sabato 8 febbraio 2014

ANPI, ISTITUTO STORICO DELLA RESISTENZA, LABORATORIO POLITICO DELLA SINISTRA D’ALTERNATIVA DI SAVONA: IL CONVEGNO “DEMOCRAZIA, COSTITUZIONE, LEGGE ELETTORALE” LA POLITICA E’ SERIETA’ E SI COSTRUISCE CON ANNI D’IMPEGNO



E’ necessario una contestazione radicale al progetto di accordo sulla legge elettorale siglato da Renzi e Berlusconi .


Organizzato da Anpi, Istituto Storico della Resistenza, Laboratorio Politico della Sinistra d’Alternativa si è svolto l’8 Febbraio 2014 nella sala del Consiglio Comunale di Savona il convegno “Democrazia, Costituzione, Legge Elettorale”. Ha coordinato i lavori SAMUELE RAGO, Presidente provinciale dell’ANPI di Savona e hanno  svolto le due relazioni introduttive FRANCO ASTENGO E FELICE BESOSTRI.

Il convegno, promosso allo scopo di discutere e riflettere sulla dinamica riguardante la legge elettorale, dopo la bocciatura del Porcellum in sede di Corte Costituzionale sede nella quale FELICE BESOSTRI  ha sostenuto la causa avverso la legge elettorale ottenendo un pieno successo e il varo del progetto di legge Renzi/Berlusconi.

Nel corso del dibattito gli intervenuti non si sono però limitati ad analizzare le vicende riguardanti la legge elettorale, ma hanno approfondito i temi politici generali, la questione del rapporto con l’Europa e le elezioni europee e il problema del degrado di cultura politica che si sta evidenziando con grande forza nel nostro Paese in parallelo con la perdita di ruolo, funzioni e prestigio del Parlamento.

Hanno preso la parola: LUIGI FASCE, MIMMO FILIPPI, VITO D’AMBROSIO, VITO BRUNETTI

Di seguito pubblichiamo la sintesi delle relazioni svolte da FELICE BESOSTRI e FRANCO ASTENGO

FELICE BESOSTRI : 
“LA POLITICA E’ SERIETA’ E SI COSTRUISCE CON ANNI DI IMPEGNO”

La situazione appare davvero molto difficile e, per questo motivo, occorre subito sfatare certe mistificazioni che circolano in giro compiendo, prima di tutto, un’operazione di verità.

Non è vero che non c’è la legge elettorale: la sentenza della Corte Costituzionale ha bocciato il premio di maggioranza e le liste bloccate, lasciando però in piedi l’impianto complessivo della legge del 2005 e, quindi, se del caso è possibile votare subito con un sistema pienamente legittimato.

Deve essere chiaro che, pur con gli artifizi fin qui utilizzati la governabilità non si  è avuta: non è riuscito nell’impresa neppure il PDL nel 2008, quando ebbe una maggioranza addirittura superiore a quella della DC nel 1948.

Non è vero neppure che l’eventuale ingovernabilità è stata dovuta, come si intende affermare adesso, dal ricatto dei partitini: piuttosto dalle beghe interne ai partiti più grandi, come nel caso della scissione di Fini oppure – dalla parte del PD – dal caso dei “franchi tiratori”, i famosi 101 che hanno affossato la candidatura di Prodi alla Presidenza della Repubblica, rendendo così obbligata la conferma di Napolitano.

Piuttosto a regolare efficacemente la vita democratica del Paese manca l’applicazione dell’art.49 della Costituzione in modo da costringere tutti i partiti a un esercizio veramente democratico della loro vita interna.

Un altro punto sul quale si sta sviluppando una vera e propria mistificazione da parte dei mezzi di comunicazione di massa è quello riguardante il progetto di legge elettorale sortito dall’accordo Renzi/Berlusconi che viene definito come “proporzionale” con premio di “maggioranza”.

Occorre fare chiarezza se il premio è di “maggioranza” significa che il sistema appartiene alla famiglia del “maggioritario”.

Nel sistema maggioritario, però, non si dovrebbe poter truccare le elezioni come avviene invece nel nostro caso: non certo con schede votate falsamente, ma riproponendo le liste bloccate e ignorando, a questo modo, i paletti posti dalla sentenza della Corte Costituzionale.

