è il caso, però, di interrogarsi oggi, ancora una volta, sulla
domanda fondamentale: c’è spazio e ruolo per il riformismo?
In un articolo davvero interessante pubblicato oggi 27
Febbraio dal “Manifesto”, Sergio Cesaratto riprende i temi sollevati da un
saggio scritto nel 1975 dall’attuale ministro dell’Economia, Padoan e
pubblicato al tempo da “Critica Marxista”.
Il titolo di quel saggio appare ancora adesso estremamente
esemplificativo “Il fallimento del pensiero keynesiano”: Padoan faceva parte,
all’epoca, di un gruppo di giovani economisti che stava lavorando presso l’Istituto
Gramsci sul tema “Limiti del dirigismo e fondamenti teorici della politica
delle riforme”.
Tralasciando il resto dell’articolo di Cesaratto e i suoi riferimenti
(del resto molto plausibili, come ad esempio il saggio di Paggi e D’Angelillo
del 1986) è il caso, però, di interrogarsi oggi, ancora una volta, sulla
domanda fondamentale: c’è spazio e ruolo per il riformismo?
Una domanda antica, così come appaiono antichi e quasi
immutabili i presupposti complessivi di un ragionamento di merito che pure può
essere portato avanti, tenendo conto dall’intangibilità complessiva dimostrata
dal permanere della “contraddizione principale”.
La dura e cruda
realtà del primato della “contraddizione principale” permane pur in tempi di
mutamento vorticoso nell’utilizzo della tecnologia, di avvento e insieme
declino della globalizzazione e di spostamento nei riferimenti di mercato a
livello planetario. Senza contare
fattori sovrastrutturali di grande importanza quali la velocità della
comunicazione, il peso crescente dei mezzi d’informazione diversi dalla
classica carta stampata, dal modificarsi nelle forme di azione di agibilità a
tutti i livelli all’interno dell’arena politica.
Sulla base di queste considerazioni, riassunte all’osso per
esigenze di spazio, appare insomma quanto mai necessario chiedersi di nuovo
quale spazio e quale ruolo abbia il riformismo nella fase attuale, tenuto conto
anche del peso che il vincolo esterno, specificatamente quello europeo, riveste
nel limitare eventuali politiche espansive a uso interno.
Il fatto essenziale, però, rimane quello dell’esistenza di
una crisi grave del capitalismo italiano, dopo il fallimento delle
partecipazioni statali, le difficoltà evidenti del modello fondato sui
distretti e sulla piccola e media industria, l’assenza di un piano industriale
complessivo , l’obsolescenza del sistema delle infrastrutture, il rovesciamento
nel rapporto con il capitale finanziario causato dalla crisi del subprime dal
2008.
Su questo punto torna però d’attualità un antico e sempre
nuovo elemento d’analisi: la crisi non ha più un carattere qualitativo ma ne ha
anche uno quantitativo.
Non è più crisi nello sviluppo, ma crisi dello sviluppo :
proprio come si diceva una volta.
La seconda cosa, ripresa dall’analisi di ieri, ma resa ancor
più pregnante dall’urgenza dell’attualità, è quello che se si vuole ancora
parlare di sviluppo (diffidando di teorie della “decrescita” o evitando di
aggiungere inutili orpelli del tipo “sostenibile”) occorre riflettere su di un
modello diverso che proponga cioè modificazioni profonde nella distribuzione
del reddito, del ruolo dello stato dell’economia, di politiche sovranazionali
che tengano conto dello spostamento di peso specifico al di fuori del perimetro
dello “Stato –Nazionale”, del tema infinito del rapporto con l’ambiente e il
complesso della vivibilità umana.
La crisi di questi ultimi anni ha prodotto, in particolare
in Italia ma non solo, due elementi di
grande portata: la crescita delle diseguaglianze e lo spostamento d’asse nell’esercizio
della democrazia verso la personalizzazione, il presidenzialismo, la
governabilità in luogo dell’antica centralità della rappresentanza politica.
Nel frattempo abbiamo avuto, all’interno del quadro
complessivo di un processo massiccio di finanziarizzazione dell’economia, un
vero e proprio rovesciamento nella funzione della rendita e del parassitismo
(questo secondo elemento usato a lungo, all’interno del caso italiano, quale
fattore determinante nella conservazione del consenso politico ed elettorale).
Proprio lo scatenarsi di spinte corporative, le forme nelle
quali – attraverso rendita e parassitismo – il potere politico cerca un
sostegno, la corruzione dilagante e i benefici autoassegnatisi in maniera
esponenziale che hanno portato al conio dell’antipatico termine “casta” per
designare il ceto politico, hanno prodotto- prima di tutto – una rottura di
blocco sociale, in secondo luogo una politica di taglio del consumo possibile,
in terzo luogo del fenomeno della cosiddetta “antipolitica” foriera di ventate
autoritarie e populistiche.
Questi fattori che, sommandosi e moltiplicandosi, hanno
concorso a definire la crisi hanno prodotto il blocco complessivo di qualsiasi
ipotesi di sviluppo, sfarinato le identità e i raggruppamenti sociali, resa
impotente la rappresentanza dei corpi intermedi, a partire dai sindacati,
aperto la strada all’assalto alla diligenza di lobby e gruppi di potere più o
meno occulti.
