Siamo alla
vigilia di una stretta grave sul piano dell’agibilità democratica.
Lo sviluppo
del processo di trasformazione del sistema politico italiano, iniziato a
cavallo degli anni’90 del secolo scorso, non può che essere giudicato negativamente
almeno dal punto di vista di chi ritiene di dover star dentro al dettato
costituzionale, nello specifico del punto in cui si determina che “la sovranità
appartiene al popolo”.
Giusto,
quindi, definire l’itinerario fin qui percorso come di trasformazione/involuzione.
Il punto
cruciale dell’intera vicenda è stato rappresentato dalle diverse modifiche
imposte al sistema elettorale, tenendo conto che è sul sistema elettorale che
s’incardina il complesso della vita democratica di un Paese.
La cornice
all’interno della quale gli avvenimenti presi in esame sono avvenuti è
ovviamente quella della situazione economico-sociale e del peso complessivo del
cosiddetto “vincolo esterno”, posto quest’ultimo in specifico riferimento alle
vicende riguardanti la costruzione dell’Unione Europea.
Pur tuttavia
esiste e resiste, anche in quest’ambito, una specificità di carattere
nazionale: ad esempio in Ungheria è al potere un regime fascista, ma l’Unione
Europea non intende minimamente – per questo – porne in discussione
l’appartenenza alla Comunità.
La crisi
evidente della democrazia italiana va quindi assunta in quanto tale come fatto
specifico: si tratta di farlo senza alcuna vocazione al provincialismo, ma anzi
cercando di inserire il quadro attuale in un contesto ben più ampio anche sotto
l’aspetto geopolitico.
La rottura
del sistema dei partiti che aveva retto il Paese a partire dalla lotta di
Liberazione contro il nazi-fascismo e fino – almeno – alla metà degli anni’80 e
che si può considerare quale scaturigine vera dello stato di cose in atto, si
realizza, infatti, attorno a 3 spinte concomitanti tutte di natura
sovranazionale:
-
La ventata
neoliberista (assunta in pieno nel nostro Paese fin dal governo Craxi, preciso
applicatore dei dettami contenuti nel documento sulla “Rinascita Nazionale”
elaborato nel 1975 dalla loggia massonica P2, all’interno della quale – è bene
ricordarlo – si ramificavano rapporti importanti con i generali golpisti d Cile
e Argentina, paesi nei quali fin dagli anni’70 furono sperimentate le
metodologie liberiste dei cosiddetti “Chicago - Boys” poi alla base
della”stretta” imposta dai governi Reagan negli USA e Tachter in GB);
-
La caduta
del muro di Berlino, che diede spunto ad analisi profondamente sbagliate come
quelle riguardanti l’immediata apertura di nuovi mercati e foriera, quindi, di
una fase di prosperità a livello globale;
-
La stipula
del trattato di Maastricht, origine dell’accettazione del monetarismo quale
base e presupposto per la costruzione europea.
A questi
elementi va aggiunto, per non trascurare nulla nell’obiettività dell’analisi,
il soffocamento del quadro politico interno derivante dal consociativismo
parlamentare (quale risposta ad un sistema bloccato dalla “conventio ad
excludendum” e dal peso crescente del debito pubblico).
La risposta
che venne fornita, a quel punto, può essere così riassunta: sblocco del sistema
politico (parola d’ordine sulla base della quale fu sciolto il PCI: punto
d’origine della crisi verticale della sinistra italiana), superamento del
quadro multipartitico presente nell’epoca del sistema elettorale proporzionale:
primo atto di questa strategia, perseguita per via referendaria, fu l’elezione
diretta dei Sindaci e successivamente l’adozione di un sistema elettorale misto,
maggioritario per il 75%e proporzionale (con liste bloccate) al 25%.
Le
conseguenze dirette di queste scelte, sul piano politico, furono rappresentate
da un’abnorme crescita di peso della personalizzazione della politica (fenomeno
enfatizzato dalla cosiddetta “discesa in campo” di Silvio Berlusconi), il
conseguente eccesso di invadenza della comunicazione televisiva, oltre ad un
cedimento sul tema dell’antica contraddizione centro/periferia rimescolata in
salsa razzista, esprimendo così sudditanza alle logiche portate avanti dalla
Lega Nord, nel frattempo sostituitasi nelle preferenze di settori di ceto medio
al neo-corporativismo democristiano.