Altri temi meritano l’attenzione e si collocano sulla linea della mistificazione: l’accesso alle pluricandidature, ad esempio, attraverso l’utilizzo delle quali si condiziona ulteriormente l’esito elettorale, dal punto di vista della scelta degli eletti e la redistribuzione sul territorio del premio di maggioranza, con l’effetto che sono eletti candidati che non avrebbero dovuto esserlo.

Inoltre è violato, ancora una volta l’articolo 48 della Costituzione che stabilisce come debba esserci un rapporto tra elettori ed eletti che in questo modo viene totalmente a mancare.

In queste condizioni il sistema proposto più che “Italicum” sarebbe da chiamare “Unicum” perché davvero unico nel panorama delle democrazie consolidate.

Non esiste neppure un sistema di pesi e contrappesi dei poteri, come ad esempio negli USA e in Francia, e si verifica sostanzialmente una “automaticità della maggioranza”.

Inoltre non sono stati previsti casi che, paradossalmente potrebbero pure accadere, attraverso la previsione dello sbarramento del 4,5% delle liste coalizzate: nel caso di mancato raggiungimento del quorum da parte di alcune di queste liste l’elettore che le avesse votate finirebbe con l’aver eletto candidati presenti in altre liste. Ma ci sono ancora casi più eclatanti che potrebbero essere denunciati al punto che si può affermare che al ridicolo non c’è mai fine.

Del resto ci troviamo, praticamente, in una situazione di risultati elettorali scritti in precedenza all’esito del voto: una causa non secondaria della crescita dell’astensionismo.

Gli effetti istituzionali di questo stato di cose sono ben evidenti:  prima di tutto una secca perdita di prestigio da parte del Parlamento; una mancanza di rispetto del lavoro delle Commissioni che avrebbero dovuto occuparsi della materia e sono state scavalcate dall’accordo ancora in precedenza alla chiusura della loro sessione di lavoro.

Un sicuro effetto dello svilimento del ruolo del Parlamento si è avuto con lo svolgimento di ruolo da parte del Presidente della Repubblica ben oltre i limiti dettati dalla Costituzione.

Adesso, con  questo progetto, il rischio è quello di delegittimare anche la Corte Costituzionale scrivendo una legge che farebbe carta straccia dei dettati stabiliti nella sentenza che ha dichiarato illegittimo il “Porcellum”.

Esiste, inoltre, un evidente problema riguardante la trasformazione del Senato: se si realizza bene, altrimenti cade tutto interno il pacchetto della riforma elettorale

Ci troviamo al limite della democrazia anche quando si tende a imporre forzatamente un modello bipolare, quando è evidente che siamo di fronte da un quadro almeno tripolare, non recedibile sicuramente nel breve periodo.

Uno scenario possibile potrebbe essere quello della non realizzazione della riforma e di conseguenza della contemporaneità del voto in primavera tra elezioni politiche ed elezioni europee.

Si tratterebbe di un caso di grande diminuzione di importanza tra elezioni nazionali ed elezioni europee, da sempre considerate di Serie B , in un momento in cui il quadro europeo assume, invece, un’importanza del tutto determinante al fine di affrontare le gravissime problematiche economico-sociali sul tappeto.

Inoltre le elezioni europee potrebbero essere un’occasione di rilancio di Berlusconi, perché il meccanismo di ricorso all’incandidabilità e diverso tra elezioni nazionali (il ricorso si può rivolgere soltanto alla Giunta delle elezioni, e quindi a elezioni già avvenute) ed elezioni europee, dove si può ricorrere al TAR del Lazio, sezione 2-a, che potrebbe concedere una sospensiva in attesa del giudizio di costituzionalità della cosiddetta “Legge Severino”.

Il punto di fondo rimane però quello della mistificazione e dell’assenza di obiettività da parte della gran parte dei mezzi di comunicazione massa.

Siamo però decisi a non rinunciare alla nostra battaglia: sulla legge europea, al riguardo  dello sbarramento al 4%, abbiamo già presentato ricorso in 6 tribunali.

E’ necessario una contestazione radicale al progetto di accordo sulla legge elettorale siglato da Renzi e Berlusconi .

