Non siamo nati ieri e non siamo degli inguaribili ingenui:
nessuno pensa che, in passato, i Presidenti della Repubblica fossero assenti o
totalmente neutri rispetto al gioco politico.
Non lo fu, solo per fare degli esempi, Gronchi rispetto al
governo Tambroni, Cossiga rispetto alla “conventio ad excludendum”, Segni al
riguardo del “Piano Solo”, Scalfaro durante la crisi del primo governo
Berlusconi.
Il caso che si presenta adesso riguardante Giorgio
Napolitano e le rivelazioni del giornalista del Corriere della Sera Alain
Friedman è diverso.
Prima di tutto perché s’inquadra in un evidente processo di
presidenzializzazione del nostro sistema che dalla vicenda riguardante
l’avvento del governo Monti ebbe una spinta in avanti del tutto decisiva, che
adesso sembra addirittura essersi assestata al punto da far prevedere delle
modifiche costituzionali che la suffragano in un contesto di affermazione di
quella che viene definita come “Costituzione materiale” da contrapporre a
quella “formale”.
In secondo luogo l’elemento di diversità rispetto agli
episodi già accennati risiede, almeno secondo le ricostruzioni giornalistiche
cui si accennava e alle testimonianze cui si appoggiano, è il ruolo di capofila
della manovra politica ricoperto dallo stesso Capo dello Stato.
Non è certo nostro compito entrare nel merito di questa
intricata matassa dal punto di vista dell’aspetto più strettamente legato al
profilo di costituzionalità.
Il giudizio politico però deve essere netto: il Capo dello
Stato ha evidentemente, sotto l’aspetto politico passato il segno imponendo una
sua propria soluzione alla crisi di governo.
E’ bene ricordare i passaggi formali di quella vicenda, con
la nomina di Monti (del tutto insalutato ospite in quest’occasione) a senatore
a vita e il quasi consequenziale affidamento dell’incarico: una procedura
almeno sospetta che si collega con i contatti diretti tra i due, Napolitano e
Monti, già avviati fin dall’estate precedente.
Il tutto nella piena discrezionalità, senza tener conto del
ruolo del Parlamento, anzi alimentando rispetto al Parlamento stesso la
sindrome di nuove formule politiche (ricordate: dalle “larghe intese” avrebbe
dovuto sortire un “nuovo centro” poi miseramente naufragato nelle urne).
Una situazione al limite dell’agibilità democratica, già
messa in forte crisi da tempo e resa ancor più problematica, prevedibilmente,
dalla nuova legge elettorale.
Un Paese stremato dal malgoverno di questi ultimi anni e in
piena crisi di rapporti e d’identità politica: un quadro drammatico, mentre non
s’intravvedono segnali di riscatto.
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