A squadra di governo e
dibattito sulla fiducia concluso, il nuovo governo è operativo, e si può
provare ad esprimere un’opinione più meditata su quali siano le prospettive,
gli indirizzi, le qualità ed i difetti di questo governo. Al tutto manca ancora
la nomina di sottosegretari o vice-ministri; ma, francamente, questa è cosa che
appassiona prevalentemente gli studiosi del manuale Cencelli, per scoprire se
vi sia o meno una qualche anomalia rispetto ai rituali rapporti stechiometrici.
Da
diverse parti si è lamentata giustamente la modesta qualità di una squadra di
governo largamente composta da yes-boys e da yes-girls dai curricula fatti di
cooptazioni, con esperienze che sembrano essersi formate non nella Società,
nella lotta politica, nella capacità di amministrare, ma nell’appartenenza ad
una qualche tribù. Altri si sono invece sbracciati, in un coro stucchevole, ad
iniziare dal mellifluo e sempre servile Vespa, ad apprezzarne la bassa età
media e la parità di genere, come se queste possano costituire, a prescindere
da ogni altro aspetto, qualità di per sé.
Ma
il modo col quale il lupetto Renzi, divenuto Gran Mogol, ha formato il suo
governo delle Giovani Marmotte risponde ad una logica precisa. Era evidente che
Emma Bonino vi avrebbe rappresentato una nota stonata, non per via dell’età, ma
per via dell’autonomia di giudizio e di un’autorevolezza tale da rischiare di
oscurare Renzi in ambito internazionale (Renzi chi?). E, soprattutto, per via
di due visioni del’Europa sensibilmente differenti.
Ma c’è di più: le
improbabili competenze si accompagnano a scelte che indicano evidenti influenze
politiche o di interesse: la Guidi a presidiare il fronte
Confindustria-Berlusconi; Orlando a tutelare una Giustizia non sgradita al
Cavaliere; la Lorenzin e la Giannini ad esprimere visioni della Sanità e della
Scuola tranquillizzanti agli occhi vaticani; Poletti in quanto espressione dei
potentati delle cooperative bianco-rosse; la Madia (che non votò contro lo
scudo fiscale) ad acchiappar farfalle, e probabilmente sarà meglio così; e la
Boschi a fare il cane da guardia sui percorsi parlamentari dell’Italicum, dello
smantellamento del Senato, e delle altre riforme che costituiscono la vera
premessa politica di questo governo.
Infatti, il dato politico da
cui questo governo prende le mosse, attorno al quale è stato costruito e ne
costituisce la sostanza, e che ne caratterizza formazione ed indirizzi, è
proprio il patto che Renzi ha definito con il Cavaliere, ed imposto senza
discussione sostanziale e senza possibilità di modifica al suo partito, dopo
esser arrivato alla Segreteria. Era evidente che, non avendo le credenziali, il
patto con il cavaliere non potesse venir stipulato da Renzi prima del suo
avvento alla segreteria; ma neanche poteva venir annunciato: in tal caso, la
sua vittoria alle primarie sarebbe risultata impossibile, ed in ogni caso si
sarebbe creata nel PD una frattura ben più profonda, ed un’opposizione ben più
vasta e determinata di quanto non sia quella che Cuperlo e Civati oggi sono in
grado di produrre.
Una
volta assicuratosi il controllo del partito, occorreva però accelerare i tempi:
la permanenza del governo Letta (che, tra l’altro, si reggeva su una
maggioranza dalla quale Berlusconi, sbagliando per una volta i suoi calcoli, si
era autoescluso) avrebbe rappresentato un inutile intralcio sulla strada della
realizzazione dei patti stipulati con Berlusconi. Renzi ha quindi dovuto liquidare
bruscamente e rapidamente Letta, per dar vita ad un nuovo governo che, senza
formalmente comprendere Forza Italia (cosa che molti non avrebbero accettato),
fosse il più possibile un governo di garanzia per il Cavaliere.
Ciò spiega i toni e la rappresentazione
mediatica della offensiva ed irridente rottamazione di Letta: l’insistenza su
una discontinuità della quale non sono stati resi chiari i contenuti, la
drammatizzazione del cambio di governo, sono stati i necessari condimenti per
motivare all’opinione pubblica, sotto il pretesto dell’inefficienza del
precedente governo, quello che non era un semplice “fatti da parte, perché
tocca a me”, ma un governo la cui vera discontinuità non è nei programmi, ma
nella profonda diversità delle intenzioni e della prospettiva di fondo, avendo
al centro lo spostamento dell’asse politico della maggioranza e
l’appropriazione dell’intera vita politica da parte di PD e PdL. E tutto ciò
spiega anche i funambolici passaggi dal "mai al governo con
Berlusconi" e "Enrico, stai sereno" ai fatti.