La sinistra deve superare antiche divisioni, stipulando un patto che riconosca la Costituzione come vero e proprio programma comune.

LA RELAZIONE DI FRANCO ASTENGO: 
”COSTITUZIONE E PARLAMENTO SPECCHIO DEL PAESE”

Il quadro politico italiano è stato contraddistinto, per un lungo periodo, da un sistema pluripartitico di tipo classico, imperniato su di un sistema elettorale di tipo proporzionale corretto da uno sbarramento derivante dal conseguimento di un quoziente pieno in almeno un collegio (nei collegi elettorali più grandi, Milano, Torino, Roma, Napoli, le percentuali necessarie per ottenere questo risultato oscillavano tra l’1,5% e il 2%) e i 300.000 voti su tutto il territorio nazionale.

A partire dal 1946 nel parlamento italiano fino alle elezioni del 1994, quando venne utilizzato per la prima volta un sistema elettorale misto maggioritario al 75% e proporzionale al 25% è sempre stato presente un numero di partiti oscillanti da nove a tredici.

Questa molteplicità di formazioni politiche si svilupparono, in gran parte, ricollegandosi alla tradizione prefascista.

I comunisti e i socialisti ricostruirono le loro organizzazioni sulla base delle strutture utilizzate nella lotta clandestina contro il fascismo; la Dc assorbì l’eredità del Partito Popolare fondato da Don Sturzo nel 1919.

Comparvero però anche nuove formazioni politiche. Gruppi antifascisti borghesi d’ispirazione repubblicana diedero vita al Partito d’Azione, mentre nel Sud comparve il partito della Democrazia del Lavoro, costituito da notabili conservatori.

Nel settembre del 1943 i sei partiti, compreso quindi quello liberale, diedero vita al Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) con lo scopo di liberare definitivamente il paese dal fascismo.

I partiti sopravvissuti alla lotta di Resistenza, ripresero dalle formazioni di cui avevano ereditato non solo le idee, ma anche le organizzazioni assunsero una funzione di predominio all’interno del sistema, mentre i partiti nuovi si sciolsero prima ancora che i loro programmi avessero potuto acquisire una qualche importanza (anche se dal Partito d’Azione uscirono comunque idee e personalità che animarono e incisero profondamente nell’area laico – socialista anche nel prosieguo della vita della Repubblica).

Già nelle elezioni per l’Assemblea Costituente, svoltesi contemporaneamente al referendum istituzionale che segnò il passaggio dalla monarchia alla repubblica, si delineò la tendenza di fondo del sistema, dal punto di vista elettorale. I voti alle forze politiche si erano concentrati soprattutto su due poli: da una parte comunisti e socialisti ottennero rispettivamente il 19 e il 20%, e dall’altra la DC con il 35,1%.

La legge elettorale proporzionale con la quale si era votato per l’elezione dell’Assemblea Costituente fu confermato, salvo la ripartizione dei resti nel CUN, per l’elezione della Camera dei Deputati, mentre per il Senato fu adottato un sistema in prima battuta maggioritario ma attraverso il raggiungimento di una soglia molto alta per l’elezione diretta nel collegio (65%) tale da rendere, di fatto, l’elezione di tipo proporzionale.

Fu varata la Costituzione, nonostante si verificassero due fatti di grande importanza sul piano politico: la scissione del PSI con la formazione di un partito socialdemocratico inizialmente denominato PSLI (poi PSDI), soprattutto, nel maggio del 1947 la rottura del governo di solidarietà nazionale con l’esclusione di comunisti e socialisti.

Le prime elezioni per il Parlamento Nazionale si tennero il 18 Aprile del 1948 e la DC ottenne ma maggioranza assoluta dei seggi con il 48,5% dei voti mentre il Fronte Popolare, composto da comunisti, socialisti e indipendenti di sinistra si fermò al 31,5%.

Nel corso della I legislatura però il consenso verso il governo imperniato sulla DC e comprendente anche liberali, socialdemocratici e repubblicani  parve diminuire fortemente, così com’era indicato anche dall’esito delle elezioni amministrative del 1951 -52.

La DC tentò allora di consolidare la posizione del Governo riformando la legge elettorale in senso maggioritario.

