LA NOSTRA E' UNA RICOSTRUZIONE STORICA MA QUESTO PASSAGGIO PUO' VALERE PER L'OGGI : Invece, pensare che un partito diventasse forte per
l'innaturale lievitazione prodotta da un sistema elettorale e che questa
lievitazione rafforzasse il sistema politico significava, invece, avallare
l'insediamento di sistemi che non potevano altro che avviarsi sulla strada
dell'autoritarismo.
Novant’anni fa, nel 1924, le elezioni legislative svoltesi
sulla base della cosiddetta “Legge Acerbo” (proporzionale con premio di
maggioranza) portarono alla legalizzazione del fascismo al potere, legittimando
la Marcia su Roma svoltasi due anni prima.
In questa occasione non si ricostruirà la vicenda
dell’ascesa del fascismo al potere in Italia, la storia delle sopraffazioni,
degli incendi alle sedi politiche e sindacali, dell’assoldamento delle
squadracce da parte degli agrari e degli industriali, la debolezza colpevole
della monarchia, gli errori delle sinistre.
Ci si limiterà ad analizzare il percorso istituzionale
attraverso il quale, appunto, il fascismo ha sempre potuto affermare di essere
stato consolidato al potere da un risultato elettorale: quanto libero e
democratico sappiamo tutti com’è andata in effetti.
Adesso però è il caso di vedere come si sviluppò, in
quell’epoca, il dibattito politico – istituzionale.
Le elezioni legislative del 1919 e del 1921 si erano svolte
con un sistema proporzionale che aveva dato luogo a una rappresentanza
parlamentare di tipo multipartitico.
Subito dopo le elezioni del 1919 si ritornò a parlare di
modica della legge elettorale, anche se le prime proposte di variazione
riguardarono soltanto elementi di natura tecnica.
Il primo intervento di rilievo fu, da un certo punto di
vista paradossalmente, formulato dai socialisti, attraverso un articolo di
Giacomo Matteotti, apparso sulla
“Critica Sociale” nel 1920, nel quale riteneva il ”proporzionale integrale”
inadatto per determinare i livelli di rappresentanza negli Enti Locali.
La motivazione addotta andava contro la logica con cui i
riformisti si erano battuti per l'introduzione del sistema proporzionale per le
elezioni politiche.
Matteotti, infatti, sollevò il problema per quei casi in cui
nel Comune o nella Provincia, vi fossero più partiti dalla forza equivalente e
non in grado di formare un’alleanza di governo: appariva così necessario
introdurre un meccanismo di sovrappresentazione della maggioranza relativa.
Il risultato poteva essere ottenuto, sempre secondo
Matteotti, attraverso l'attribuzione alla maggioranza dei 2/3 dei seggi, al di
fuori da qualsiasi tipo di calcolo di tipo proporzionale.
I socialisti apparvero così muoversi sul delicato terreno
del sistema elettorale, secondo una pericolosa logica di “compartimenti
stagni”.
Ancora una volta i termini del rapporto sistema politico –
sistema rappresentativo, che sembrava fossero stati lucidamente delineati nel
corso del dibattito parlamentare del '19, tornarono a confondersi con la
presunzione (del resto perpetuatasi nel tempo) che i partiti potessero nascere
forti, in presenza dell'applicazione di un sistema elettorale piuttosto che di
un altro.
Invece, pensare che un partito diventasse forte per
l'innaturale lievitazione prodotta da un sistema elettorale e che questa
lievitazione rafforzasse il sistema politico significava, invece, avallare
l'insediamento di sistemi che non potevano altro che avviarsi sulla strada
dell'autoritarismo.
In questo quadro, il fascismo, arrivato in modo più o meno
legale, al potere pose all'ordine del giorno la riforma della legge elettorale.
Dopo neppure un mese dall'assunzione al Governo, nel corso
della seduta del Consiglio dei Ministri dell'11 novembre 1922, Mussolini
presentò un ordine del giorno sulla riforma elettorale, in cui si affermava, da
un lato, l'impossibilità di un ritorno all'uninominale, dall'altro la necessità
di rivedere il sistema rigidamente proporzionale in vigore, affinché fosse
garantita, assieme alla rappresentanza di tutti i partiti, anche la “formazione
di un governo di maggioranza parlamentare”.
Il 29 Novembre, nel corso di un incontro tra Mussolini, il
Presidente della Camera De Nicola e il presidente della Commissione Interni
Casertano, si delineò un nuovo sistema elettorale i cui fondamentali elementi
erano costituiti da un premio di maggioranza dei 2/3, da assegnarsi alla lista
che avesse raggiunto il maggior numero dei voti e il resto 1/3 dei seggi,
divisi proporzionalmente fra tutte le liste in competizione; e una suddivisione
di carattere prevalentemente “regionale” delle circoscrizioni.
