Un dato sembra aver caratterizzato la gestione
politica di questa crisi. Quello che i protagonisti politici della vicenda si
sono ridotti a tre: due interni alla prossima maggioranza (Matteo Renzi, ed il
NCD); ed uno esterno: Silvio Berlusconi.
Neanche il PD in quanto tale sembra aver
preso parte alcuna nella vicenda, fatto salvo il sommesso bussare di Cuperlo
alla porta di Renzi; ed invece, come era già stato osservato, mostra di aver concesso
la delega in bianco al Segretario. Il quale, ovviamente, una volta sistemate
nelle caselle più significative figure tratte dal suo entourage, non
necessariamente appartenenti al PD, e concesso il meno possibile agli alleati, riconoscerà in una
qualche misura la
presenza della cosiddetta “minoranza interna”, quasi come se si trattasse di un
altro partito minore, ed altrettanto ininfluente.
Sulla gestione della crisi incombe sorniona
l’ombra di Berlusconi; il quale, per nulla appagato dal recupero regalatogli da
Renzi, si è seduto sulla sponda ad aspettare il passaggio dei cadaveri dei suoi
avversari. Sa bene che Renzi non potrà fare alcuna riforma, e men che mai
quella elettorale e quella del Senato, senza il suo sostegno esplicito o dato
sottobanco. E’ quel che teme Alfano che, rischiando di ritrovarsi ad avere il
ruolo di un soprammobile inutile, ha cercato perlomeno di massimizzare il suo
risultato in termini politici e di presenza nella squadra di Governo. Da qui
l’insistenza su una chiusura a sinistra, già acquisita senza alcun bisogno del
suo strepitio; chiusura che peraltro Vendola ha graziosamente regalato a Renzi,
togliendogli non poche castagne dal fuoco.
Per quanto riguarda l’azione ed il
programma, non è ben chiaro se, al di là delle ambizioni di Renzi, questo
governo finirà col segnare un deciso mutamento di rotta nei confronti di quello
che lo ha preceduto, o piuttosto si accontenterà di tentare un cambio di passo
rispetto alle scarse conclusioni del governo Letta. La questione non è di poco conto,
e le difficoltà incontrate nella scelta del Ministro dell’Economia lo
testimoniano.
Più probabile la seconda strada rispetto
alla prima, almeno per quanto riguarda le questioni dell’economia, del Fisco,
del lavoro; su molti aspetti delle quali non sono obiettivamente possibili
grandi mutamenti di rotta senza un’imposta patrimoniale o senza ricadere nella
procedura d’infrazione per eccesso di deficit.
L’aver Renzi snobbato il vertice della
futura maggioranza (“mi fa venire l’orticaria”) sta a dimostrare che le
proposte e le esigenze degli alleati (PD compreso) possono esser intese come
suggerimenti più o meno utili, ma che la sostanza del programma e dei metodi da
porre in atto sono quelli che lui ha in mente. Prendere o lasciare.
E’ il tramonto della politica come
presupposto dell’azione di governo, ed è la fine dei partiti, che peraltro
hanno ampiamente dimostrato di non essere in grado di produrre politica.
Piaccia o non piaccia, questa è la realtà, con la quale fare i conti. Ed è una
realtà che, tutto sommato, piace agli italiani, che l’esperienza dell’ultimo
ventennio ha reso usi a considerare i due termini come i più spregevoli del
dizionario della lingua italiana. In questo, i tratti comuni tra Renzi,
Berlusconi, e Grillo, sono molto più estesi di quelli che si vuol fare
apparire.
Questa crisi mostra oramai chiaramente
il vuoto lasciato dalla degenerazione dei partiti politici che ha
caratterizzato la Seconda Repubblica. Venuta meno la loro funzione di corpi
intermedi della Società, chiusi alla partecipazione, saldamente in mano alle
strutture di vertice, i due maggiori partiti non hanno più nulla delle due
forme che avevano caratterizzato l’evoluzione del partito politico nel corso
del ‘900: quella del partito di massa e quella del partito d’opinione,
essendovisi largamente diffusi caratteri riconducibili alla forma del partito
notabilare della seconda metà dell’800 ed a quella del partito a guida
carismatica di stampo peronista o gaullista.
La consapevolezza, ed anche l’esser
pienamente partecipe di questa degenerazione, che alla fine non può portare ad
altro che a far seguire il venir meno della capacità di gestire potere ed
organizzare consenso all’esser venuta meno la capacità di fare scelte
politiche, è la ragione per la quale Renzi spinge sullo smantellamento del
Senato, sul rafforzamento dell’Esecutivo, e su una legge elettorale
bipartitica: misure che, indebolendo il concetto di rappresentanza, assegnano
“ope legis” il monopolio della vita politica agli staff dei due partiti
maggiori. Su questa strada ha incontrato la convergenza di interessi di una
destra che, all’occorrenza, lo sosterrà, e su questa strada Renzi rischia di
costruire non il primo governo della Terza Repubblica, ma l’ultimo della
Seconda.
Esorcizzare ciò con anatemi servirebbe a
ben poco. Piuttosto, servirà operare per costruire partiti che rappresentino aggregazioni
politiche vere e non cancellabili con qualche codicillo normativo in materia
elettorale, e servirà il tener vive in tutti gli ambiti possibili quelle
questioni di principio che Renzi sembra considerare come irrilevanti e
fastidiosi retaggi della Prima Repubblica.
Perché la storia insegna che, alla fine,
la politica (cioè l’esigenza di dare risposte condivise alle necessità della
polis), si riprende sempre la rivincita; ed anche Renzi, prima o poi, dovrà
farci i conti.
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