Abbiamo apprezzato sicuramente lo sforzo compiuto dagli
esponenti del circolo di Giustizia e Libertà di Savona “Cristoforo Astengo” per
affrontare il tema del lavoro proponendo su questo punto l’apertura di un
dibattito a sinistra.
Il tema per quel che riguarda lo sviluppo delle vicende più
recenti appare efficacemente riassunto, purtuttavia si è sentita forte, in un
caso come questo, la necessità di ritornare ai fondamentali.
Troppi fraintendimenti e sovrapposizioni si sono succeduti
nel tempo e si sono smarrite completamente le nozioni al riguardo delle istanze
decisive dello sfruttamento e dell’oppressione.
Così, non certo per pedanteria o per la ricerca di un’astratta
prospettiva di carattere teorico, si è pensato di recuperare il significato di
fondo del concetto di lavoro in Marx, proprio per definire al meglio il punto
di partenza su cui basarsi per ragionare di merito, oggi,
Senza nulla togliere, ovviamente, alla validità del lavoro
svolto dagli esponenti del Circolo di Giustizia e Libertà.
Andando per ordine:
Marx coglie da una parte il lavoro come “essenza dell’uomo”,
come ricambio organico “uomo – natura”, mezzo per la realizzazione dei bisogni
dell’uomo e perciò dimensione universale del rapporto stesso tra uomo e natura.
Dall’altra parte individua nel lavoro salariato, la forma
storica e determinata del lavoro produttivo nella realtà dei rapporti di
produzione capitalistici, il vero centro, perno della produzione all’interno di
questi rapporti.
Superando la teoria del valore degli economisti classici,
Marx afferma che alla radice della determinazione del valore c’è non una
quantità fisica – in termini di orario – di lavoro, ma una quantità storica e
sociale di valore, che la concretezza del doppio carattere della merce
(attraverso il mercato) – valore d’uso e valore di scambio – e del lavoro che
vi mette capo manifesta, ma allo stesso tempo nasconde e mistifica (in quanto i
valori quantitativi non rispondono).
Lavori produttivi (e all’opposto improduttivi), ne rapporti
sociali di produzione capitalistici, sono quelli che mettono capo non alla
produzione di merci, fisicamente riscontrabili, ma alla formazione di valore e
plusvalore.
Non è il lavoro concreto, che realizza il valore d’uso della
merce, a determinare il lavoro produttivo, bensì la determinazione formale,
puramente quantitativa: il lavoro astratto.
E’ la sussunzione formale del lavoro, la sottomissione
completa della forza lavoro al capitale, a rendere il lavoro completamente
produttivo.
Questo caratterizza anche l’appartenenza di classe: la
collocazione del rapporto sociale di produzione determina la condizione
oggettiva di appartenenza alla classe subalterna.
La condizione soggettiva, la coscienza di classe e lo
schieramento nel conflitto con la classe borghese, e quindi con l’espressione
politica di questa, determina lo spazio della politica e della lotta per il
potere.
Oggi è andato definitivamente in crisi il tentativo che ha
segnato i decenni centrali del XX secolo di attenuare la contraddizione di
classe attraverso uno sviluppo delle politiche sociale rivolte all’estensione
dei diritti (welfare state) e dello sviluppo del “pieno impiego” attraverso
politiche attive del lavoro sostenute dall’intervento statale.
La crisi acuta di queste politiche ha aperto una fase di
pesante ristrutturazione rivolta prima di tutto al ristabilimento dei rapporti
di forza dalla parte del capitale.
La “politica” è così apparsa impotente a contrastare questa tendenza che sta determinando una fase di paurosa regressione.
La “politica” è così apparsa impotente a contrastare questa tendenza che sta determinando una fase di paurosa regressione.
Diventa allora difficile , se non impossibile, rispondere in
termini meramente “riformistici”.
Qualsiasi analisi “di sinistra” deve quindi ripartire dalla
concezione di fondo dei rapporti di sfruttamento e della logica di classe,
riacquisendone i termini al fine di porli alla base di qualsiasi azione
politica.
1 commento:
Grazie per la considerazione riservata al nostro documento e grazie per l'arricchimento del tema in termini più classisti.
Noi ci siamo mossi su un versante più tecnico, mantenendo saldo il profilo di giustizia sociale perseguito dalla Costituzione, a cui il legislatore deve sempre attenersi in ogni ambito.
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