Abbiamo
così assistito allo spettacolo indecente di un condannato in via definitiva per
uno dei reati più gravi che possano essere imputati ad un uomo politico,
inquisito per un altro reato inerente la funzione del Senato della Repubblica,
interdetto dai pubblici uffici, espulso dal Senato, in attesa che se ne
stabilisca l’affidamento ai Servizi Sociali o il domicilio coatto, riportato al
centro della vita politica e ricevuto al Quirinale come se niente fosse
avvenuto. E questa è stata l’epifania, percepibile a tutti gli italiani, al
tempo stesso del venir meno dello Stato di Diritto, e dell’avvio di una nuova
fase politica che vede per vincitore l’espulso dal Senato.
Nel
realizzare il suo disegno, Renzi ha avuto dalla sua diversi fattori: gli
indubbiamente scarsi risultati del precedente governo, che hanno permesso di
creare un clima di benevola attesa, soprattutto da parte di Confindustria, nei
confronti della cosiddetta discontinuità; la riluttanza dell’intero Parlamento (a
partire dalle formazioni minori) ad affrontare nuove elezioni, e per di più con
le preferenze; il fatto che a luglio inizia il semestre italiano di presidenza
europea; il facile controllo di un partito, il maggiore del nostro Parlamento,
che da troppo tempo si è interessato più all’egemonia nella propria area di
riferimento che a produrre scelte politiche; e, ultimo ma non secondario
fattore, la certezza che il movimento di Grillo fosse refrattario ad ogni
ragionamento politico, riducendo quindi la partita da tre a due soggetti
principali. L’incontro Renzi-Grillo, in diretta streaming, si è concluso nella
miglior maniera possibile per il costituendo governo: con la certezza che da
quella parte non sarebbero arrivati altro che insulti, e con la certezza che le
5 stelle, su questa strada, non saranno mai capaci di costruire un’alternativa.
Il che ha consentito a Renzi
di poter presentare al proprio partito il suo patto con Berlusconi come l’unica
strada possibile per mantenere l’egemonia, e di potersi presentare alle Camere nelle
vesti di un De Gaulle che pronunci il suo “après moi, le déluge”.
Così, in questi giorni, si
sta portando a compimento il ciclo politico che è stato definito come “seconda
repubblica”: i due maggiori partiti, ciascuno dei quali ha dimostrato
ampiamente negli anni passati la propria incapacità nel fare scelte e nel
governare efficacemente, hanno congiuntamente trovato nel cancellare la
democrazia rappresentativa la via opportuna per sopravvivere a questa incapacità,
eludendola. Di questo patto, questo governo rappresenta la precondizione
necessaria ed il garante.
Il dibattito sulla fiducia
che si è sviluppato nelle due Camere ha rispecchiato fedelmente questa realtà.
Scontata la posizione dei
5Stelle, che rende inutilizzabile ai fini di qualsivoglia ragionamento sulle
condizioni dell’Italia di oggi circa un quarto del Parlamento, il dibattito ha
visto la benevola opposizione del PdL, che sa sin d’ora che nessuna riforma ad
esso sgradita sarà possibile, la piena soddisfazione di un Alfano ritornato
protagonista nel fissare paletti e caveat, oltre che nell’ottenere un più che
ampio riconoscimento nella compagine di governo, un PD in tono minore e
rassegnato.
In
quanto a Renzi, nei quattro discorsi pronunziati al Senato ed alla Camera dei
Deputati, mi pare che l’aspetto migliore vi vada visto nell’innovazione di
linguaggio e toni; prescindendo da ciò, si sono ascoltate alcune osservazioni
del tutto ovvie sulle condizioni del Paese, del tipo di quelle che qualsiasi
persona di buon senso farebbe conversando con i propri amici; molte altre
considerazioni, che pur sarebbero state necessarie, non si sono sentite. Ma è
sulle cause prime dell’arretratezza del Paese, e soprattutto sulle strade per
superarle, che la questione si fa nebulosa.
Sul
piano delle politiche economiche, in evidente sintonia con il benservito dato
da Squinzi ad Enrico Letta, si è sentito parlare di riduzione del cuneo
fiscale, taglio dell’IRAP, pagamento dei debiti delle Pubbliche
Amministrazioni, fondo di garanzia per le PMI; il tutto, per non aumentare
formalmente il debito pubblico, con l’intervento, pur se garantito dallo Stato,
della Cassa Depositi e Prestiti, a scontare le anticipazioni fatte dalle Banche
o ad intervenire direttamente. Fatte quattro somme, c’è solo da osservare che
ciò prosciugherebbe le disponibilità della CDP, fondate sulla raccolta postale
e, tra l’altro, destinate anche a finanziare opere ed investimenti
pubblici.
