Mentre da noi tutta
l’attenzione pare concentrata sulle penose esibizioni dei Renzi e dei Grillo, mentre
persino la cultura di sinistra sembra rimanere allocchita davanti al televisore
che trasmette un Festival che è tutto fuorché musicale, mentre altri ancora si
appassionano per le performances degli atleti sulle nevi di Sochi, si fa
persino fatica a tenere il conto dei morti di Kiev.
Il grande poeta russo
Evgenij Evtushenko in una poesia scritta pochi giorni fa, ha parlato di “Pompei
kieviana”. Ha ricordato persino Babij Jar, cui Shostakovich dedicò la sua
tredicesima sinfonia, l’avvallamento ai margini di Kiev, oggi parco cittadino,
dove tra il 29 e il 30 settembre del 1941 gli invasori nazisti, spalleggiati
dalla polizia collaborazionista ucraina, uccisero a colpi di mitragliatrici 33.771 civili ebrei, cui nello stesso luogo e
nei due anni successivi si aggiunsero altri 60mila morti tra ucraini, zingari e
comunisti. Fu proprio Evtushenko a parlarne per primo, nel 1961, perché
nell’Urss l’argomento era tabù, poiché avrebbe rivelato le terribili
conseguenze del patto Molotov-Ribbentrop e l’ignoranza sulla vera natura del
nazismo, in particolare per quanto riguardava la persecuzione degli ebrei, in
cui venne lasciata buona parte del popolo sovietico.
Ci auguriamo che a
questi livelli di disumanità non si possa arrivare mai. Ma non si può assistere
a quanto sta avvenendo in questi giorni nella capitale ucraina come se nulla fosse
o derubricare il problema a un fatto interno di un paese, come se non si
trattasse di un pezzo importante di Europa anche se ancora non di Ue . Né si
deve invocare l’intervento americano e tantomeno quello della Nato. La ex
Yugoslavia docet.
Non vi è dubbio che
le forze di destra siano molto attive e determinate negli scontri di piazza
Majdan. I ragazzi del Pravi Sektor si danno da fare, organizzati in formazioni
paramilitari. Il sangue scorre e il mito della morte gloriosa fa strage di
cuori giovanili. Il nazionalismo ucraino, che soprattutto nella parte ovest del
paese ha una lunga e fosca tradizione - si pensi alle squadre filonaziste di
Stepan Bandera che spalleggiarono gli invasori tedeschi - ha rialzato la testa.
Ma non stava scritto da nessuna parte che le cose dovessero andare necessariamente
così, se l’Europa si fosse mostrata da subito non così sorda e ottusa. Nel
contempo non si può certo accettare che alla polizia o alle forze armate del
governo Yanukovich sia permesso di aprire il fuoco, trasformando così il
massacro in una vera e propria guerra
civile ad alta intensità.
Gli Usa si sono
comportati fin qui come quelli che volevano punire la Ue per il mancato
appoggio alla guerra di Bush in Iraq nel 2004, che invece sciaguratamente non
mancò da parte dei paesi dell’Est europeo. Al grande paese americano poteva
quindi fare comodo un’Ucraina in ebollizione. Ma forse ora è troppo anche per
loro. La Russia dal canto suo non ha mai smesso di considerare l’Ucraina
sostanzialmente come una propria provincia, malgrado l’indipendenza formale, cui
negare o concedere gas e finanziamenti a seconda dei propri desideri e del grado
di sudditanza mostrato da Kiev. La Ue si
è presentata con il solito squallido volto di chi sta insieme per ragioni
economiche, e neppure troppo, dominata dalle politiche dell’austerity che
affamano i paesi del Sud Europa in particolare, ma è totalmente incapace di
agire come soggetto politico in quanto tale. Infatti gli unici ad assumere
tardivamente in queste ore qualche debole iniziativa diplomatica sono la
Germania e la Francia e non la Ue.
Ma ci vorrebbe ben
altro. Per farlo, per ottenere qualche risultato duraturo, non si può intanto prescindere
dalla Russia, piaccia o non piaccia. D’altro canto sono gli stessi russi che
hanno chiesto un aiuto per sbrogliare la situazione. La Ue deve assumere una
forte iniziativa, trovando o almeno ricercando un’intesa con la Russia,
lasciando fuori dal gioco tanto gli Usa quanto la Nato, poggiandosi invece
sull’Onu. Innanzitutto per fermare il massacro. Ma non solo, perché le tregue,
lo sappiamo e l’abbiamo già visto, reggono pochi minuti se non si eliminano le
cause di fondo dei conflitti.
Qui non si tratta affatto
di minacciare o attuare sanzioni. Già nel passato esse non hanno fatto altro
che rinfocolare rancori e rafforzare le dittature. Si tratta all’opposto di
mettere in atto politiche concrete di solidarietà e di inclusione, che facciano
sentire al popolo ucraino, nelle sue molteplici componenti, nella parte Est
come in quella Ovest del paese, che c’è un’altra realtà politica che non si
muove per continuare a sottometterlo in
un quadro di finta autonomia, né per abbandonarlo alla ben visibile mano
distruttiva dei mercati internazionali. Non possiamo aspettare che di questa
necessità si convincano i governi o le diplomazie europee. Bisogna che le forze
democratiche, la sinistra, i movimenti protagonisti di tante battaglie per la
pace facciano subito sentire la loro voce in ogni angolo d’Europa.
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