Il caso
Electrolux, con la richiesta della multinazionale svedese di una drastica
riduzione dei salari per evitare il trasferimento della produzione in Polonia,
ha di nuovo acceso i riflettori sul cuneo fiscale e sulla bassa produttività
del lavoro come cause primarie della perdita di competitività dell’industria
italiana[1]. Sono davvero queste le ragioni fondamentali che spingono le
imprese alla delocalizzazione produttiva?
La prima
conclusione è che il cuneo fiscale, nelle componenti della tassazione sui
salari e dei contributi sociali, rappresenta una causa secondaria della minore
competitività italiana. Se in Italia, a parità di salario netto, si applicasse
lo stesso prelievo fiscale della Polonia, il salario lordo polacco sarebbe pari
al 40,8% di quello italiano, pur sempre di molto inferiore al divario di
produttività. Le convenienze localizzative delle imprese non muterebbero di
molto rispetto alla situazione attuale.
Un’altra
tesi ricorrente sostiene che il problema consista in una bassa produttività del
lavoro[4]. Questa tesi è però smentita dai valori della produttività
espressi in PPPs riportati nella colonna 6 della tabella. In termini di potere
d’acquisto la differenza tra i salari lordi italiani e polacchi è
sostanzialmente allineata alla differenza di produttività, mentre per i salari
netti è ben inferiore. Il rispetto della regola aurea, tanto cara all’economia
neoclassica, dell’allineamento dei salari reali alla produttività del lavoro
richiederebbe un aumento delle retribuzioni nette italiane di oltre l’11%
rispetto a quelle polacche!
Rimane
allora una sola possibile spiegazione dello svantaggio competitivo dell’Italia
rispetto alla Polonia, cioè la sopravalutazione del tasso di cambio reale,
riflessa nei dati espressi in PPPs. Poiché in entrambi i Paesi nel corso
dell’ultimo quindicennio i prezzi hanno avuto un andamento analogo e abbastanza
stabile[5], il disallineamento del cambio reale deriva in larga misura
da una sottovalutazione dello zloty nei confronti dell’euro. Pertanto la
convenienza di imprese, come l’Electrolux, alla delocalizzazione produttiva
risiede nel fatto che l’Italia ha adottato l’euro, mentre la Polonia, pur
facendo parte dell’Unione Europea da un decennio, ha mantenuto la propria
moneta nazionale. Persino le differenti tassazioni sul lavoro possono esser
fatte risalire a ciò, poiché il minor prelievo tributario polacco è compensato
da un maggior deficit pubblico, che nel periodo 1999-2012 è stato pari in media
annua al 4,6% del Pil contro il 3,2% di quello italiano. Non dovendo sottostare
alle politiche di austerità imposte dall’appartenenza all’euro, la Polonia ha
potuto così scegliere una pressione fiscale inferiore al costo di un maggiore
indebitamento pubblico[6].
La seconda
conclusione è che se i lavoratori italiani accettassero un taglio dei salari
nominali dell’ordine del 30-40%, quale quello richiesto dall’Electrolux,
avrebbero retribuzioni nette in termini di potere reale d’acquisto ben
inferiori a quelle dei loro colleghi polacchi e sprofonderebbero ai limiti o
addirittura sotto la soglia di povertà assoluta[7]. È del tutto evidente
che una simile strada è impraticabile. Esistono allora soluzioni alternative
alla desertificazione industriale dell’Italia?
Una prima
soluzione consiste nell’avvio di una seria politica industriale per innalzare
il livello tecnologico della struttura produttiva in modo da competere sulle
fasce più alte e qualificate della domanda internazionale, poco sensibili alla
concorrenza di prezzo[8]. Questa soluzione solleva però due obiezioni
fondamentali. La prima riguarda la necessità, almeno nella fase iniziale, di
forti investimenti statali in opere pubbliche, infrastrutture materiali e
immateriali, incentivi mirati ed anche nella costituzione di nuove e dinamiche
imprese pubbliche nei settori innovativi a più alto rischio. Gli attuali
vincoli posti dal Fiscal Compact, non consentono tali spese. La seconda
obiezione è che anche qualora si reperissero le risorse, magari attraverso un
allentamento della politica europea di austerità, questa strategia avrebbe
tempi lunghi e non produrrebbe effetti di rilievo sull’occupazione e sulla
produzione manifatturiera prima di parecchi anni. Nel frattempo la crisi
economica e industriale sta precipitando, le imprese procedono alla chiusura
degli stabilimenti e, quindi, si richiedono risposte immediate, a pena
d’inevitabili sommovimenti politici e sociali.