E’
il ritorno alla finanza creativa di Giulio Tremonti. La più che evidente
mancanza di un programma si esprime nelle indicazioni generiche sul recupero di
fondi dalla “spending revue”, da una ipotetica revisione della tassazione delle
rendite finanziarie sulla quale, a dibattito sulla fiducia non ancora concluso,
vi è già disaccordo nel governo. Mentre, ovviamente, non si parla affatto di
un’imposta patrimoniale sui maggiori patrimoni, che sarebbe l’unica via per
sostituire imposte fortemente recessive, sul lavoro, sulla produzione, sui
consumi, con un’imposta che non abbia tali caratteristiche.
Nulla
si è detto sul cosa, dove, e come, “tagliare”, sul come riformare la Giustizia,
sul come combattere evasione ed elusione fiscale, sui limiti e sulle modalità
delle eventuali dismissioni di patrimonio pubblico, sull’introduzione di una
seria normativa sul conflitto di interessi. Non una parola sulla riduzione
delle spese in armamenti, sullo smantellamento di rendite di posizione e da
oligopolio, sulla questione delle provincie. Priorità alla scuola, si è detto.
Ma come? E già oggi il ministro Giannini parla di parità tra scuola pubblica e
privata. Vogliamo, visto che ci siamo, cambiare anche l’Articolo 33 della
Costituzione?
In quanto a diritti
individuali e civili, non si dice nulla, e neanche sul come superare le leggi
più liberticide del passato ventennio, in parte già demolite da recenti
sentenze della Consulta: si parla invece di un “equo” punto di incontro: non
appare una gratuita illazione l’immaginare che tale punto di incontro si ispiri
alla “sana” laicità della quale tempo fa parlava il cardinal Scola.
Ma
le affinità con alcuni dei precedenti governi non finiscono qui:
nell’enumerazione delle cose che non vanno, nel “ce la faremo”, nel “mi assumo
ogni responsabilità”, sembra di rivedere un più giovane cavaliere promettere il
milione di posti di lavoro, il contratto con gli italiani lanciato dallo studio
di Vespa, che, se inadempiuto, avrebbe comportato le dimissioni del cavaliere. Nell’estrema
semplificazione dei tweet di Renzi non è possibile non scorgere affinità con la
semplificazione dei ragionamenti ridotti a slogan televisivi di Berlusconi, e
non è possibile non osservare una volontà riduttiva che non arriva a cogliere
le articolazioni di realtà complesse.
In questa tendenza alla
semplificazione, più che un’avversione di principio ai meccanismi democratici,
va colta l’idea di semplificare la democrazia rappresentativa che, essendo una
costruzione di per sé complessa ed articolata sulle pluralità della
rappresentanza, dei poteri, dei controlli, per questa via verrebbe stravolta e
ridotta ad oligarchia. Ma, si badi bene, ad oligarchia degli staff dei due
maggiori partiti.
Ora,
non credo che l’Italia abbia bisogno di questo, né che gli italiani lo
meritino. Il Paese ha senz’altro bisogno di una discontinuità: ma fatta di riforme
profonde, di una politica economica seria, di innovazioni, di mobilità sociale
e di una maggiore equità nella distribuzione del carico fiscale, di regole
certe e di diritti altrettanto certi, dell’inversione del processo
redistributivo alla rovescia che si è instaurato negli ultimi anni. E,
soprattutto, di una politica che smetta di esser ceto e casta riproducentesi
per partenogenesi, e sappia essere classe dirigente in quanto a qualità ed in
quanto espressione della volontà popolare. Ed ha bisogno di partiti veri ed
aperti alla partecipazione.
Nelle
parole di Renzi, nelle modalità di formazione del suo governo, oltre che la
novità del suo linguaggio, è rintracciabile ben poco di tutto ciò.
Mi
pare quindi evidente come la vera discontinuità, il nocciolo e l’effettiva ragion
d’essere di questo governo stiano nella necessità di adempiere al patto
stipulato con Berlusconi, portando avanti nei termini concordati le riforme
della legge elettorale della Camera, del Senato, dei poteri dell’Esecutivo, ed attuando
ciò che Guy Verhofstadt (ex primo ministro belga, liberale, ed attuale
presidente dell’ALDE) ha definito come un “colpo di stato”.
E
quindi, nella necessità, a ciò subordinata, di costruire un Esecutivo che sia
quanto meno accettabile per la destra, nelle figure che lo compongono, nelle
questioni da portare avanti, ed in quelle da accantonare o di cui non si deve
affatto parlare.
Finchè ciò avvenga, e finchè
non maturino auspicabili ripensamenti nel PD o nelle formazioni minori, il
governo delle Giovani Marmotte e la maggioranza che lo sostiene, dureranno, e
Matteo potrà “star sereno”. Ove ciò dovesse venir meno, il governo non durerà
un giorno di più: questo il senso dell’intervento di Brunetta alla Camera, e
questo il senso dell’entusiasmo che Giuliano Ferrara, dalle pagine de “Il
Foglio”, ha manifestato nei confronti di un governo che consente alla destra di
attuare, senza neanche assumersi la responsabilità ed il fastidio di governare,
quanto dai banchi del Governo non è riuscita a fare.
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