Ho letto ieri su
ADN Kronos (vedi: http://www.adnkronos.com/IGN/News/Politica/?id=3.2.1212846833
) alcune
dichiarazioni del Segretario del PD circa la proposta di legge elettorale Berlusconi-Renzi.
Due di queste mi paiono particolarmente gravi, anche perché evidentemente
meditate.
Si tratta delle seguenti: “o questo passaggio lo portiamo a casa, o salta l’Italia”; e: “questo accordo non può essere modificato in
modo unilaterale”.
Il
che conferma quanto, una settimana fa, era stato scritto nel testo che ha dato
il via all’iniziativa “non rottamare la democrazia” (vedi: http://www.spazioliblab.it/?p=4142) . Cioè, che la questione viene vista da Renzi (e come
tale imposta al suo stesso partito), essenzialmente come un contratto privato
stipulato tra lui e Berlusconi; e che, come tale non è emendabile senza il
consenso della controparte. Altrimenti, appunto, salta tutto. Governo compreso.
In
altre parole, Renzi si presenta alla Direzione del suo partito come un
Amministratore Delegato che, avendo stipulato un contratto, chiede al Consiglio
di Amministrazione di ratificarlo: ovviamente, dato che il patto è già stato
stipulato, senza modifiche, a meno che queste non ottengano l’assenso
dell’altro contraente. Fin qui, si dirà, questioni interne al PD, che come
tali, riguardano solo chi vi si riconosca.
Ma, nel momento in cui questa
impostazione si trasferisce al Parlamento, la faccenda riguarda tutti gli
italiani, e come tale va valutata. Nel merito, innanzi tutto, e nelle
implicazioni politiche. Circa il merito della proposta, già è stato detto, e
non vi ritorno. Circa le implicazioni politiche, le dichiarazioni di Renzi
implicano una cosa sola: l’intesa-patto di mutuo soccorso con Berlusconi è, a
prescindere da ogni altra considerazione, la bussola sulla quale il PD intende
orientare la politica italiana dei prossimi anni. Non per governare insieme,
come lo stesso Renzi ha dichiarato (“mai
al governo con Berlusconi”); ma per costruire un bipolarismo blindato nel
quale l’alternanza sia circoscritta al pendolo PD-Forza Italia, e nel quale
ognuno dei due astri sia, più che il punto di riferimento, il padrone assoluto
del proprio sistema solare.
A questo, appunto, servono le soglie di
sbarramento diverse a seconda che si sia o meno in coalizione, le liste
bloccate e comunque “corte”, ed il premio di maggioranza (cioè di minoranza).
In particolare, il meccanismo delle soglie di sbarramento è tale da rendere
inefficace ogni forza centrifuga che possa manifestarsi all’interno di uno dei
due sistemi solari; e si è ben visto come Casini abbia prontamente capito che aria
stia tirando.
Fatto ciò per quanto riguarda
Montecitorio, occorreva pensare a Palazzo Madama. Qui, essendo improponibile
l’eliminazione del riferimento regionale, diventano infinite in un Senato
comunque elettivo, quale che sia il sistema elettorale adottato, le possibili
variabili in gioco, che potrebbero portare alla crescita di qualche cespuglio
su base regionale.
Si è pensato così alla soluzione più
sbrigativa: quella di rendere il Senato non elettivo, e comunque, di ridurne il
ruolo. E il pensare di affidarlo ai Sindaci, al di là delle qualità degli
stessi, è un’altra brillante trovata che va nella direzione del bipartitismo
forzato. In effetti, la stragrande maggioranza dei Sindaci d’Italia, per il
modo col quale questi sono stati eletti, ed indipendentemente dalle
appartenenze partitiche di ciascuno di essi, è già espressione dell’una o
dell’altra di due coalizioni a loro volta controllate dall’uno o dall’altro dei
due partiti maggiori.