Si prevedeva, in quel caso, a differenza di oggi, un vero premio di maggioranza da attribuirsi alla patto che avesse superato il 50% dei suffragi, attribuendo a essa il 65% dei seggi.

Le polemiche in parlamento e nel paese furono fortissime e le sinistre appellarono quel tentativo come “legge truffa”: alla fine, per 40.000 voti, il premio di maggioranza non fu assegnato e si tornò al sistema proporzionale quale quello descritto all’inizio.

Un sistema che resse lo svilupparsi della tumultuosa vita democratica della Repubblica anche nel corso delle varie crisi succedutesi nel tempo: dal tentativo di formare un governo da parte della DC con la destra neofascista del MSI respinto con i moti di piazza del Luglio ’60; alla travagliata apertura ai socialisti con la formazione del centrosinistra nel 1963 (allorquando gli stessi socialisti subirono una nuova scissione, questa volta “da sinistra” con la formazione dello PSIUP, contrario all’ingresso nel governo) e, qualche mese dopo, al tentativo di colpo di stato del cosiddetto “Piano Solo”, fino al fallimento dell’unificazione socialista, alla crescita elettorale del PCI a metà degli anni’70, alla fase di solidarietà nazionale tra il 1976 e il 1978 nella fase del terrorismo segnata dalla tragedia del rapimento Moro., alla formazione, all’inizio degli anni ’80, dei governi di pentapartito (DC, PSI, PSDI, PRI, PLI) e alla cessione del ruolo di presidente del Consiglio da parte della Democrazia Cristiana prima al repubblicano Spadolini, poi al socialista Craxi.

In tutta questa fase il sistema elettorale proporzionale resse: l’unica modifica attuata fu quella, nel 1975, dell’estensione del voto ai diciottenni e soltanto nel 1984si cominciò a parlare di modifiche, attraverso la costituzione della prima commissione bicamerale per le riforme presieduta dall’esponente liberale Bozzi che, comunque, non raggiunse alcun risultato concreto.

Negli anni presi in esame il sistema partitico italiano appariva certamente frantumato, guardando al numero dei partiti in lizza nelle competizioni elettorali e presenti nei due rami del Parlamento.

Ma le dinamiche elettorali, analizzate in relazione ai tre blocchi principali (destra, sinistra, centro) rivelano un relativo avvicinamento ai risultati conseguiti nelle elezioni per la Costituente del 1946, dai quali ci si era scostati nel 1948 per l’incremento ottenuto dalla DC.

A partire dal 1953 si può dunque parlare, come coniato da Giorgio Galli nel suo omonimo testo del 1974, di una “bipartitizzazione imperfetta” che ha caratterizzato il sistema partitico, tanto a livello elettorale quanto parlamentare, ed estesa in quasi tutti gli ambiti della società civile.

La situazione italiana risultò indubbiamente legata anche a un certo stato dell’economia.

Si pensi che fino agli anni’70 inoltrati l’Italia rimase largamente al di sopra della media CEE rispetto al numero degli occupati in agricoltura e l’arretratezza strutturale del Sud  (in quegli anni viveva nel Mezzogiorno il 33% della popolazione ma anche il 42% dei disoccupati, mentre il reddito saliva del 2,2% contro il 6% del resto del Paese) pesò moltissimo sulle prospettiva di sviluppo mentre crescevano l’indebitamento con l’estero e il debito pubblico.

La situazione economica comportò trasformazioni sociali, non prive di conseguenze per i partiti.

Nel periodo considerato, infatti, non si ebbe soltanto una diversa ripartizione degli abitanti tra il Sud e il Nord, ma anche una ridistribuzione della popolazione attiva fra lavoro autonomo e lavoro dipendente.

La crisi economica fu dunque causa, e allo stesso tempo effetto, della crisi politica.

L’egemonia della DC non si tradusse più in capacità di adattare tempestivamente la struttura interna dello Stato sociale e delle sue funzioni di sviluppo economico.

Anche durante il periodo del centrosinistra e la successiva fase della solidarietà nazionale, non si produsse il necessario recupero del preesistente deficit di riforme.

