Molto spesso capita, valutando i progetti di riforma
costituzionale ed elettorale in discussione in Italia, di scrivere sul
tentativo in atto di cancellare anche il concetto stesso di “democrazia
rappresentativa”.
Egualmente da più parti e da molto tempo si tende ad esaltare il concetto di
“democrazia diretta”.
Pensiamo alla cosiddetta “strategia referendaria” attraverso
la quale, negli anni’90 del XX secolo, si attuò il passaggio dal sistema
proporzionale a quello maggioritario e, a livello di enti locali, all’elezione
diretta di Sindaci e di Presidenti
Appare essere il caso, allora, di ritornare sul tema della
democrazia rappresentativa al fine di delinearne i contorni teorici: una
operazione importante se vogliamo davvero entrare con un minimo di cognizione di causa nel
merito del confronto tra le due diverse concezioni – appunto – di democrazia
rappresentativa e di democrazia diretta.
Nell’occasione, comunque, il “focus” sarà concentrato
proprio sulle idee portanti che sostengono l’idea della democrazia
rappresentativa.
Un discorso che si può avviare sfatando un mito: non è stata
la democrazia diretta a produrre l’eguaglianza politica bensì quella
rappresentativa.
In precedenza all’inoltrarsi ne meandri delle definizione
teoriche “classiche” è possibile sviluppare un esempio di indubbia efficacia:
al momento dell’unificazione del Regno d’Italia il passaggio dei diversi Stati
alla sovranità di casa Savoia e alla legislazione piemontese si ebbe attraverso
uno dei meccanismi classici della “democrazia diretta”: il plebiscito aperto a
tutti, alfabeti, analfabeti, ricchi e poveri .
Il plebiscito che sancì il passaggio del Regno delle Due
Sicilie è descritto con pagine mirabili da Tomasi di Lampedusa nel “Gattopardo”:
immagini poi tradotte in scene altrettanto eccezionali nel film omonimo per la
regia di Luchino Visconti.
Nello stesso tempo
però il diritto di voto alle elezioni legislative era appannaggio per censo a
meno del 2% della popolazione.
La battaglia per l’estensione del diritto di voto in Italia,
come in tutti gli altri Paesi, rappresentò una battaglia per l’estensione del
diritto alla scelta in un quadro di democrazia rappresentativa con l’obiettivo proprio di raggiungere
l’eguaglianza politica .
Nel nostro Paese debbono essere ricordate le tappe
principali di questo difficile passaggio: dal 1882 un primo allargamento, al
1913 il suffragio allargato maschile, poi ulteriormente ampliato nel 1919, per
pervenire soltanto nel 1946 al vero e proprio suffragio universale maschile e
femminile.
Sarà stato soltanto dopo l’acquisizione dell’eguaglianza
politica, realizzata attraverso l’allargamento della possibilità di scelta
posto sul terreno della democrazia rappresentativa, che si è potuto parlare di
eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, come sostrato dei diritti
fondamentali e – di conseguenza – di acquisizione dei diritti sociali: salute,
abitazione, condizioni di lavoro, assicurazioni sociali.
Considerata la democrazia come competizione tra partiti allo
scopo di instaurare nuove procedure di governo si sono così affermate teorie
pluralistiche attraverso le quali, anche nei tempi della cosiddetta
globalizzazione, si sono espresse le sintesi politiche delle diverse
contraddizioni sociali.
Stiamo arretrando, attraverso l’ulteriore introduzione di
determinati meccanismi di tipo maggioritario/personalistico (si pensi alle
cosiddette primarie) da questo livello del confronto politico per semplificarlo
all’interno di meccanismi ridotti al “sì” o al “no” rispetto a personaggi
rappresentativi di opzioni sostanzialmente “celate” (una domanda retorica:
negli ultimi vent’anni quante elezioni si sono fatte, in Italia, a guisa di
referendum per attestare il livello di gradimento di un solo personaggio?).
Un arretramento pericoloso quello dalla democrazia
rappresentativa a questo tipo di democrazia diretta.
Un salto all’indietro mistificato, in questi tempi bui, da
corifei della personalizzazione della politica e della presunta necessità di
sapere “un’ora dopo la chiusura delle elezioni, chi ha vinto”, ma che
nascondono in realtà la “voglia matta” di una involuzione autoritaria, in nome
della “semplificazione”.
La politica riservata ai più forti, come ai tempi dei baroni
della “Magna Cartha”.
2 commenti:
Ciao, riguardo il punto
"una domanda retorica: negli ultimi vent’anni quante elezioni si sono fatte, in Italia, a guisa di referendum per attestare il livello di gradimento di un solo personaggio?"
E' proprio il senso delle elezioni, voti dei personaggi, mentre la democrazia diretta serve a votare delle idee....e quindi sono 2 cose diverse.
Esattamente: è la cosiddetta democrazia diretta che esalta la personalizzazione e il dialogo diretto "tra il capo e la folla" e l'uomo solo al comando, mentre i referendum sono una forma molto limitata di democrazia, un sì o un no su una specifica questione. La democrazia rappresentativa interpretata e sintetizzata dai corpi intermedi consente di votare - prima di tutto - le idee composte da una ideologia di fondo, un orientamento complessivo sui problemi del mondo, poi declinata in programmi validi per l'ambito cui ci si riferisce, nazionale, locale, ecc. Adesso si tende a cancellare questo tipo di concetto facendo sì che si addivenga ad una sorta di contesa individualistica, vedi primarie, tra persone. La delega ad una sola persona, "il capo", fa sparire il concetto stesso di delega rappresentativa che dovrebbe, invece, stare a fondalmento della democrazia. Franco Astengo
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