013) le due
prime coalizioni (non i due primi partiti, beninteso) hanno assommato soltanto
il 58,73% dei voti validi, perdendo rispetto al 2008 il 25,73%.
Un fenomeno di vera e propria “dispersione del sistema”
sicuramente non compensato dall’emergere di un terzo contendente rappresentato
dal Movimento 5 Stelle (mentre svaniva ancora una volta l’ipotesi centrista: ma
per analizzare questo dato sarebbe necessario entrare nel dettaglio
dell’analisi politica che non è compito di questa introduzione).
Si può, dunque, concludere in questo modo: siamo di fronte,
nel quadro generale delle difficoltà economico – sociali che ben conosciamo, a
un combinato – disposto tra incredibilità generale del sistema, presenza di un
attore non semplicemente anti-sistema dal punto di vista ideologico ma
anti-sistema dal punto di vista della sua conformazione concreta e non
eliminabile a prima vista come il M5S,
attraverso progetto di legge in discussione alla Camera il quale si
tenta ancora una volta un’innaturale forzatura bipartitica, innaturale rispetto
alla natura intrinseca della relazione tra società e politica nel nostro Paese.
Un tentativo accompagnato ancora una volta da elementi di
vero e proprio consolidamento del distacco tra elettori e istituzioni, con la
riproposizione delle liste bloccate.
Con quest’affermazione però questo intervento è andato oltre
ai compiti prefissati, tocca quindi al senatore Besostri entrare al meglio nel
merito dell’attualità e della prospettiva politico – elettorale in questa fase
così difficile, ed anche drammatica, della nostra vita politica: l’impressione
finale, però concluso questo excursus è che sul piano dell’agibilità
democratica e del ruolo delle Assemblee elettive dal tempo in cui Togliatti
parlava di “Parlamento specchio del Paese”, dal punto di vista delle idee
filosofico – politiche, dei programmi da realizzare, della dialettica
istituzionale si siano compiuti degli evidenti passi indietro.
Nessun commento:
Posta un commento
La redazione del blog ha scelto di moderare i commenti dei lettori. I commenti inerenti gli articoli saranno pubblicati Grazie