Si aprirono così le porte al consociativismo fra i partiti e il decisionismo irresponsabile, che alimentarono la grande “questione morale” su cui si imperniò, all’inizio degli anni ’90 una traumatica modificazione del sistema cui fornì grande impulso l’irruzione della scena politica di un nuovo soggetto legato alla contraddizione centro/periferia usata con grande aggressività puntando a modificare i termini stessi nei quali si era sviluppata l’unità nazionale, presentando un progetto di vera e propria secessione: la Lega Nord.

Il concorso di tre fattori: trattato di Maastricht, caduta del muro di Berlino, “Tangentopoli” concorsero dunque a mutare profondamente il quadro complessivo del sistema politico italiano producendo due effetti immediati:

1)      In tempi e modi diversi si sciolsero i tre grandi partiti di massa

2)      Per effetto della cosiddetta “via referendaria” fu mutato il sistema elettorale nazionale, pochi mesi dopo che era stato cambiato il sistema elettorale per i comuni introducendo l’elezione diretta del Sindaco, con turno di ballottaggio (eguale sistema fu adottato per l’elezione dei Presidenti di Provincia, mentre nel 2000 si arrivò all’elezione diretta anche per il Presidenti delle Giunte regionali senza turno di ballottaggio. Si ricorda, a questo punto, soltanto per inciso che sono vigenti 7 sistemi elettorali diversi per ogni specifica tornata elettorale: Camera dei Deputati, Senato della Repubblica, Regioni, Province, Comuni, circoscrizioni, Europee)

Ci si trovava, all’epoca inizio anni’90 del XX secolo, in una situazione nella quale era opinione comune che il sistema dei partiti si trovasse ai minimi storici di credibilità nei confronti dell’opinione pubblica e si decise di adottare il sistema misto maggioritario 75% attraverso collegi uninominali con il sistema plurality ( un voto in più degli altri per essere eletti) e proporzionale 25% (con liste bloccate: non affrontiamo a questo punto i temi dello scorporo e delle liste civetta perché farlo, ci porterebbe troppo lontano).

Gli obiettivi erano quelli ritenuti più adatti a riequilibrare il sistema anche nell’insieme dei rapporti sociali: semplificazione dell’offerta politica, chiarezza nell’esito elettorale grazie alla costruzione di un profilo bipolare smantellando di conseguenza l’apparato ideologico che aveva contraddistinto la realtà dei partiti nella fase del sistema elettorale proporzionale, governabilità.

Vi è da rilevare che, in precedenza all’ulteriore modifica del sistema avvenuta nel 2005, l’obiettivo di un sistema dal profilo bipolare a tendenza maggioritaria, dopo esiti contraddittori, poteva essere considerato, con l’esito delle elezioni del 2001, sufficientemente conseguito ma il dato dell’eccesso di frammentazione all’interno delle coalizioni di riferimento non avevano consentito un sufficiente esercizio di governabilità pur sacrificando una parte importante di rappresentatività del sistema, la cui restante parte doveva comunque essere garantita soltanto attraverso defatiganti trattative tra le segreterie di partito condotte all’insegna dello “scambio politico”, al fine di determinare l’equilibrio nelle candidature di collegio uninominale.

Quando però l’obiettivo del bipolarismo pareva compiuto (Bartolini e D’Alimonte titolarono il loro testo a commento delle elezioni politiche 2001: “Maggioritario finalmente!” il sistema elettorale fu mutato a causa, si disse in prima battuta, della previsione dettata dai sondaggi di una sconfitta molto netta che avrebbe dovuto subire lo schieramento di centrodestra (fatto che, poi, non si verificò nelle urne: come tutti ricorderanno nelle elezioni del 2006 il centrosinistra allargato dall’UDUER fino a Rifondazione Comunista prevalse per soli 24.000 voti complessivi).

Così nel 2005 si ritornò a un sistema elettorale proporzionale con premio di maggioranza, giudicato subito come abnorme (giudizio come sappiamo bene poi confermato dalla Corte Costituzionale) senza soglia da raggiungere, con soglie d’accesso diversificate tra partiti coalizzati o non coalizzati e soprattutto con l’affidamento ai partiti della “nomina” degli eletti con liste bloccate nelle posizioni stabilite in partenza da parte dei partiti stessi e l’impossibilità dei cittadini di scegliere.