Su queste basi si aprì un intenso dibattito tra le forze
politiche, all'interno del quale però la vera questione da affrontare risedeva
nell'individuare la finalità perseguita dal progetto di riforma elettorale.
Il rafforzamento dell'esecutivo, a scapito della frammentazione
parlamentare, costituì indubbiamente la cartina di tornasole per verificare la
realizzazione di un coagulo tra il fascismo e l'antipartitismo liberale,
vecchia maniera.
Dietro a questo disegno si poteva già intravvedere lo
statalismo che poi avrebbe caratterizzato il fascismo: s’intrecciavano, a
questo punto, diversi problemi che andavano dall'unificazione dei fascismi,
all'emarginazione delle altre forze politiche, nessuna esclusa.
Il Gran Consiglio del Fascismo, all'inizio dell'Aprile 1923,
fu in grado di approvare un ordine del giorno, redatto da un’apposita
Commissione, attraverso il quale si motivava la necessità di passare a un
sistema dicotomico che applicava il maggioritario plurinominale secco per il
partito di maggioranza relativa e il proporzionale per i partiti minori,
perseguendo così il fine esplicito di veder totalmente eletta tutta la lista
che avesse ottenuto il maggior numero di voti.
La redazione del progetto definitivo fu affidata da
Mussolini a Giacomo Acerbo, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, che
lo presentò all'inizio del Giugno 1923.
Adempiuta la formalità dell'approvazione da parte del
Consiglio dei Ministri, il 9 giugno 1923, fu presentato alla Camera il progetto
di riforma elettorale.
Furono due i punti attorno ai quali si sollevò più
intensamente la discussione, in quanto segnavano una rottura netta con il
principio rappresentativo che aveva retto l'Italia liberale:
1) Il
passaggio al maggioritario “secco” per definire la lista di maggioranza,
legalizzando così il dominio di una minoranza potenzialmente isolata, senza
ricorso a coalizioni con forze politiche vicine Il diverso criterio di
formazione della cifra elettorale e conseguentemente di selezione della
rappresentanza tra maggioranza e minoranza.
Per il computo dei voti del partito di maggioranza si
sarebbe fatto ricorso, infatti, al “Collegio Unico Nazionale”.
Per i partiti di minoranza si sarebbero mantenuti, invece, i
collegi territoriali, a impianto regionale o interprovinciale.
La scelta anomala del Collegio Unico Nazionale, se aveva una
giustificazione interna al Fascismo, nel volere cioè legittimare il
condizionamento del Fascismo centrale sui fascismi locali nella scelta della
rappresentanza, funzionò anche come calmiere nella definizione del quorum.
Tuttavia l'istituzione del Collegio Unico Nazionale non
aveva precedenti e questo fatto portò al profilarsi di notevoli perplessità: ma
il Fascismo non poteva transigere, la centralizzazione del Partito e la sua
identificazione con lo Stato rappresentavano un passaggio obbligato per
accelerare il cambiamento.
Per contro le minoranze sarebbero arrivate a Montecitorio
polverizzate e rese incapaci da questa frammentazione di contrastare il partito
dominante, attraverso una seria e costruttiva opposizione.
Appariva, insomma, più che evidente che ciò che era stato
posto in discussione, attraverso la legge elettorale, risultava essere in
definitiva l'indiretta formalizzazione della concessione dei pieni poteri sine
die al fascismo.
In una Camera che sembrava presa d'assedio, il 10 luglio
1923, previo assenso del Presidente del Consiglio, prese avvio la discussione
generale.
Il dibattito si misurò sul punto di fondo della legge: si
trattava di motivare la necessità di passare da una Monarchia Costituzionale
parlamentare che aveva avuto al centro, fino a quel momento, la Camera elettiva
quale organo di direzione politica del sistema, a una forma rivisitata di
Monarchia Costituzionale “pura” in cui il partito di governo sarebbe uscito non
solo definito dal risultato elettorale, ma precostituendo già i parametri di
maggioranza e stabilendo a priori l'estensione del proprio consenso.
Il problema dello sviluppo del dibattito parlamentare era
quello di come supportare, da un punto di vista teorico, questo impianto in
presenza di una classe politica liberale, che avrebbe dovuto far da argine ai
tentativi di manipolazione autoritaria del sistema.
Il 15 luglio 1923 si passò alla discussione generale e
all'esame dei singoli articoli: il vero nodo gordiano da sciogliere si rivelò
posto attorno, da un lato, al premio di maggioranza e dall'altro al livello di
consenso da raggiungere per farlo scattare.
