Ascoltare i dati ISTAT aggiornati al Gennaio 2014 sulla
disoccupazione in Italia, induce a sentimenti di sconcerto e di rabbia.
In dodici mesi il nostro
Paese ha perso complessivamente 478.000 posti di lavoro e la disoccupazione
giovanile è salita al 42%.
Evidentemente il tanto decantato calo dello spread non serve
nulla (come si sapeva) e non servirà a nulla il tanto atteso job act, come non
sono serviti a nulla i vari provvedimenti dalla Legge Biagi in avanti: anzi
sono serviti a creare sacche immense di precarietà, dequalificazione,
incertezza così come sono risultate del tutto disastrose le politiche
pensionistiche e di abbattimento dello Stato sociale.
La rabbia sale quando si riavvolge il nastro delle
dichiarazioni degli ultimi mesi: “La ripresa ci aspetta all’angolo”; “La crisi è
superata”; e soprattutto il famosissimo “La luce in fondo al tunnel”.
Spregiudicatezza propagandistica? Pressapochismo? Chissà..
forse entrambi gli elementi.
Neppure sono da chiamare in causa direttamente fattori che
hanno sicuramente contribuito a questo stato di
cose: dalla globalizzazione e delocalizzazioni .
Il punto della situazione italiana è tutto politico e risale
alle logiche che hanno guidato l’azione di governo negli ultimi decenni, il
rapporto tra queste e l’Europa dell’austerità, l’incapacità di – almeno – fronteggiare
la ferocia con la quale questo capitalismo iper-liberista sta gestendo la
crisi.
Il termine “ferocia” è già stato usato tante volte
accostandolo come definizione del capitalismo – iperliberista ma non ci deve
stancare di denunciare con chiarezza lo stato di cose in atto, così come non ci
deve stancare nel denunciare le cause vere di questo drammatico stato di cose.
Non ci si deve stancare di denunciare l’assenza totale , da
molti anni, di una politica industriale: scelte passate e presenti hanno
ridotto all’angolo la presenza industriale dell’Italia. Questo va detto senza
alcun afflato nazionalistico ma avendo ben chiaro il quadro entro il quale si
agisce, com’è stato per la Germania e la Francia che, sia pure con contraddizioni
stridenti, presentano comunque un quadro ben diverso.
Non ci si deve stancare di denunciare l’assoluta assenza di
una politica pubblica che riguardi le infrastrutture, il riassetto idrogeologico,
la riqualificazione dei centri cittadini, lo stato sociale: mille opere che
servirebbero subito e che non si fanno, annegati come ci si trova non tanto e
non solo dalla burocrazia ma soprattutto dalla corruzione imperante a tutti i
livelli.
In Italia c’è da affrontare prima di tutto una vera e
propria gigantesca “questione morale” che coinvolge tutti i settori della
politica e dell’amministrazione.
Una “questione morale” che coincide direttamente con la “questione
politica”: e non è sicuramente qualunquismo affermarlo con chiarezza.
E’ qualunquismo accettare le cose come stanno, non
organizzare un’alternativa, non proclamare con chiarezza che “Ribellarsi è
giusto”.
Probabilmente molti penseranno a semplificazione e
propaganda: ma forse proprio quello, del “Ribellarsi è giusto”, il punto da cui
ripartire.
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