Risultò
decisivo, come già accennato, lo smantellamento dei grandi partiti di massa :
un fenomeno al riguardo del quale risultò più importante la caduta del muro di
Berlino (anche rispetto alla stessa DC, costruita originalmente “a specchio”
sull’anticomunismo verbale) della stessa “Tangentopoli”.
Lo
scioglimento del PCI, fatto al quale va comunque riservata anche a questo punto
un’attenzione particolare, risultò del tutto decisivo, non essendosi realizzato
in quel frangente neppure un processo di piena social democratizzazione del
partito cui avrebbe potuto affiancarsi una soggettività in grado di riprendere i
temi peculiari portati avanti dalla sinistra comunista.
Si
procedette, invece, sia sul versante del PDS, sia su quello di Rifondazione
Comunista ad una compiuta omologazione all’interno del sistema politico
delineato dall’impianto personalistico/maggioritario: lo stesse fenomeno
investì anche i soggetti usciti dal “cupio dissolvi” della DC.
A distanza
di molti anni possono essere individuati due esiti, derivanti – appunto – dallo
scioglimento dei grandi partiti di massa:
1) L’arroccamento del sistema all’interno di una negativa
concezione dell’autonomia del politico e della personalizzazione;
2) La riduzione della funzione politica complessiva, con
la conseguente difficoltà ad affrontare le grandi questioni dell’economia,
dell’immigrazione, fino al ritorno del tema della guerra portato, per eccesso
di “realismo politico” fino al punto di partecipare ai bombardamenti nei
Balcani.
Un segnale
importante dell’avvio di una fase di degrado della vita democratica del Paese
arrivò dalla diminuzione della partecipazione al voto, in particolare al
livello delle autonomie locali, sede nella quale ha continuato a svilupparsi
l’intreccio corruzione/personalizzazione/autonomia del politico/esasperazione
nell’usufruire dei privilegi/costruzione del concetto di casta.
Il fenomeno
della diminuzione della partecipazione al voto risultò del tutto sottovalutato
e scambiato, anche dai grandi centri di analisi politica, per un progressivo
allineamento ai modelli più avanzati di democrazia occidentale.
Si ravvide,
in quell’epoca, una responsabilità collettiva, quella dell’illusione
dell’alternanza convergente al centro nell’ottica di una “governabilità” intesa
quale fattore esaustivo dell’azione politica: mentre veniva meno la possibilità
di presenza per una sinistra d’opposizione, in grado di presentare una vera e
propria alternativa di sistema.
Si esauriva
così, in breve, la stessa funzione storica esercitata per decenni dai comunisti
italiani.
Nella
sostanza la fase di transizione avviata, come già ricordato all’inizio degli
anni’90, si trasformò in un vero e proprio fenomeno di degenerazione del
sistema.
Un fenomeno
di degenerazione fondato su 3 elementi portanti:
a) Il decisionismo, impersonificato dalla modifica di
ruolo del Presidente della Repubblica;
b) Un vero e proprio “sfarinamento sociale”;
c) Quell’idea di governabilità, già espressa in
precedenza, e considerata unico e solo “Bene in sé” dell’azione politica.
Intorno al
tema della legge elettorale si è comunque realizzato il vero e proprio “precipitare
degli eventi” di questi ultimi tempi: in precedenza la vicenda del cosiddetto
“Porcellum” giudicato – caso unico davvero nel quadro delle cosiddette
democrazie avanzate –illegittimo dalla Corte Costituzionale, fino al cosiddetto
accordo “Berlusconi/Renzi” per una proposta di legge liberticida contenente,
per di più, gli stessi profili di incostituzionalità della precedente.
L’intreccio
tra questo stato di cose potrebbe anche trovare il suo punto di saldatura nel
consegnarsi alla protezione di un “uomo forte”: un pericolo da non
sottovalutare.
Tornando
alla personalizzazione della politica , sono da registrare il totale
smarrimento del PD che attraverso l’infausto meccanismo delle primarie (vero
momento di solleticazione negativa del fenomeno personalistico) ha plebiscitato
l’homus novus Renzi, oltre al ruolo da lungo tempo esercitato da Berlusconi e
quello ricoperto, in tempi più recenti, da Beppe Grillo.
Il pericolo
vero è così rappresentato, in tempi di “taglio” e “riduzione” della risposta
politica alla domanda sociale in forma autoritaria.
Questo
contesto ha prodotto gli ultimi avvenimenti che sempre più sembrano allontanare
le dinamiche del quadro politico italiano dal dettato Costituzionale.
Siamo alla
vigilia di una stretta grave sul piano dell’agibilità democratica.
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