Popolari e repubblicani presentarono emendamenti, tesi a
quantificare con un certo equilibrio il rapporto tra premio di maggioranza e
quorum da raggiungere: 2/5 dei voti e 3/5 dei seggi fu la proposta presentata
da Gronchi e Chiesa, appoggiata anche da Amendola.
La presidenza del Consiglio, per bocca di Acerbo, si
dichiarò disposta a discutere il quorum, ma rifiutò qualsiasi patteggiamento
sul livello del premio che doveva restare fissato ai 2/3 dei seggi.
La proposta dei repubblicani
fu bocciata con 178 voti contro 157.
L'usurpazione fascista del potere passò, così, alla Camera
con soli 21 voti di scarto (la votazione sull'intero articolato diede, poi, 235
voti a favore contro 139).
Il passaggio al Senato avvenne, in una sola giornata, il 14 novembre
1923: parteciparono al voto 206 senatori, 165 a favore, 41 contrari.
Alla legge Acerbo, definita da Filippo Turati “la marcia su
Roma in Parlamento” si deve la costruzione della prima deputazione nazionale a
maggioranza fascista.
Il successo fascista, in queste circostanze, appariva
scontato e le elezioni politiche del 6 aprile 1924 diedero al Governo la facile
vittoria del suo listone di 356 membri comprendente due terzi di fascisti e un
terzo di personalità di altra provenienza politica, ormai conquistate al
regime.
La ripartizione proporzionale dei seggi residui alla Camera
dei Deputati tra le liste di opposizione sconfitte vide i popolari scendere a
39 seggi dei 108 del 1921, i socialisti a 46 da 123, e soltanto i comunisti
salire da 15 a 19.
Il perdurare dell'illegalità e delle violenze, l'abbattersi
di una rigida censura sulla stampa di opposizione e indipendente, le
intimidazioni e le minacce a danno degli antifascisti rivelarono abbastanza
chiaramente che il Governo non si sarebbe accontentato della vittoria
elettorale e che non avrebbe mai più acconsentito al mantenimento nel Paese e
in Parlamento di una qualsiasi dialettica politica.
Infatti l'uccisione di Giacomo Matteotti da parte degli
squadristi fascisti dopo la veemente denuncia fatta in Parlamento dal deputato
di Rovigo del clima d’intimidazione e di violenza che aveva caratterizzato lo
svolgimento delle elezioni, l'abbandono delle Camere da parte di numerosi
deputati dell'opposizione (il cosiddetto “Aventino”) nella speranza di
sollevare quella “questione morale” che avrebbe dovuto decidere il Re a rompere
con il Governo, restaurando un clima di normalità democratica nel Paese,
l'incertezza politica che segnò profondamente quella fase, costituirono
l'epilogo del dramma.
A questo epilogo seguì, con il fallimento dell'Aventino,
l'inerzia del Re e la decisione di Mussolini di assumersi tutta la
responsabilità politica e morale dell'assassinio Matteotti sopprimendo le
ultime guarentigie liberali, la caduta del sipario sul sistema instaurato nel
1848, con lo Statuto Albertino.
La legge Acerbo, di là dal suo carattere eccessivamente
maggioritario e, quindi, vessatorio per le minoranze nella ripartizione dei
seggi di deputato, non aveva significato da sola la rottura del sistema e la
fine della legalità statutaria.
Infatti, il carattere rappresentativo del regime, anche se
forzato dalla legge elettorale iniqua per le opposizioni, non era ancora
contestato, né, peraltro, la legalità statutaria poteva dirsi infranta per
l'abbandono della proporzionale, dato che la costituzione vigente non prevedeva
(come adesso) un determinato sistema elettorale per la formazione della Camera
dei Deputati, ma lasciava alla legge la regolamentazione e la determinazione
della delicata materia.
Se sul piano politico, perciò, appare piuttosto evidente
come il regime parlamentare fosse già entrato in crisi al momento
dell'intervento nella prima guerra mondiale, avesse chiuso i battenti con le
dimissioni di Facta e la successiva formazione del Ministero Mussolini dopo la
marcia su Roma, , su quello più squisitamente costituzionale il discorso
diventa più sfumato non essendovi la possibilità di determinare con eguale
precisione il verificarsi di un fatto che abbia segnato il trapasso in un certo
momento da quel regime alla dittatura autoritaria.
La tesi fascista di una continuità nell'ordinamento
statuale, infranta dalla marcia su Roma instauratrice di una nuova legalità, o
quella opposta, di parte antifascista, del colpo di stato ai danni del sistema
costituzionale vigente compiuto, appunto, in quel momento, pur cogliendo
qualche elemento della realtà politica destinata a incidere sulla struttura
statuale di lì a breve, non sembrano esatte in quanto l'alterazione del sistema
si compì solo successivamente.