Ora,
è lecito -e doveroso- chiedersi se, anche
prescindendo da ogni questione di principio circa la possibilità per una
democrazia di sopravvivere al venir meno della funzione rappresentativa del
Parlamento, questo tipo di bipartitismo sia o meno utile al Paese ed alla
stabilità del sistema politico.
Non
credo che sia così: quello che si sta cercando di affermare non è un
bipartitismo di tipo anglosassone, dove sono presenti e forti quei meccanismi
di autonomia e bilanciamento dei poteri
che lo caratterizzano, sono presenti
stampa e sistemi di informazione con radicate tradizioni di indipendenza, e nel
quale l’occupazione da parte dei partiti del potere e dei mezzi di controllo
della pubblica opinione, molto meno estesa e profonda che da noi, non produce,
insieme al dilagare della corruzione, anche fenomeni di controllo delle
opinioni.
Ingannando gli italiani con il mantra
dei costi e della razionalizzazione della politica, si sta invece consolidando un
sistema in base al quale due partiti politici si appropriano congiuntamente del
diritto a governare, garantendosi reciprocamente il fatto che nessuno possa
venire a disturbare, quale che esso sia, l’uno o l’altro dei due guidatori.
L’esperienza fatta in venti anni di
bipartitismo della Seconda Repubblica non è stata edificante al riguardo: né
sul piano dell’andamento dell’economia, né su quello dell’evoluzione della
società, e tantomeno su quelli dell’etica pubblica e della credibilità delle
Istituzioni. Alcuni hanno osservato che la pessima prova della Seconda
Repubblica sia dipesa da un troppo debole tasso di bipolarismo, e dalla
presenza paralizzante delle forze politiche minori (i famosi cespugli o
nanetti): l’esperienza dice che non è stato così e che, pur disponendo in più
di un’occasione di amplissime maggioranze, le inefficienze, i ritardi, le incapacità
nell’affrontare i problemi, si sono manifestate all’interno e non all’esterno
dei sue maggiori partiti.
Allora,
non è infondato il sospetto che, contrariamente all’opinione corrente, i guasti
ai quali abbiamo assistito e continuiamo ad assistere dipendano invece dalla
natura propria a quelle due maggiori forze politiche che oggi cercano di
appropriarsi della democrazia italiana. Partito-persona ed azienda l’uno, che
col liberalismo, raramente letto, poco digerito e mai compreso, non ha mai
avuto nulla a che fare, e che non è neanche stato capace di interpretare l’idea
di un conservatorismo di stampo europeo. Partito-contenitore l’altro, nel
quale, come in un supermercato, chiunque trova di tutto un po’. Incapaci
entrambi di svolgere quelle funzioni di corpo sociale intermedio, aperto e
partecipato, tra società ed Istituzioni che è essenziale nello svilupparsi di
una democrazia in una società complessa.
E che per sopravvivere nella generale crisi di credibilità che ha
investito il sistema dei partiti, non trovano, insieme, di meglio che mascherare
le loro incapacità imponendo agli italiani l’esclusiva dei loro vertici e di
chi vi si adegui nella gestione della cosa pubblica; e, quanto agli altri, “che si arrangino!”, come ha elegantemente
detto Renzi.
Sarebbe
allora opportuno che tutti coloro che il conformismo generale vorrebbe veder
scomparire dalla scena politica e dal dibattito pubblico (e non mi riferisco
solo ai partiti minori, ma anche a quel tanto di mentalità critica che sussiste
ancora nel PD e nel Paese in generale), non si facciano illusioni, come lo
Judenrat del Ghetto di Varsavia, su cosa ci -e li- attende, e considerino
l’ipotesi se non sia più opportuno parlar chiaro.
In
questo senso, è stata avviata l’iniziativa “non rottamare la democrazia” (vedi su Facebook la relativa pagina, o su Spazio
lib-lab i relativi articoli). Proponiamo di parteciparvi, svilupparla e
diffonderla, e di sostenerla, anche con un “mi piace”.
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