Esiste però
un’altra soluzione, non alternativa alla prima, ma a essa propedeutica: quella
del recupero della sovranità monetaria nazionale attraverso la fuoriuscita
unilaterale dell’Italia dall’euro. In tal modo, da un lato si amplierebbero i
margini finanziari per politiche di investimento pubblico, oggi represse dai
vincoli imposti dalla Troika, e dall’altro lato si ripristinerebbe un valore
corretto del tasso di cambio, allineato con l’andamento dei fondamentali
macroeconomici, con i Paesi a noi più direttamente concorrenti, come quelli
dell’Europa orientale e di altre aree emergenti. Gli effetti di una tale
decisione sulla produzione industriale sarebbero immediati e allenterebbero la
morsa della crisi sociale in atto, dando quel respiro, oggi mancante, all’avvio
di politiche pubbliche di riconversione produttiva e ambientale dell’intero
sistema economico italiano.
In
conclusione, il caso Electrolux dimostra come la questione della sostenibilità
di un’unione monetaria non riguarda soltanto i meccanismi di aggiustamento
degli squilibri interni, analizzati dalla teoria delle aree valutarie ottimali[9],
ma attiene anche alla problematica conduzione di un unico e comune tasso di
cambio verso i Paesi esterni all’area. L’attuale ordine monetario dell’Unione
Europea, fondato sull’euro e su una pluralità di altre monete nazionali, è
fonte di gravi e perversi squilibri, che alla fine rischiano di innescare
processi di disintegrazione economica con il ritorno a politiche
protezionistiche e nazionaliste in tutta Europa[10]. Anche per chi
sostiene la necessità di ripristinare la sovranità monetaria nazionale, si pone
quindi il problema della ridefinizione di un nuovo sistema monetario europeo[11],
a meno di ipotizzare il ritorno a condizioni di autarchia come quella
sperimentata con gravi danni dall’Italia nel corso degli anni Trenta del secolo
scorso.
[1] Così, ad esempio, il senatore e giuslavorista
Pietro Ichino ha commentato la vicenda Electrolux: “Un costo del lavoro gravato
da un prelievo fiscale e contributivo eccessivo; un livello medio troppo basso
di produttività; la chiusura del nostro sistema agli investimenti esteri, che
per lo più portano con sé piani industriali innovativi, che a loro volta
aumentano la produttività del lavoro”, cfr. Ichino: “Electrolux, emblema di un sistema in
crisi. Altro che ricatto”, il Piccolo, 29 gennaio 2014. Sulla stessa
lunghezza d’onda è anche Alberto Orioli, Quel cuneo su auto e lavatrici,
Il sole 24 ore, 30 gennaio 2014.
[2] I dati ricavati dal database OECD sono calcolati sul valore totale del GDP. I dati sulla produttività si riferiscono alla produttività annua per lavoratore e tengono conto del diverso ammontare di ore lavorate per occupato (1752 in Italia e 1929 in Polonia nel 2012).
[3] Secondo i dati OECD il prelievo fiscale lordo sul lavoro, comprensivo dei contributi sociali e previdenziali, era pari nel 2011 al 47,6% in Italia e al 34,3% in Polonia.
[4] La richiesta di Electrolux è stata preceduta da un documento dell’Unione Industriali Pordenone (redatto da un team composto tra gli altri da Cipolletta, Treu, Castro e Illy) in cui, oltre al taglio dei salari, si propone un aumento della flessibilità della manodopera per incrementare la produttività, cfr. Pordenone, laboratorio per una nuova competitività industriale.