Attraverso questo sistema, appunto quello impugnato dal gruppo di avvocati che – nello scetticismo generale – si sono impegnati a percorrere tutti i gradi di giudizio fino ad arrivare alla storica sentenza delle Corte Costituzionale e che qui sono rappresentati dal senatore Besostri – è stata anche tentata, nel 2008, una forzatura del sistema di tipo bipartitico, ma il tentativo fallì, nonostante il centrodestra avesse ottenuto una forte maggioranza, a causa di fattori interni ed esterni al sistema, primo fra tutti quello di una gestione della crisi economica e della situazione finanziaria dello Stato che i governi, via, via succedutisi hanno dimostrato di avere grandi difficoltà ad affrontare, in un clima di complessiva sfiducia da parte dell’opinione pubblica, ben evidenziatasi dalla crescita esponenziale nell’astensione al voto.

Il dato della partecipazione al voto conserva, almeno per chi è cresciuto alla vecchia scuola dell’analisi politico – elettorale una valenza di certificazione della buona salute di una democrazia articolata e complessa come quella italiana. Non crediamo sia indice positivo e di semplice allineamento al trend delle democrazie occidentali un calo di partecipazione al voto che, dal 90% mantenuto ininterrottamente dalle elezioni del 1948 a quelle del 1987, è via, via calato fino al 75% dell’ultima consultazione elettorale e minaccia, comunque, di risultare un dato ancora in diminuzione.

Si fornisce qui un solo dato per dimostrare il calo di “ capacità sistemica” dei partiti: nel 1976 i tre maggiori partiti, DC, PCI, PSI avevano raccolto il 75,06% sul totale delle elettrici e degli elettori corrispondente all’82,78% sul totale dei voti validi; alle elezioni del 27 Marzo 1994, le prime svoltesi con il sistema misto maggioritario/proporzionale Forza Italia e PDS sommati avevano raccolto il 33,27% del totale delle elettrici e degli elettori  e il 41,37% sul totale dei voti validi (circa la metà di DC,PCI,PSI nel 1976).

E ancora, nel corso dell’ultima tornata, quella di dodici mesi fa, mentre l’astensione saliva  del 5,72% attestandosi al 24,81% (con un calo dei voti validi, comprese quindi schede bianche e schede nulle di 2.500.000 unità tra il 2008 e il 2013) le due prime coalizioni (non i due primi partiti, beninteso) hanno assommato soltanto il 58,73% dei voti validi, perdendo rispetto al 2008 il 25,73%.

Un fenomeno di vera e propria “dispersione del sistema” sicuramente non compensato dall’emergere di un terzo contendente rappresentato dal Movimento 5 Stelle (mentre svaniva ancora una volta l’ipotesi centrista: ma per analizzare questo dato sarebbe necessario entrare nel dettaglio dell’analisi politica che non è compito di questa introduzione).

Si può, dunque, concludere in questo modo: siamo di fronte, nel quadro generale delle difficoltà economico – sociali che ben conosciamo, a un combinato – disposto tra incredibilità generale del sistema, presenza di un attore non semplicemente anti-sistema dal punto di vista ideologico ma anti-sistema dal punto di vista della sua conformazione concreta e non eliminabile a prima vista come il M5S,  attraverso progetto di legge in discussione alla Camera il quale si tenta ancora una volta un’innaturale forzatura bipartitica, innaturale rispetto alla natura intrinseca della relazione tra società e politica nel nostro Paese.

Un tentativo accompagnato ancora una volta da elementi di vero e proprio consolidamento del distacco tra elettori e istituzioni, con la riproposizione delle liste bloccate.

Con quest’affermazione però questo intervento è andato oltre ai compiti prefissati, tocca quindi al senatore Besostri entrare al meglio nel merito dell’attualità e della prospettiva politico – elettorale in questa fase così difficile, ed anche drammatica, della nostra vita politica: l’impressione finale, però concluso questo excursus è che sul piano dell’agibilità democratica e del ruolo delle Assemblee elettive dal tempo in cui Togliatti parlava di “Parlamento specchio del Paese”, dal punto di vista delle idee filosofico – politiche, dei programmi da realizzare, della dialettica istituzionale si siano compiuti degli evidenti passi indietro.










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