Mentre attraversiamo i prati, spero rigogliosi, della
costruzione dell'alternativa Tsipras,
provo a leggere con disincanto le vicende
italiane della sinistra, sperando che la competizione europea ci insegni
qualcosa.
Nell'articolo del 13 febbraio qualche compagno di SEL, bontà
sua, sostiene che slacciandosi dal centrosinistra il partito approderebbe ad
una Rifondazione 2. Non mi sento offeso, porto il nome che ho sempre portato,
anche da non iscritto. Ma non c'è bisogno di fare scelte eclatanti: tutta la
sinistra è ridotta così, e quando riusciamo ad essere costruttori di movimenti
con altri, è meglio che non nominiamo il nostro partito di appartenenza.
Pensiamo che sia un vantaggio? Io sostengo di no, perchè da bravi “poco
marxisti” abbiamo interpretato la famosa “cessione di sovranità” di
bertinottiana memoria con la perdita del nome e della bandiera, mentre si
trattava di spendere il nostro sapere in battaglie collettive, superando gli
intergruppi ereditati dagli anni 70, continuando Genova 2001.
Il sapere opporsi alla normalizzazione nei luoghi di lavoro
come nelle istituzioni è merce rara e la solitudine da impotenza. Ma è ancora
peggiore la perdita di ruolo, di senso di sé che viene espressa nelle
dichiarazioni di certi compagni :meglio, molto meglio, arrabbiarsi e riflettere
il giorno dopo sulla propria difficoltà. Per fare sintesi si può partire anche
da due.
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