[5] Cfr. Oecd - Consumer prices.
[6] A parità di altre condizioni, se l’Italia avesse potuto avere un deficit medio di bilancio pari a quello polacco, in valori attuali avrebbe avuto a disposizione ben 22 miliardi di euro all’anno negli ultimi 14 anni per ridurre le tasse o aumentare la spesa pubblica. Probabilmente le risorse sarebbero state maggiori perché la crescita del Pil ne avrebbe tratto benefici.
[7] La soglia di povertà assoluta ammonta a 922,41 euro mensili per una persona residente in un medio comune del Nord , cfr. Istat - calcolatore soglia di povertà.
[8] Per un’analisi della debolezza della specializzazione produttiva italiana cfr. Stefano Lucarelli, Daniela Palma e Roberto Romano, Il sostegno agli investimenti in un’economia tecnologicamente in ritardo, in Economia e Politica, 20 novembre 2013.
[9] Sui limiti della teoria delle aree valutarie ottimali cfr. Guido Iodice e Daniela Palma, Una critica alla Teoria delle Aree Valutarie Ottimali come spiegazione della crisi dell’euro, in keynesblog.com.
[10] Emblematica è in questo senso la posizione espressa da Marine Le Pen: contre le chomage, encore et toujours le protectionnisme, in Le Monde, 25 ottobre 2013.
[11] Su questi aspetti cfr. Andrea Ricci, Uscita dall’euro e integrazione europea: un binomio possibile, in sinistrainrete.info, 13 gennaio 2014 e Enrico Grazzini, Gli scenari dell’euro, in Economia e Politica, 11 gennaio 2014.
[2] I dati ricavati dal database OECD sono calcolati sul valore totale del GDP. I dati sulla produttività si riferiscono alla produttività annua per lavoratore e tengono conto del diverso ammontare di ore lavorate per occupato (1752 in Italia e 1929 in Polonia nel 2012).
[3] Secondo i dati OECD il prelievo fiscale lordo sul lavoro, comprensivo dei contributi sociali e previdenziali, era pari nel 2011 al 47,6% in Italia e al 34,3% in Polonia.
[4] La richiesta di Electrolux è stata preceduta da un documento dell’Unione Industriali Pordenone (redatto da un team composto tra gli altri da Cipolletta, Treu, Castro e Illy) in cui, oltre al taglio dei salari, si propone un aumento della flessibilità della manodopera per incrementare la produttività, cfr. Pordenone, laboratorio per una nuova competitività industriale.
[5] Cfr. Oecd - Consumer prices.
[6] A parità di altre condizioni, se l’Italia avesse potuto avere un deficit medio di bilancio pari a quello polacco, in valori attuali avrebbe avuto a disposizione ben 22 miliardi di euro all’anno negli ultimi 14 anni per ridurre le tasse o aumentare la spesa pubblica. Probabilmente le risorse sarebbero state maggiori perché la crescita del Pil ne avrebbe tratto benefici.
[7] La soglia di povertà assoluta ammonta a 922,41 euro mensili per una persona residente in un medio comune del Nord , cfr. Istat - calcolatore soglia di povertà.
[8] Per un’analisi della debolezza della specializzazione produttiva italiana cfr. Stefano Lucarelli, Daniela Palma e Roberto Romano, Il sostegno agli investimenti in un’economia tecnologicamente in ritardo, in Economia e Politica, 20 novembre 2013.
[9] Sui limiti della teoria delle aree valutarie ottimali cfr. Guido Iodice e Daniela Palma, Una critica alla Teoria delle Aree Valutarie Ottimali come spiegazione della crisi dell’euro, in keynesblog.com.
[10] Emblematica è in questo senso la posizione espressa da Marine Le Pen: contre le chomage, encore et toujours le protectionnisme, in Le Monde, 25 ottobre 2013.
[11] Su questi aspetti cfr. Andrea Ricci, Uscita dall’euro e integrazione europea: un binomio possibile, in sinistrainrete.info, 13 gennaio 2014 e Enrico Grazzini, Gli scenari dell’euro, in Economia e Politica, 11 gennaio 2014.
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