Ciò significa, in pratica, che oggi una operazione
riformista, se veramente volesse proporsi di risolvere il problema dello
sviluppo, dovrebbe avere un carattere molto più ambizioso e coerente di quanto
ancora neppure si proponga.
Vediamo allora gli ostacoli oggettivi a una azione
riformista di tipo classico, come proposto anche da qualche settore politico
non secondario, in Italia e in Europa, dopo il fallimento evidente del “New
Labour” e del blairismo, sul quale pare attardarsi ancora l’apparente “nuovo
corso” della politica italiana:
a) L’incertezza
nella ricomposizione di un nuovo assetto della divisione internazionale dell’economia,
con il ripresentarsi sulla scena di una sorta di logica dei blocchi, di
eventualità di guerre periferiche di dimensioni rilevanti, di crisi evidente
dei cosiddetti “paesi emergenti” e in particolare del BRICS e anche di quelli
che apparivano in una più sicura fase di espansione come la Turchia;
b) Il
limite che offre un quadro europeo inteso quale solo campo nel quale sviluppare
un’operazione di “rilancio democratico” dello sviluppo capitalistico, magari in
nome di una generica “lotta all’austerità”;
c) La
degenerazione evidente del sistema politico italiano, dopo la fase della “Lunga
transizione”, dell’introduzione del maggioritario e dello spostamento d’asse
dalle assemblee elettive verso il potere di figure monocratiche. All’ombra di
questi fenomeni che hanno assunto aspetti di vera e propria degenerazione si
situa la già citata disgregazione corporativa del corpo sociale. Da ciò è
derivata la conseguente crisi dei valori collettivi e l’affermarsi di una
effettiva egemonia ideologica del capitalismo in versione iper-liberista;
d) L’affermarsi
di una sorta di “democrazia mistificata”, che conserva quote di consenso
(buttando al macero milioni di cittadini completamente estraniati dal processo
sociale e politico, che hanno alimentato una crescita esponenziale nell’astensionismo
elettorale, sicuro indice di malattia del sistema democratico nel suo
complesso) con la manipolazione e la mediazione di interessi particolari,
nascondendo tra l’altro le limitazioni soggettive del proprio potere reale. Una
democrazia fatta, in sostanza, di miraggi collettivi. Un simulacro di
democrazia dove si situano larghe zone di consenso assolutamente passivo e la
confluenza di interessi apparentemente contradditori con, parallelamente, l’appiattimento
dei legami ideali e l’emergere di fragili, fasulli soltanto apparenti poteri
carismatici.
Tocca allora a noi (verrebbe alla mente il “ a noi comunisti
toccherà salvare l’Italia” di Gramsci) presentare con chiarezza le
contraddizioni di fondo di questa fase storica: far comprendere e far crescere
nelle coscienze l’idea del limite insuperabile dello sviluppo capitalistico,
della precarietà e assurdità dei suoi traguardi, della disumanità che esprime
nel suo modo di raggiungerli.
Si pone così il tema dell’opposizione e dell’alternativa.
L’opposizione non potrà che essere, da nostro punto di vista
che altro non è che il punto di vista di classe, decisa e radicale.
Ma nel ricominciare la pratica opposizione sul terreno
politico (una pratica dimenticata, sepolta nel tempo) occorrerà agire in modo
da produrre via, via spostamento di forze reali (ad esempio lavorando sulle
criticità di una situazione sindacale davvero complessa, tanto per definirla
con un eufemismo), aggregazione sociale, ricostruzione di strutture politico –
organizzative sul modello dell’integrazione di massa, riflessione culturale,
nuove modalità di gestione, promozione di nuovi quadri.
Il salto da compiere per quanti ritengono ancora possibile
una battaglia politica di opposizione e di alternativa in Italia e in Europa
sulla base di principi e di analisi anticapitalisti è quello di darsi una
precisione di obiettivi, una stabilità di organizzazione, di proposta utile a
coagulare la spinta contestativa che emerge da non secondari strati sociali portandola anche ai livelli di
strati già intermedi e adesso sprofondati nel buio dell’impoverimento di massa.
Occorre prima di tutto autonomia di progetto, muovendosi
necessariamente fuori dal quadro dato anche da coloro che pensano a un nesso
tra l’attutirsi della spinta liberista e la riproposizione di un riformismo “blando”
(il nuovo centrosinistra, tanto per intenderci).
L’obiettivo politico nel breve periodo deve essere quello
della ricostruzione di un antagonismo progettuale, concretamente presente nell’arena
politica e nel confronto sociale, in Italia e fuori.
L’analisi della strutturalità della crisi, dei nuovi rapporti
di forza e dei nuovi dati culturali che al suo interno si esprimono, ci può
consentire di battere l’opinione generale che non vi sia più sbocco possibile e
che, in fondo, Von Hayek, Huntington e Fukuyama, i teorici della “nuova destra”,
abbiano avuto ragione: risvegliare un nuovo processo culturale, ribellarci al “pensiero
unico”, costruire un’alternativa, un compito difficile che non possiamo però
tralasciare proprio in questa fase storica.
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