E', infatti, soltanto dopo la svolta determinata dal
discorso di Mussolini del 3 Gennaio 1925 che si può intravedere l'alterazione
del sistema, in senso autoritario e dittatoriale.
Ma questa svolta non si realizzò solo per la fine di molte
guarentigie liberali e per il persistente allontanamento dei deputati
aventiniani dai lavori parlamentari.
Anzi ,questi fatti potevano trovare ancora una qualche
giustificazione, sia pure molto forzata, da parte degli apologeti del nuovo
ordine, capaci di spiegare come il restringimento dei diritti di libertà potesse
ricollegarsi alla prassi in materia seguita dai governi liberali per motivi di
emergenza, quali la situazione dell'ordine pubblico o lo stato di guerra, e
come l'assenza di qualche deputato dell'opposizione non impedisse il regolare
svolgimento dei lavori della Camera, essendovi sempre un numero sufficiente di
presenza a garanzia della loro legalità.
Invece le leggi costituzionalmente rilevanti poste in essere
nello stesso periodo erano destinate ad apparire nella forma e nella sostanza
come le basi fondamentali di un nuovo sistema, come le cornici, nella quali
doveva svolgersi la vita dello Stato, divenuto così autoritario e dittatoriale.
Nonostante il risultato raggiunto, la legge Acerbo restò in
vigore per le sole elezioni del 1924; già nel 1925, conclusa la crisi seguita
al delitto Matteotti cui abbiamo già accennato poco sopra, il fascismo cambiò
la legge elettorale, attraverso l'introduzione (inedita per l'Italia) del
sistema maggioritario secco “all'inglese”, demandando così ai Fasci
territoriali la formazione della Camera.
Questa legge, comunque, non fu mai utilizzata.
Infatti il processo di centralizzazione che il fascismo
registrò al suo interno, a partire dalla modifica dello Statuto del Partito,
approvata nel 1926, e l'avvio del progetto di riforma dello Stato voluto dal
governo portarono nel 1928 a un nuovo cambiamento della legge elettorale, che
si realizzò attraverso la legge del 17 maggio 1928 che introdusse il
plebiscito.
In base a questa legge, il Gran Consiglio del Fascismo, che
all'uopo era stato istituzionalizzatosi (diventando quindi, a tutti gli effetti,
gli organi dello Stato) aveva il compito di redigere, tenendo conto dei
suggerimenti proposti dalle Corporazioni, una lista di 400 nomi che doveva
essere approvata o rigettata in blocco dal corpo elettorale.
Gli italiani di sesso maschile furono chiamati due volte al
voto per il plebiscito: nella prima occasione, il 24 Marzo 1929, la percentuale
dei votanti fu pari all'89,6% (un percentuale non altissima, date le condizioni
di agibilità democratica pressoché inesistenti). Su 8.663.412 votanti, i sì
furono 8.519.559, i no 135.761 (quasi tutti concentrati nel triangolo
industriale del Nord- Ovest, più quelli raccolti attorno a fabbriche di grande
dimensione in Veneto, Emilia e Toscana), con 8.092 schede nulle o contestate.
Ancora diversi i risultati del secondo plebiscito, tenutosi
nel 1934, con 10.060.426 votanti e solo 15.215 contrari (0,15%) e lo 0,01% di
voti nulli.
Tuttavia la commissione parlamentare, che aveva studiato la
riforma del 1928, aveva colpito nel segno affermando che la legge elettorale in
discussione in quel momento non doveva altro che rappresentare il ponte verso
la vera forma -stato del fascismo: quella corporativa.
L'istituzione delle corporazioni nel 1934 aprì, infatti, la
strada a un'ulteriore revisione della rappresentanza, ma il problema non era
più incentrato, sul terreno teorico/concettuale, attorno al significato da
attribuire al termine, bensì sul come impostare le basi tecniche per impiantare
la nuova “Camera corporativa”.
Nel frattempo in Germania il nazismo era già arrivato al
potere, anch’esso attraverso elezioni più o meno “libere”.
Le nere nubi della tragedia si addensavano sui cieli
d’Europa e del mondo.
Ci sono occasioni in cui si scrive per non dimenticare, ma
altre perché si pensa che la storia debba evitare di ripetersi: forse questa è
una di quelle occasioni, almeno per quel che riguarda i rischi veri e seri di
involuzione autoritaria che ci pare di scorgere pericolosamente all’orizzonte.
E' stato consultato il testo : Maria Serena Piretti, Le elezioni politiche in Italia dal 1848 ad oggi, editore Laterza, Roma-Bari 1995
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